La poesia di Vittorio Sereni (1913-1983) può essere considerata una pietra miliare per chiunque desideri una lettura profonda, capace al tempo stesso di porsi come spunto di riflessione e fonte di conforto. Al tempo stesso, è un ottimo punto di partenza per comprendere gli stati d’animo dominanti nell’Italia del secondo dopoguerra, in un’era di grande precarietà e sconvolgimenti politici, economici e culturali. A questo scopo può risultare particolarmente utile la lettura della terza raccolta del poeta, Gli strumenti umani, pubblicata nel 1965 e composta da poesie scritte durante tutto il ventennio precedente (vi avevamo già parlato della seconda raccolta, Diario d’Algeria).

Nella raccolta, l’autore registra una serie di impressioni e preoccupazioni legate al mondo circostante, riflettendo sui grandi cambiamenti in atto nel Paese, anche in ambito artistico e letterario, ed esprimendo la propria angoscia riguardo all’inesorabile scorrere del tempo e al timore di una perdita della memoria (storica e privata). Quello del tempo, in effetti, è uno dei temi portanti che percorrono la raccolta come una sorta di fil rouge. Esso è concepito dall’autore secondo due punti di vista, apparentemente in contraddizione: da una parte vi è lo scorrere ciclico delle stagioni con il suo ritmo incessante e sempre uguale a se stesso, dall’altra la linearità, che gradualmente inghiotte tutto nel nulla.

gli strumenti umani

Tale tematica è al centro di uno dei componimenti più toccanti dell’intera raccolta, dal titolo Ancora sulla strada di Zenna, nel quale l’io lirico osserva l’immutabilità del paesaggio che ha caratterizzato la sua infanzia, segnato solamente dal regolare avvicendarsi delle stagioni:

Perché quelle piante turbate mi inteneriscono?

forse perché ridicono che il verde si rinnova

a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?

Ma non è questa volta un mio lamento

e non è primavera, è un’estate,

l’estate dei miei anni.

Sotto i miei occhi portata dalla corsa

la costa va formandosi immutata

da sempre e non la muta il mio rumore

né, più fondo, quel repentino vento che la turba

e alla prossima svolta, forse, finirà”.

Con un misto di tenerezza e turbamento, Sereni osserva la linearità del tempo naturale, caratterizzato dall’ineluttabilità di una morte e di una rinascita annuali. Ma se l’inevitabile precarietà del reale è fonte di dolore e preoccupazione per il poeta, è anche vero che egli riesce a trovare nel mondo una qualche forma di conforto:

“E io potrò per ciò che muta disperarmi

portare attorno il capo bruciante di dolore…

ma l’opaca trafila delle cose

che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,

la spola della teleferica nei boschi,

i minimi atti, i poveri

strumenti umani avvinti alla catena

della necessità, la lenza

buttata a vuoto nei secoli,

le scarse vite che all’occhio di chi torna

e trova che nulla nulla è veramente mutato

si ripetono identiche

[…]”.

Sono proprio i “poveri strumenti umani” a offrire una forma di consolazione all’uomo travolto dal continuo mutamento: oggetti umili che, con la loro concretezza, si pongono come punto fermo e come mezzo tramite cui osservare e comprendere il mondo. Si tratta di oggetti, per altro, certamente non casuali, che rimandano appunto a un movimento di tipo ciclico (la carrucola nel pozzo, la spola della teleferica, la lenza), atto a un recupero del passato, salvato dal buio dell’oblio.

È la memoria, dunque, uno dei più importanti strumenti capaci di opporsi alla precarietà del divenire. Memoria soprattutto culturale: in un momento di grandi sconvolgimenti in ambito artistico e letterario, il poeta ritiene fondamentale instaurare un dialogo con la tradizione e a ciò, probabilmente, si riferisce l’immagine della “lenza buttata a vuoto nei secoli”.

gli strumenti umani

Ma l’operazione di conservazione del poeta riguarda anche la Storia, il cui ricordo è mantenuto vivo proprio mediante la scrittura. Esemplare, a questo proposito, il caso del componimento intitolato Amsterdam, la cui figura centrale è quella di Anna Frank. Ragazzina in tutto simile alle altre migliaia di vittime dell’olocausto, il suo merito è proprio quello di aver lasciato ai posteri una testimonianza:

“Disse più tardi il mio compagno: quella

di Anna Frank non dev’essere, non è

privilegiata memoria. Ce ne furono tanti

che crollarono per sola fame

senza il tempo di scriverlo.

Lei, è vero, lo scrisse”.

Oltre alla sfera collettiva e storia, vi è, infine, quella prettamente privata. Oggetto di diversi componimenti, infatti, sono il piacere e il sollievo dati dai ricordi condivisi e custoditi tra pochi fidati amici. È il caso di A un compagno di infanzia:

“Non resta più molto da dire

e sempre lo stesso paesaggio si ripete.

Non rimane che aggirarlo

noi due nel vento urlandoci confidenze futili

e crederle riepiloghi, drammatiche

verità sulla vita”.

Con l’avanzare dell’età, anche la fissità di un paesaggio che sopravviverà, indifferente, al nostro annichilimento, può essere fonte di ansia e dolore. Ma ancora una volta, esistono degli umani strumenti in grado di portarci conforto, e tra di essi non si può dimenticare l’amicizia, e la gioia del riconoscersi simili:

“[…] gli anni che passano

tali e quali, la collina che riavvampa in autunno,

i campanili

assolati imperterriti,

pietrificate ossa di morti, le nostre

radici troppo simili, da troppo

per non dolersi insieme, che quel vento

fa gemere…”.

È questo, in fondo, quello che lo stesso Sereni riteneva lo scopo della letteratura. Citando le sue parole, infatti, il fine ultimo della poesia “non è tanto nella facoltà di comunicare, quanto piuttosto in quella di accomunare”. Ed è forse questo anche il motivo per cui ancora oggi vale la pena di accostarsi alla lettura di una raccolta complessa come Gli strumenti umani: per il dialogo solidale, commosso ed estremamente musicale, che Sereni riesce a instaurare con i vivi quanto con i morti. Per ricordarci di non essere soli e di avere dei mezzi squisitamente umani per sconfiggere il tempo e non scomparire nell’oblio.


FONTI:

V. Sereni, Gli strumenti umani, Milano, Il Saggiatore, 2018

C. Fenoglio, Introduzione, in V. Sereni, Gli strumenti umani, Milano, Il Saggiatore, 2018

E. Esposito, Lettura della poesia di Vittorio Sereni, Mimesis, 2015