Rallentati dalle nostre assunzioni tradizionali, viziati dalle prassi filosofiche, politiche e morali a vederci come sì parte del regno animale e naturale, ma con la clausola di un’importante superiorità metafisico-spirituale – noi umani dell’epoca moderna oscilliamo tra un’ingenua richiesta di conservazione e una rassegnata cessione ad altro del monopolio epistemico da noi stessi garantitoci fino ad oggi.

In questi anni l’umanità si trova di fronte ad un vecchio ma rinnovato problema pragmatico e spirituale. Il problema della tecnologia, i cui sviluppi fanno sempre più trasformare l’idea di una delega delle nostre attività in suo favore. In un’appropriazione delle nostre capacità da parte sua.

Il XXI secolo è l’epoca del “capitalismo delle piattaforme”, dei Big Data, del machine learning, della comunicazione istantanea e, in una parola, dell’autarchia digitale. Tentiamo di restare in equilibrio e trovare una nicchietta esistenziale in un mondo che già da sé si stabilizza, in una complessità computazionale che ridefinisce gli spazi tradizionali e informatizza ogni forma di flusso analogico continuo. Dalla tecnica umana, al mondo dell’arte, alla ricerca di piacere e giustizia, persino alla logica stessa del vecchio spazio-tempo newtoniano.

Onlife Manifesto

L’Onlife Manifesto – editato dalla popstar della filosofia Luciano Floridi, ma con la collaborazione di molti altri studiosi di fama internazionale – aiuta l’umano contemporaneo, denudato dalla colonizzazione da parte del digitale dei più disparati ambiti vitali, a discutere su quello che sembra essere un cambio di paradigma storico, una svolta escatologica che confronta l’umano di vecchia guardia con nuove entità non familiari ma sempre più meritevoli di un’attenzione ontologico-esistenziale. Il passaggio dalla distinzione tra online e vita, alla commistione dei due nell’ibrido contemporaneo dell’onlife.

onlife

L’accamparsi massivo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nei campi più disparati della forma di vita umana, neolitica, terzo-industriale, ha determinato una trasformazione profonda nel commercium delle società economicamente avanzate – quelle che, altrove, Floridi definisce “iper-storiche”.
Ha comportato persino un cambio della percezione di sé e del mondo circostante che caratterizzano gli individui appartenenti a quelle comunità.

Il problema della pervasività delle nuove tecnologie (Intelligenza Artificiale, cloud computation, blockchain, social networks…) non si limita al rimodellamento delle logiche lavorative, dell’intrattenimento o comunque delle aree “superficiali” del comportamento umano.

La sua complessità si estende persino nei luoghi delle nostre (spesso inconsapevoli) definizioni filosofiche più immediate ed essenziali. Gli antichi greci non percepivano qualcosa come la nostra individualità, la nostra “coscienza di essere uno”, ma si vedevano piuttosto in una soluzione di continuità coi tessuti sociali, naturali e del Fato.
Gli individui moderni invece si sono appunto definiti moralmente ed epistemicamente a partire da quell’immaterialità cartesiana della soggettività, per cui, se non da un’anima sostanziale, l’essere umano è definibile a partire da una “funzione spirituale immateriale, spesso razionale, sulla base di cui si sono sviluppati i cardini della moralità e del pensiero moderni.

Pensiamo alla libertà di uno e di tutti per cui hanno combattuto praticamente tutte le società occidentali, pensiamo ai diritti inalienabili dell’individuo.
Ma pensiamo anche alla soggettività scientifica baconiana, che si distanzia dalla natura per osservarla e governarla, o al ruolo dell’osservatore neutrale e in qualche modo incorporeo nella fisica moderna… Tutte queste idee erano assolutamente estranee al mondo antico, un mondo in cui il “Bene” era concepibile solo in forma cosmologica, o tuttalpiù comunitaria, e in cui la verità era esterna, appartenente all’ordine delle cose, tuttalpiù depositata nella minimale scatola percettiva dell’anima umana.

Al grido di “liberté, egalité, fraternité”, le folle dell’acropoli di Atene si sarebbero guardate sconvolte, stranite, ignoranti, attonite. Michel Foucault, nel suo ardito, spesso criticato, ma prezioso lavoro ermeneutico sulla nascita del moderno, ci aiuta a tracciare l’idea di un percorso che va dall’Ellenismo greco-romano, attraverso i Padri della Chiesa, fino al discrimine cartesiano per definire la soggettività moderna, che tutti noi, filosofi e non, intendiamo come una storia di pratiche culturali, ascetiche, teologiche, intellettuali, scientifiche e politiche.

Cos’è l’essere umano?

Un’entità razionale, materiale ma anche spirituale, libera, intelligente, creativa, potente sul resto del mondo, rispettosa degli altri esseri umani e politica solo in seconda battuta. Rimosse per un momento tutte le controversie etiche e filosofiche che si legano ad ogni singolo punto e rimosse le specificità storiche di determinate declinazioni di questa soggettività (il capitalismo, il laicismo, l’individualismo…), possiamo definire in questa estrema semplificazione l’umano moderno sulla base di cui il paradigma onlife opera la sua svolta.

Capito cos’è la vita di cui quella “forma di vita moderna” delle comunità umane, chiediamoci brevemente cos’è l’online?

Sappiamo che offline è tutta la vita degli esseri umani fino a qualche decennio fa. Il suo contrario – che, ordinariamente, intendiamo come digitale, elettronico, computazionale – indica la connessione ad una rete internet, quel piccolo gesto di connessione che ha proiettato le società del nostro secolo in un mondo radicalmente nuovo, un cosmo di immediatezza e facili scoperte.

Capiamo fin da subito che, senza la presenza di un online, la vita di un individuo del nostro secolo è come mozzata di un braccio, privata di una necessaria “mente estesa”. Senza far riferimento alla componente morale di questo panorama, vediamo come non esista gran parte della vita di un millennial senza considerare la sua frequente e spesso perenne connessione ad internet. Non esisterebbero nemmeno i presenti mercati azionari, le recenti conquiste “data-enanced” delle scienze e la possibilità di fare politica e comunicazione politica nel modo in cui lo si fa oggi.

I dati sono diventati “iper-dati”, le masse “iper-masse”, la storia “iper-storia” e le vite “iper-vite”, ossia “vite onlife.

Secondo il Manifesto, la pervasività delle ICT si misura in questi quattro punti:

  1. Lo sfocarsi del confine tra realtà e virtualità;
  2. Lo sfocarsi delle distinzioni tra umano, macchina e natura;
  3. Il passaggio da scarsità di dati ad abbondanza;
  4. Il passaggio dal primato delle entità al primato delle interazioni.

Fatte queste premesse, la questione è: come trasformare le politiche che gestiscono il buon vivere umano, spesso ancorate alle dubbie assunzioni filosofiche della modernità prima citate, nell’ordine di una razionalità che comprenda le esigenze di questo nuovo paradigma di vita onlife?

La strategia politica è cambiata, gli orizzonti legali si sono estesi e alcune vecchie utopie e distopie diventano sempre più possibili: la creatività macchinica, la democrazia diretta, i libri contabili condivisi e le automobili a guida autonoma.
La responsabilità giuridica si distribuisce e si sovrappone, la libertà si esperisce in modi nuovi, la sorveglianza “panottica” dispiega le sue possibilità. L’attenzione è sfruttata da mercati appena nati, gli utenti si “iperconnettono” tra loro e con la verità, cambia la nostra comprensione della distinzione tra pubblico e privato.

Internet è un’importante estensione dello spazio pubblico, anche quando partecipato e posseduto da attori privati.

C’è chi vede un attentato alla nostra intimità e chi auspica addirittura un’accelerazione della nostra naturalità verso un’artificialità completa delle forme di vita. Evidentemente, siamo in un mondo in cui tutto è più automatico e discreto, e quindi gli stati associativi e comportamentali delle società sono analizzabili e predicibili, oltre ad essere intrinsecamente più elastici.

In questo mondo, i firmatari del Manifesto affermano che:

Le capacità dell’attenzione sono un possesso finito, prezioso e raro.

E che quindi debbano essere protette da politiche adeguate, pena una forma secolarizzata e attendibile di “rivolta delle macchine”.


FONTI

L. Floridi, The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era, Springer, Londra, 2015.