Tra i vari studiosi, antropologi e filosofi che nel XX secolo si sono dedicati allo studio della religione e delle sue origini, emerge la figura del filosofo René Girard (1923-2015). La religione, vista come motore iniziale della cultura e del sapere, viene esplorata da Girard dentro un modello originale basato su premesse etologiche ed etnologiche che fanno riferimento a due principi fondamentali, su cui si fondano le sue intuizioni e le sue teorie.

Della sua analisi, che parte dalle teorie darwiniane sull’origine del mondo, rimane fondamentale il caposaldo del “desiderio mimetico”: una legge universale del comportamento umano teorizzata a partire dalle sue riflessioni sul realismo mimetico dei romanzi in letteratura. Il suo primo libro, Menzogna Romantica e Verità Romanzesca del 1961, attraverso la lettura dei principali capolavori della letteratura moderna mostra l’ipotesi mimetica del desiderio umano che, secondo Girard, nasce sempre dall’imitazione del desiderio di un’altra persona e che rappresenta appunto un modello da imitare. L’oggetto del desiderio in sé scompare di fronte alla nascita di una imitazione che ha la tendenza a creare da subito l’antagonismo e la conflittualità fra il soggetto e un altro soggetto per l’acquisizione dello stesso oggetto del desiderio.

Girad ricostruisce una struttura dell’imitazione a doppio vincolo in cui il modello da imitare rappresenta anche il rivale e diventa la base di qualsiasi modalità di trasmissione culturale. Ciò che muove il desiderio, secondo Girard, diventa l’invidia nei confronti della persona che possiede l’oggetto del desiderio, oppure la soddisfazione che l’altro non riesca a possedere l’oggetto del suo desiderio. Nelle grandi opere romanzesche di Shakespeare, Stendhal, Proust, Cervantes o Dostoevskij, Girard individua questo meccanismo triangolare di un soggetto e di un oggetto che diventa modello di imitazione del desiderio dell’altro.

Si tratta di una teoria che mette in discussione anche la teoria moderna dell’individualismo, quella di un uomo razionale apparentemente libero nella sua volontà autonoma di desiderare. Per Girard, invece, l’eroe letterario romantico viene smascherato appunto nella verità romanzesca che rivela lo schema di desiderio mimetico che non riusciamo a cogliere nella realtà.

Emma Bovary di Flaubert desidera quello che i modelli romantici le suggeriscono di desiderare, il Jean Sorel di Stendhal in Il Rosso e il Nero usa il modello delle Memorie di Sant’Elena di Bonaparte per il suo riscatto, Cervantes con Don Chisciotte imita il suo modello amoroso di Armadigi di Gaula e l’amante de L’eterno Marito di Dostoevskij è il rivale che indica cosa desiderare e che nel contempo vuole sottrarcelo.

Sono gli esempi del desiderio che scopre la sua natura, triangolare e non lineare come ingenuamente tendiamo a credere, di soggetto e oggetto. Si desidera qualcosa non per le sue qualità intrinseche ma come oggetto di qualcun altro che si fa mediatore del mio desiderio. Si tratta quindi di una teoria che nella sua semplice complessità riconduce le strutture dell’Io a quelle della socialità e in cui si scatena la battaglia che ognuno conduce per dimostrarsi superiore al proprio modello-rivale.

La seconda intuizione di Girard, a partire dal desiderio imitativo dei singoli individui che si diffonde nella socialità, evidenzia un altro fenomeno di violenza parossistica, che si espande attraverso le dinamiche di vendetta e di sopraffazione reciproca provocate dalla mimesi all’interno di un gruppo. Tale aggressività ha trovato, secondo Girard, un meccanismo naturale di controllo nel sacrificio di un capro espiatorio.

Nel suo libro, La Violenza e il Sacro del 1972, Girard, infatti, individua nell’ascesa evolutiva dell’uomo un meccanismo di difesa e di riconciliazione dall’aggressività mimetica che tende ad incanalare la violenza collettiva contro un singolo individuo ritenuto responsabile di una qualunque crisi sociale. Un semplice capro espiatorio da sacrificare per ritrovare la pace sociale attraverso una ritualizzazione che tramite norme, sanzioni e tabù diventa il motore originario della cultura e della religione.

Dall’origine del termine capro espiatorio nella Bibbia, in cui nel Levitico si parla di un rito compiuto dal sommo sacerdote nel quale tutti i peccati della comunità vengono riversati in modo simbolico su una capra, Girard trae una definizione più contemporanea: il capro espiatorio è un essere umano o un animale che sia capace di attirare su di sé le colpe della comunità e il cui sacrificio è in grado di riportare la calma in un gruppo dominato dalla violenza di un conflitto mimetico.

Nella tragedia di Sofocle, Edipo Re, viene rappresentato l’esempio classico di questo meccanismo del capro espiatorio. Edipo, infatti, diventa la vittima sacrificale di una crisi collettiva che cerca il colpevole della peste abbattutasi sulla città di Tebe. Il mito di Edipo, sotto il velo nascosto del parricidio e dell’incesto, sposta la violenza fratricida che coinvolge tutta la comunità della città su di un unico colpevole, Edipo appunto, che rappresenta la vittima inconsapevole e innocente degli eventi che lo coinvolgono.

Il sacrificio di un capro espiatorio diventa un elemento sostitutivo della violenza che spesso non è la causa di quella violenza ma è l’elemento vulnerabile su cui riversare e sublimare la violenza che altrimenti porterebbe la società al collasso. Attraverso la funzione del mito delle società antiche e l’assenza di un sistema giudiziario ben strutturato si consente al sacrificio di diventare l’elemento che fa da contenimento alla violenza collettiva. La religione nasce e si ritualizza nelle comunità arcaiche come modello intuitivo di prevenzione contro lo scatenarsi della violenza collettiva. Attraverso un atto violento di sacrificio umano o animale, in cui l’oggetto sacrificale viene successivamente trasformato in sacro attraverso il rito, si innescano i meccanismi ripetitivi e simbolici che mantengono la pace sociale.

L’elemento religioso ha poi trasformato il mito nel rito, con i suoi rituali iterativi che hanno la funzione di rinnovare il meccanismo del capro espiatorio e mantenere la violenza fuori della comunità senza ricadere nel rischio della vendetta. È da questo meccanismo religioso e sacrificale dei miti d’origine che trova fondamento la tesi di Girard per cui l’uccisione sacrificale di una vittima divina da parte della comunità e di conseguenza la trasformazione della violenza in sacro ha contribuito alla creazione della nostra cultura.

La Violenza e il Sacro diviene quindi un testo teoretico di interpretazione del sacrificio di un capro espiatorio come evento originario che gli individui hanno messo in atto per tenere sotto controllo la loro conflittualità mimetica. In tutte le narrazioni mitiche del sacrificio Girard identifica l’esistenza di alcuni elementi ricorrenti quali: il sorgere di una crisi violenta, l’identificazione di un colpevole, la sua uccisione collettiva, la ricostruzione della pace sociale e la divinizzazione della vittima.

Da questa ultima considerazione paradossale prende avvio anche un’altra provocazione girardiana sul cristianesimo e sul suo impatto sulla storia culturale dell’occidente. Girard infatti sostiene che il cristianesimo e i vangeli siano la presa di coscienza culturale e morale della natura sacrificale della società e della matrice violenta che ha dato origine all’ordine culturale. Il sacrificio di Cristo infatti si pone come momento di rottura del meccanismo simbolico-religioso su cui si basavano le società arcaiche.

Cristo non è più il capro espiatorio e la vittima propiziatoria forzata, ma rivela a tutti la sua innocenza come agnello di Dio che salva il mondo con la sua rivelazione. La crocifissione di Cristo significa che il meccanismo della vittima non può più funzionare perché nessuno può credere che il Gesù dei vangeli sia colpevole. Il cristianesimo mette quindi in crisi il modello fino ad allora funzionante di trovare sempre nuovi capri espiatori di colpevoli ma che in realtà sono innocenti. Il messaggio di Cristo rivela, per Girard, il meccanismo del capro espiatorio, delle vittime innocenti e della necessità del loro sacrificio per risolvere i conflitti e le crisi comunitarie.

La centralità posta dal cristianesimo nella cultura contemporanea per le vittime di guerra, di ingiustizie sociali, di persecuzioni politiche e discriminazione razziale, religiosa e sessuale, non ha tuttavia ancora sconfitto il pericolo di ricadere nel meccanismo ancestrale della logica sacrificale sempre in agguato nei comportamenti umani. La compassione verso la vittima come significato più profondo del cristianesimo è ancora una possibilità di salvezza che Girard non esclude di concedere all’uomo, attraverso tutte le vie di una non violenza e di un riferimento diretto all’imitazione di Cristo.

Antropologia e religione, scienza e cristianesimo, ragione e spiritualità, violenza e sacralità: sono antinomie che Girard ha tentato di riconciliare attraverso le sue teorie dell’origine del sacro e dell’evoluzione culturale. I suoi testi, che ancora permangono nella loro originalità nel dibattito filosofico e intellettuale contemporaneo, si propongono alla lettura offrendo un percorso e una tesi interpretativa, anche attraverso un serio approccio antropologico, che vuole mostrare lo sviluppo di una possibile teoria della religione e della sua origine.

 

FONTI

René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani, Milano, 2018

René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano, 2017