La conferenza di ISSN e International Sport Nutrition tenutasi a inizio dicembre 2019 a Roma, di cui abbiamo già parlato qui, ha ospitato un intervento che vale la pena riportare. Quello della dottoressa Portale, esperta in nutrizione.

La Dottoressa ha portato all’attenzione del pubblico una nicchia particolare e (purtroppo) molto vasta dell’ambito sportivo: i soggetti affetti da DCA (disturbi del comportamento alimentare) e il loro modo di relazionarsi al fitness. I disturbi del comportamento alimentare sono disturbi mentali a tutti gli effetti. Sfatiamo dunque il mito secondo cui si tratterebbe solo di disturbi fisici. Quello fisico è solo uno dei tanti gravi risvolti. 

Qual è il ruolo dell’attività fisica in questo tipo di soggetti?

In questi casi si parla di iper attività fisica, e questo termine è entrato nei criteri di valutazione e riconoscimento della anoressia nervosa del 1980, e poi anche della bulimia. Questa iperattività colpisce i soggetti per due motivi: da una parte c’è la volontà di controllare la forma corporea, dall’altra c’è quella di gestire al “meglio” lo stato emotivo.

Infatti si nota che quando il paziente viene limitato nell’attività fisica, o gli si impedisce di praticarla (come avviene nel caso di grave sottopeso), il livello di ansia e di mania di controllo del cibo tende ad aumentare. Accade molto spesso che gli stessi pazienti non vedano il sovra allenamento come effettivamente eccessivo: per loro è normale, o addirittura, “dovuto“. Spesso infatti l’iper attività fisica precede l’insorgenza del disturbo alimentare vero e proprio, ed è infatti diventato uno dei “campanelli di allarme” quando si tratta di prevenire la malattia. Generalmente è osservabile che quei soggetti che praticano più attività fisica hanno anche diete particolarmente restrittive e presentano disturbi ossessivi compulsivi di vario tipo. 

Quando possiamo definire una attività fisica come eccessiva? 

Si considera l’eccesso sotto il punto di vista qualitativo e quantitativo.

Dal punto di vista qualitativo l’attività fisica è eccessiva se interferisce con le attività quotidiane (scuola, lavoro, vita sociale… ), se viene svolta in momenti inopportuni, se persiste nonostante complicazioni fisiche o malesseri e, in ultimo, se qualora non venga praticata, fa sorgere nel soggetto sensi di colpa. Infatti molti soggetti utilizzano l’attività fisica a scopo compensatorio (proprio come avviene nel vomito auto indotto nel caso della bulimia). 

A livello quantitativo, è difficile essere precisi. Oltre tre ore al giorno? Oltre le quattro? Non si può assolutamente generalizzare in dati numerici, perché c’è chi si allena diverse ore ogni giorno ed è perfettamente in salute. È una questione legata al soggetto.
L’attività fisica nel paziente ha aspetti multidimensionali difficili da misurare. Esistono test psicometrici che tentano di misurarli, ma si tratta comunque di questioni molto personali e difficili da indagare dall’esterno. In ambito sportivo si nota che i disturbi alimentari si sviluppano di più negli atleti d’élite che nella popolazione generale. Nella popolazione generale tra le donne c’è la cosiddetta “triade dell’atleta“, cioè: assenza di ciclo, poca energia da utilizzare e densità ossea bassa. 

Relazione causa – effetti

Sempre per quanto riguarda i disordini alimentari in ambito sportivo, non esistono molti studi sulla relazione causa – effetti. Esistono però studi che indagano il caso specifico del sottopeso. Alcuni sport, infatti, richiedono all’atleta di avere un certo tipo di peso.

Una eccessiva perdita di peso produce effetti negativi sul corpo e sulla performance. Arriva un punto in cui non si tratta più di perdita di massa grassa, ma di massa magra e di fluidiUn altro aspetto da indagare è la restrizione dietetica, un altro ancora il binge eating, cioè il fenomeno delle abbuffate. La messa in atto di metodiche di compenso (come il vomito auto indotto o l’abuso di diuretici e lassativi) è frequente tra gli atleti. Il Pshysical Fitness è lo stato di benessere generale.

I disturbi alimentari hanno su di questo un ruolo distruttivo. Infatti, non sempre il recupero del peso può portare di per sé al recupero del benessere fisico. Tale recupero di peso deve essere anche mantenuto. 

attività fisica

Il discorso è strettamente legato alla composizione corporea. Se c’è ridotta disponibilità di energia (perché l’intake energetico non è sufficiente), i meccanismi fisiologici si alternano, soprattutto quello endocrino. Tali alterazioni nel breve termine sembrano essere positive a livello di prestazione e di resa, ma se persistono si arriva ad una composizione corporea avversa e danneggiata in maniera profonda. Nei fenomeni di bulimia e binge eating, peso e indice di massa corporea sono molto variabili. È perciò fondamentale indagare la storia clinica di pazienti con questi tipi di disturbi: un paziente può essersi spostato da un disturbo all’altro. La sua composizione corporea risente anche della sua storia clinica. 

Ma l’iper attività può essere positiva?

Uno studio condotto all’università di Pavia su pazienti affetti di anoressia nervosa si è posto una domanda provocatoria: l’iper attività può essere positiva? 

Sono state prese in esame 100 pazienti e suddivise in due gruppi: un gruppo includeva le pazienti affette da Binge (cioè coloro che attuano metodiche di compenso), un altro quelle affette da anoressia nervosa restrittiva. Queste ultime sono state divise in coloro che fanno attività fisica e coloro che si limitano a restringere.
Questi due sottogruppi dell’anoressia nervosa differivano significativamente per peso e per indice di massa corporea, con maggiori valori presenti in coloro che praticavano attività fisica. Queste, infatti, avevano angolo di fase maggiore (è un indice importante dello stato delle cellule perché è legato all’integrità della membrana cellulare). L’ipotesi è che queste pazienti pratichino l’attività fisica e la interpretino come metodica di compenso. Questo le fa sentire autorizzate a mangiare di più. 

Ciò, ha puntualizzato la dottoressa, non significa che l’iperattività fisica sia protettiva per questa malattia, anche se si nota che una attività controllata può però far bene a livello fisico e psicologico (modulare umore e ansia). Ci sono in ogni caso alcuni effetti positivi documentati a livello di letteratura scientifica.

Un programma controllato e programmato non interferisce con il refeeding. Inoltre favorisce la sfera sociale e la qualità di vita delle pazienti. È probabile che questa attività fisica possa ridurre anche alcuni pensieri ossessivi. Secondo le linee guida internazionali però, per il trattamento dei DCA, al momento nessuna presenta raccomandazioni riguardo l’attività fisica come terapia. Bisogna fare attenzione. Chi ha sottopeso grave ha bisogno di fermare o limitare fortemente l’attività fisica. Invece nelle condizioni cliniche meno gravi è importante avere un approccio multidisciplinare.

In ultima analisi, la dottoressa ha sottolineato come l’attività fisica può essere anche un argomento e un modo per entrare in empatia con i pazienti, e cercare di comprendere un po’ meglio la loro complessa soggettività.


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Immagine 1: dalla conferenza