La Guerra Fredda costituisce il conflitto più duraturo del secolo scorso, configurandosi come una lunghissima parentesi di oltre quarant’anni tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta dell’Impero sovietico. Nel mezzo, una serie di eventi disparati e più o meno conosciuti: dalla guerra di Corea al maccartismo, dalla crisi missilistica di Cuba al Vietnam, dalla contestazione del Sessantotto alla crisi petrolifera. Quelli citati sono solo alcuni dei fatti più noti, tutti quanti collettivamente ricompresi nello sfondo della grande opposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ovvero tra modello societario capitalista e modello comunista. La sfida non rimase tuttavia limitata ai due stati protagonisti. Pur non scontrandosi mai militarmente, USA e URSS tentarono di spartirsi il mondo per tutta la durata del conflitto, in una sorta di terribile partita a Risiko tremendamente reale. In questo modo causarono inevitabilmente una serie di eventi collaterali alla guerra fredda strettamente intesa: tra questi, uno dei più rilevanti è sicuramente l’Irangate, altrimenti noto come “scandalo degli Iran-contras”.

Nel 1980, dopo un periodo di relativa distensione tra le due grandi potenze, venne eletto alla presidenza degli Stati Uniti il repubblicano neoconservatore Ronald Reagan, che non esitò a riprendere il conflitto con gli eterni rivali riconoscendo ufficialmente agli USA il diritto di intervenire a fianco di coloro che stavano combattendo i regimi comunisti in tutto il mondo. Questa teoria fu tradotta in fatti durante il secondo mandato di Reagan, più precisamente nel biennio compreso tra il 1985 e il 1986, coinvolgendo lo stato del Nicaragua.

In questo paese dell’America centrale, infatti, i rivoluzionari comunisti avevano dato origine a una guerra civile per rovesciare il dittatore Somoza. Gli Stati Uniti intervennero allora prontamente finanziando e soprattutto rifornendo di armi i contras, nome che venne immediatamente affibbiato ai controrivoluzionari: l’aiuto statunitense si rivelò fondamentale nel determinarne la vittoria.

A causa di questa azione, gli Stati Uniti furono puniti dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986. Il Congresso americano votò dunque per tagliare i fondi ai contras, ma la CIA si occupò di organizzare una vendita segreta e illegale di armi all’Iran, il cui governo era tra l’altro colpevole di detenere alcuni ostaggi dall’ambasciata americana.

L’Irangate venne presto alla luce e causò naturalmente sdegno nell’opinione pubblica, tuttavia non fu sufficiente a far cadere il governo né, tantomeno, a fermare gli Stati Uniti dal continuare a finanziare illegalmente i guerriglieri islamici in funzione anticomunista. Solo una decina di anni dopo questi fatti, gli stessi USA non esitarono a rifornire di armi l’Iraq durante la guerra civile contro l’Iran, per poi fare dell’Iraq stesso il proprio nemico principale durante la prima e soprattutto la seconda guerra del Golfo, quando George W. Bush raccolse l’eredità neoconservatrice di Reagan alle soglie del nuovo millennio.

Lo scandalo degli Iran-contras mette dunque in luce alcuni degli atteggiamenti più aberranti – dal punto di vista politico e, soprattutto, morale – di cui i governi spesso si macchiano durante la guerra: azioni illegali, doppiogiochismo, tradimento e menzogna. Si tratta di azioni che in contesti anormali, per quanto ormai inscindibili dalla realtà contemporanea quale è sicuramente quello della guerra, vengono portate avanti a livello trasversale sia dai singoli individui che dagli Stati stessi. In questo caso, la gravità di un fatto quale l’Irangate è direttamente proporzionale alla grandezza del Paese che ne è stato responsabile.

L’evento qui menzionato è soltanto un caso esemplare di rifornimento illecito di armi da parte degli Stati Uniti – ma il discorso andrebbe esteso in generale alle forze occidentali – ai Paesi dell’area del Golfo: in questo modo non è stato fatto altro che alimentare una situazione conflittuale in un’area già di per sé estremamente instabile quale quella del Medio Oriente. Situazione a tutt’oggi ben lontano dall’essere risolta e che rappresenta certamente una delle principali preoccupazioni politiche del nostro tempo.

Senza citare teorie cospirative e senza nemmeno dover scavare troppo a fondo, appare dunque evidente e documentato il ruolo giocato da alcuni Stati nel determinare conflitti in altre parti del mondo per far prevalere i propri interessi. Ruolo che viene tuttavia prontamente dimenticato, o quanto meno occultato, da un atteggiamento ipocrita, per cui si sventola troppo facilmente la bandiera dell’appartenenza a un Occidente democratico e in quanto tale garanzia di libertà e legalità, dimenticando spesso ad arte cosa si nasconda dietro l’apparenza.

FONTI

Mario Del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il Mondo. 1776-2016, Laterza, 2017