Nel variegato panorama di religioni che fanno riferimento all’Induismo, una delle grandi divinità venerate è il Dio Vishnu “colui che tutto pervade”. Questa divinità, che provvede alla conservazione del mondo, discende come manifestazione visibile sotto le varie forme di incarnazione o avatara di sembianze corporee. Nei sacri testi indiani, i Veda, o nei poemi epici come il Mahābhārata o il Rāmāyaṇa, compaiono i suoi principali avatara, Krishna, Rāma, Vāmana o Buddha, ma la tradizione comprende infinite incarnazioni di questa divinità. Tuttavia, l’avatara più popolare è sicuramente Krishna, chiamato anche “il nero”, che viene considerato identico al supremo Vishnu e non solo una sua parziale manifestazione.

Le immagini di questi avatara non sono semplici rappresentazioni artistiche di concetti religiosi, ma sono il veicolo della presenza fisica del Dio Vishnu, che nella sua trascendenza è inaccessibile agli umani. Le sue manifestazioni antropomorfe si presentano come esseri spirituali sovrumani, a volte con sembianze semi-animali, e sono riprodotte in modelli di pietra o metallo creati sulla base di rivelazioni oniriche e mistiche. L’immagine sacra diventa centrale nella tradizione del culto rituale indù e l’opera d’arte che rappresenta la divinità diventa il mezzo di unione col divino. Si tratta di un’esperienza estetica che presenta analogie con l’esperienza della liberazione e della realizzazione spirituale, con la partecipazione alla bellezza assoluta di Dio di cui l’uomo fa parte.

Un’altra divinità fondamentale a cui si rivolge la religiosità dell’Induismo è Shiva, il dio di origine primordiale. Asceta assoluto, ma anche amante dall’irresistibile potenza erotica, si raffigura come un archetipo maschile dalla potenza fisica simbolicamente rappresentata dal linga, nonché l’organo sessuale maschile. Nel tempio più importante a lui dedicato a Varanasi, sul Gange, vi è il linga chiamato “Signore dell’universo”, rappresentato con un fallo che è simbolo maschile di fertilità ed energia divina. Shiva è la divinità che armonizza le contraddizioni fra ascesi e sessualità ma è anche il dio distruttore del mondo come necessità positiva dell’evoluzione della vita e della trasformazione dell’energia.

Il simbolo del linga ha, inoltre, un’ulteriore interpretazione come rappresentazione della Trimurti, ovvero la trinità (che richiama il concetto di trinità cristiana) delle divinità supreme dell’induismo, che comprende Brahmā (il creatore), Vishnu (il preservatore) e Shiva (il distruttore), i quali mantengono il ciclo eterno della vita nel susseguirsi incessante degli eventi cosmici.

La terza divinità, Brahmā, rappresenta lo stato che anticipa la creazione, in cui non esiste ancora la dualità che si manifesta con le caratteristiche maschili e femminili. È il dio che nello stato indifferenziato che precede la creazione predispone la creazione stessa, o meglio, “l’emanazione da sé” dell’universo materiale. Nella religione indù, Brahmā non è oggetto di un culto diffuso e non ha dei templi a lui dedicati, in quanto è considerato solo come la personificazione del concetto di creazione. Vi sono invece, in India, molti santuari e riti dedicati a Vishnu a Shiva e ai loro numerosi avatara.

Esiste inoltre anche una Trimurti indù di figure femminili, composta dalle tre mogli di Brahmā, Vishnu e Shiva, rispettivamente Sarasvati, Lakshmi e Parvati, che a loro volta si indentificano come una sola divinità. Sarasvati è la dea della conoscenza, della musica, della poesia, in generale di tutte le attività intellettuali, e si manifesta coi suoi poteri nel mondo. Lakshmi è la dea della ricchezza, dell’abbondanza, della fertilità, della bellezza e del coraggio, e rappresenta l’aspetto positivo della femminilità e della sua sapienza. Parvati, invece, espressione dell’energia e del potere creativo di Shiva, ha un’ambivalenza benevola di amore e fertilità, ma è anche la dea dotata di un potere distruttivo rappresentato nelle sue forme divine e terrificanti della dea Durga e della dea Kālī.

Al di sopra di questo pantheon di divinità, l’Induismo pone l’essere infinito e assoluto del Brahman (da non confondere con Brahmā,) concepito come lo spirito universale di tutto ciò che era, è e sarà. Colui che trascende il tempo, lo spazio e la causalità al di là dei sensi umani e di ogni possibile immaginazione. Si tratta per gli indù di un’autoconoscenza che pervade la consapevolezza di tutte le entità animate e inanimate ed è l’essenza stessa dell’Induismo, che non ha rappresentazione.

L’Induismo è preceduto e prende radice da un’antica religione, il Brahmanesimo, sviluppatosi in India dal IX secolo a.C. e basato sui testi sacri dei Veda. Uno degli elementi centrali di questa religione, il rito sacrificale, venne messo in crisi dall’avvento del Buddismo e del Jainismo, che lo portarono a una trasformazione e frammentazione in una grande famiglia di comunità religiose con propri rituali, divinità e credenze specifiche. Il loro carattere indù, che si è evoluto nei millenni, ha però mantenuto come caratteristica comune e fondamentale l’accettazione dei testi sacri vedici e l’osservanza delle prescrizioni di casta nei contatti sociali.

In questo intricato contesto religioso monoteista e politeista, confluito nel moderno Induismo, anche le divinità originarie si sono frammentate in un complesso sistema di livelli sovrapposti, che però lasciano intravedere dietro i loro simboli la segreta unità della divinità indù. Per gli indù, infatti, il concetto di divino è unico ed eterno e tutte le forme e le rappresentazioni delle singole divinità, e anche degli esseri viventi, non sono che aspetti temporanei o ricorrenti emanazioni del Divino Assoluto.

 

FONTI

Klaus K. Klostermaier, Induismo, Fazi editore, Roma, 2004