La Corte Costituzionale della Repubblica Italiana è uno dei massimi organi del nostro ordinamento giuridico e politico, di essenziale e vitale importanza per il funzionamento del nostro Stato e per la difesa dei diritti costituzionali. Eppure, a dispetto del ruolo che ricopre, spesso se ne ignorano caratteri e natura, il che porta di conseguenza a un’errata conoscenza e a un’interpretazione incompleta del nostro apparato statale, del rapporto tra poteri e tra le diverse istituzioni e dell’opera degli stessi giudici. Occorre perciò scoprire quale sia la natura di questo importante soggetto istituzionale e quali siano i suoi compiti.

I compiti della Corte

La Consulta, chiamata così dal palazzo romano in cui ha sede la Corte, sulla pendice meridionale del colle del Quirinale a fianco del palazzo sede della Presidenza della Repubblica, è un organo di natura giurisdizionale previsto dall’art. 134 della Costituzione Italiana, che ha funzioni di garanzia costituzionale e il compito di risolvere i conflitti istituzionali.

In particolare, la Corte ha quattro specifiche attribuzioni: può, quindi, giudicare nelle controversie relative alla legittimità costituzionale della legge e degli atti aventi forza di legge di Stato e Regioni, nei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato e tra Stato e Regioni e giudica le accuse mosse al Presidente della Repubblica per i reati di tradimento e di attentato alla Costituzione. Inoltre, con una legge costituzionale successiva, è stato affidata alla Corte il sindacato dell’ammissibilità dei referendum abrogativi.

Di conseguenza, il ruolo della Corte è garantire il rispetto e la difesa dei principi costituzionali, sia per quanto riguarda i diritti garantiti ai cittadini che per la divisione del potere stabilita dalla Costituzione repubblicana del 1948. Un ruolo essenziale e di grande impatto sulla vita sociale, politica e giudiziaria del Paese, in quanto le decisioni della Corte non possono essere modificate o disapplicate dagli altri organi dello Stato, se non attraverso il lungo e difficoltoso procedimento di revisione costituzionale o, quando possibile, tramite l’emanazione di una nuova disciplina normativa da parte degli organi che ne detengono il potere.

Com’è nata la Corte Costituzionale?

La necessità di avere un controllo giurisdizionale che garantisca il rispetto della Costituzione nasce storicamente con lo sviluppo dello stato liberale, di pari passo con l’affermazione delle carte costituzionali in Europa ed in Nord America nell’Ottocento. Le prime costituzioni, come ad esempio lo Statuto Albertino del 1848, promulgato prima nel solo Regno di Sardegna e poi esteso a tutto il Regno d’Italia, vengono chiamate flessibili, poiché modificabili semplicemente tramite interventi legislativi e mancanti di organi che ne garantiscano il rispetto puntuale.

Queste carte dei diritti, seppur storicamente importanti e necessarie per lo sviluppo del costituzionalismo mondiale, si rivelarono presto insufficienti per difendere i principi e i diritti che contenevano, in quanto non furono d’ostacolo all’affermarsi delle esperienze totalitarie europee. Se il modello statunitense si sviluppò tramite il controllo diffuso giurisprudenziale, in Europa e nei sistemi di civil law, come in Italia, si diffuse, specialmente grazie al pensiero del giurista austriaco Hans Kelsen, un modello di garanzia costituzionale accentrato, che prevedeva un organo deputato a tale scopo.

Con il secondo dopoguerra e la necessità di scongiurare la ricaduta nelle ideologie totalitarie e la volontà reale di applicare i principi costituzionali, le nuove giovani carte, come quelle italiana o tedesca, oltre che essere carte rigide, cioè sovraordinate a qualsiasi altro atto normativo o regolamentare e difficilmente revisionabili, si dotarono anche di un organo specificatamente preposto al controllo costituzionale. La Costituzione Italiana dedica tutto il Titolo VI, infatti, alla garanzia costituzionale, in particolare tratta la disciplina della Corte nella Sezione I e la possibilità di revisione costituzionale nella Sezione II.

La storica divisione dei poteri, elaborata dal giurista e filosofo francese Montesquieu nella sua famosa opera Lo Spirito della Legge, in cui prevede che il potere statale debba essere frazionato in potere legislativo, esecutivo e giudiziario, affidati ad altrettanti organi ben separati, si è andata evolvendo nel corso delle varie esperienze giuridiche e statali che si sono susseguite: tanto che oggi, oltre ad un sistema di pesi e contrappesi volto a limitare i diversi poteri, le Costituzioni prevedono anche contaminazioni tra i diversi poteri e organi e riconoscono l’esistenza di una quarta tipologia di organi, cioè gli organi di garanzia, e di un corrispondente potere di garanzia e controllo costituzionale.

La composizione della Corte

La composizione della Corte è molto particolare, in quanto cerca di rappresentare in egual modo diverse anime del mondo giuridico italiano, sia per quanto riguarda le credenziali necessarie per poter essere eletti sia le stesse modalità di nomina. L’assemblea costituzionale è formata da quindici giudici nominati  per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dalle supreme magistrature ordinarie e amministrative: in particolare tre dalla Corte di Cassazione, uno dalla Corte dei Conti e uno dal Consiglio di Stato. Infine, gli ultimi cinque giudici vengono eletti dal Parlamento in seduta comune.

I magistrati sono scelti tra i giudici delle magistrature superiori, i professori ordinari universitari in materie giuridiche e gli avvocati con più di vent’anni di pratica legale. La nomina di giudice costituzionale non è compatibile con qualsiasi altra carica o ufficio pubblico, o con lo svolgimento dell’attività professionale privata. Il mandato, che non può essere rinnovato, dura nove anni, al termine dei quali cessa la carica e lo svolgimento delle funzioni presso la Corte. Non essendo possibile la prorogatio, cioè la continuazione della carica una volta scaduto il limite dei nove anni di esercizio, è di enorme importanza che vengano nominati tempestivamente i nuovi giudici dall’organo di volta in volta competente, in quanto c’è il rischio che la Corte si trovi a dover lavorare non al completo, perciò non possa raggiungere il numero minimo di giudici necessario per poter decidere. Questa situazione, più volte avvenuta nella storia dell’istituto, ha provocato ritardi e diverse complicazioni ai lavori della Corte, impedendone il corretto funzionamento.

La Corte, inoltre, elegge a maggioranza dei suoi componenti un proprio Presidente, che resta in carica tre anni e, se non intercorre il termine del suo ufficio, può essere rieletto. Il Presidente, che è la quinta carica istituzionale dello Stato, svolge diverse funzioni, tra le quali spicca il compito di affidare ai diversi giudici l’istruzione e la relazione nei giudizi di legittimità costituzionale. L’attuale Presidente della Corte è il magistrato Giorgio Lattanzi. Inoltre, la Corte è dotata anche di vicepresidenti, che hanno il compito di sostituire il Presidente in caso di impedimento.

Il giudizio di legittimità

Fin dal 1955, anno in cui la Corte diventò operativa grazie alla legge costituzionale n. 1/1953 e alla legge ordinaria n. 87/1953, con un ritardo di quasi una decina d’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, la Corte ha svolto il suo compito, specialmente per quanto riguarda la sua prima attribuzione, cioè il giudizio di legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, che storicamente ha visto il maggior numero di interventi della Corte. Negli ultimi anni si sta assistendo ad un cambio di proporzioni, in quanto sono in aumento il numero di casi in cui la Consulta si occupa del conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato e tra Stato e Regioni.

Ma come funziona il giudizio di legittimità svolto dalla Corte? Nell’ordinamento italiano si distinguono due possibili tipi di giudizio davanti alla Corte, cioè il giudizio in via incidentale e quello in via principale. Nel primo caso la questione di legittimità costituzionale, cioè la possibilità di ottenere dalla Corte Costituzionale una decisione riguardo un possibile contrasto tra una norma della Costituzione e un determinato atto, viene rimessa alla Corte da parte di un giudice che, per sua rilevazione o su indicazione delle parti , non può continuare il processo senza aver risolto il dubbio di costituzionalità. In questo modo, quindi, il controllo della Corte è un controllo che passa necessariamente dai singoli giudici e ha natura successiva all’entrata in vigore di una norma potenzialmente incostituzionale. Quando, invece, si ha un giudizio in via principale, la questione di costituzionalità è presentata direttamente dallo Stato o dalla Regione, contro un atto ritenuto potenzialmente contrario alla Costituzione. Se la questione proposta non appare manifestamente infondata e correttamente posta, la Corte la affronta, emettendo una decisione.

Le decisioni della Consulta possono essere di diverse tipologie, a seconda che sia una decisione di natura processuale o di merito, e che la questione venga respinta o accolta. Nel corso della sua lunga e incessante attività la Corte ha elaborato una complessa giurisprudenza, ampliando la tipologia di decisioni a seconda della situazione affrontata e dell’obiettivo che di volta in volta intendeva raggiungere.

La difesa dei diritti

La Corte Costituzionale, lungi dall’essere un organo slegato dalla vita quotidiana, conosciuto solo da giuristi e burocrati, ha avuto e continua sempre più ad avere un ruolo centrale nella vita e nello sviluppo della società italiana. Oltre al decisivo compito di difesa della separazione dei poteri dello Stato, cancellando leggi lesive di questo principio, la Corte è stata spesso un faro nella difesa di diritti sociali e nel saper cogliere le istanze dei cittadini e della società prima ancora degli organi politici.

Il Parlamento spesso, infatti, non riesce o non vuole svolgere a pieno il suo compito e legifera solo parzialmente, o non disciplina affatto, materie eticamente divisorie e potenzialmente controverse, sia perché non riesce a esprimere una maggioranza compatta sia per non dover rischiare di perdere possibili elettori prendendo decisioni etiche. Sono moltissimi i casi in cui la Corte, nel silenzio normativo e nell’inadempienza di Governo e Parlamento, ha riconosciuto e tutelato diritti dei cittadini, che altrimenti sarebbero stati negati, applicando e interpretando la Carta costituzionale.

Il recente caso Cappato è un esempio evidente di quanto l’azione della Corte, applicando le norme della Costituzione, anche alla luce dei cambiamenti sociali che sono incorsi da quando è stata scritta dall’Assemblea Costituente nel 1947, sia necessaria e svolga un importante ruolo propulsore in difesa dei diritti lasciati inascoltati dal Parlamento. Nel caso specifico, mancando una normativa che disciplini il suicidio assistito in Italia, la Corte ha affrontato la questione dell’incostituzionalità delle norme penali riguardanti l’aiuto e l’istigazione al suicidio, sopperendo ad un evidente e assurdo vuoto normativo. Dapprima, ha infatti interpellato gli organi preposti ad intervenire, cioè il Parlamento e le parti politiche, chiedendo di legiferare in materia entro il termine di un anno ma, scaduto il tempo concesso, è intervenuta, depenalizzando le norme riguardanti l’aiuto e l’istigazione al suicidio e riconoscendo così, de facto, il diritto al suicidio assistito. La Corte ha, inoltre, ribadito l’importanza e la necessità di un tempestivo intervento in materia del Parlamento, in modo che una questione tanto delicata e complessa possa venire disciplinata e non più ignorata.

Così come in questo caso, inerente al vasto tema dell’eutanasia, anche le normative riguardanti altre tematiche sensibili, quali l’aborto o la fecondazione assistita, come pure la laicità dello Stato o la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, sono state profondamente influenzate dall’opera della Corte Costituzionale, che le ha affrontate nel corso della sua storia ben prima delle istituzioni politiche. La Consulta è stata capace di  comprendere i profondi cambiamenti della società civile e le conseguenti richieste di diritti, applicando la Costituzione e i principi contenuti in essa. La Corte resta, comunque, un organo giurisdizionale e di garanzia costituzionale, che quindi non ha poteri legislativi, i quali sono propri degli organi rappresentativi della volontà popolare come il Parlamento e il Governo, e si auspica, quindi, un maggior apporto di questi ultimi organi nelle materie che richiedono un intervento legislativo, così che la Corte non si debba trovare in difficili e sconvenienti situazioni che travalicano la sua competenza e ricadono più direttamente nelle decisioni di tipo politico. Fondamenta e giustificazione delle decisioni della Consulta, infatti, deve essere sempre  una solida argomentazione normativa, basata sugli articoli e sulle interpretazioni della Costituzione e dei trattati internazionali a cui l’Italia aderisce.

Conclusioni

L’importanza del ruolo occupato dalla Corte Costituzionale all’interno del nostro sistema giuridico è quindi evidente e innegabile. Attraverso la sua opera di garanzia, essa cancella tutti quegli atti in contrasto con gli articoli contenuti nella Costituzione, che sono la base del diritto italiano, così che i principi che permeano il testo costituzionale non siano semplicemente solenni dichiarazioni d’intenti ma possano informare la società civile ed essere direttamente e indirettamente applicati nella vita quotidiana. Dirimendo i conflitti di attribuzione e valutando le richieste di referendum abrogativi, in aggiunta a quanto già sottolineato, la Corte preserva il corretto funzionamento delle istituzioni pubbliche e dello Stato, cercando di rendere l’ordinamento coerente e ben efficiente.

La Corte Costituzionale entra nella vita della società civile molto più spesso di quello che viene percepito, lavora per garantirne i diritti e riesce a coglierne i bisogni, ponendosi come un autorevole soggetto istituzionale a difesa dei cittadini italiani e della Costituzione, un documento che è costato vite, fatica e sangue, e che ogni giorno modella il modo di vivere all’interno della nostra società. I diritti di cui godiamo, sicuramente irrinunciabili e innegabili, non sono ovunque e sempre scontati: occorre ricordare che, anche in Italia, godere di questi diritti significa anche lavorare faticosamente per difenderli.