La parità di genere non si può dire raggiunta in quasi nessuno degli aspetti della nostra società. Gli sforzi da fare sono ancora tanti. Una battaglia particolare la si combatte con le parole – nel vero senso del termine: riguarda il cosiddetto linguaggio di genere, quel settore dei gender studies che si applica alla linguistica. Ma la lingua è un campo particolare su cui cercare di recuperare terreno.

Cultura e lingua in movimento

Sembra ovvio dirlo, ma spesso lo si dimentica: le lingue sono strumento per la comunicazione. Come tali, assecondano le esigenze dei parlanti per essere funzionali ed efficaci, tant’è che le vediamo cambiare nel tempo e nello spazio, anche a seconda dei cambiamenti culturali.

È per questo che molte lingue del mondo si sono affacciate negli ultimi decenni al problema del sessismo linguistico. Solo ora che la sensibilità delle persone è mutata, e anche la realtà sociale in cui vivono, si storce il naso di fronte a espressioni androcentriche come “a misura d’uomo”, “fratellanza”, “Chiara e Matteo sono andati a casa” e così via. Solo ora che la società non conosce esclusivamente sindaci, avvocati, consiglieri uomini, ci si chiede come chiamare i corrispettivi femminili. Il tema può sembrare di nicchia, ma ha la sua sottile importanza. Il linguista Francesco Sabatini, come molti altri colleghi, osserva che:

la lingua non è il riflesso diretto dei fatti reali, ma esprime la nostra visione dei fatti; inoltre, fissandosi in certe forme, in notevole misura condiziona e guida tale visione.

Nomi di mestiere

In alcuni casi, come quello di molti nomi di mestiere, la soluzione non è stata difficile da trovare. 

Vi sono nomi a cui è bastato modificare la desinenza maschile -o/-e nella femminile -a, come per “deputata”, “ministra”, “consigliera” e “ragioniera”.
Oppure i
nomi epiceni, cioè invariabili, a cui va cambiato solo l’articolo e si avranno “il giornalista / la giornalista” e “un insegnante / un’insegnante”.
Per altri sostantivi sono stati sfruttati
suffissi, per formare femminili del tipo “professoressa” e “ambasciatrice”.

Ma per molti altri termini stentano ad affermarsi delle forme dedicate, vuoi per l’effetto cacofonico che ancora hanno alle nostre orecchie, vuoi per l’impiego spesso canzonatorio che se ne fa. Un problema più socio-culturale che linguistico, e che dunque si può sperare venga meno al crescere della sensibilità verso il tema. Così “architetta” e “chirurga” sono possibili, ma non ancora preferite al corrispettivo maschile.

lingua

Stilemi

C’è poi il problema delle locuzioni riferite a gruppi di persone che comprendono uomini e donne, come “Gentili studenti” o “Ciao a tutti”. Per ora la regola è che gli accordi di genere vanno al maschile anche con una maggioranza di referenti femminili. Se ci teniamo a esplicitare il riferimento ad entrambi i generi, la soluzione è “Gentili studentesse e studenti”, cioè usare due termini (variamente ordinati). Una forma neutra e unica, come l’inglese “Dear students”, l’italiano spesso semplicemente non la conosce. Possiamo ovviare con perifrasi come “chi studia” o “le persone che studiano”, che però non si adattano a tutti i contesti (come quello di intestazione di una lettera preso in esempio). 

C’è poi chi propone l’asterisco in fin di parola: è ormai frequente leggere “Ciao a tutt*”, “compagn*”, “ragazz*” e così via. Ammesso che sia una soluzione valida per il mezzo scritto, viene da chiedersi come possa funzionare a livello orale. Avrebbe senso semplicemente interromperci senza pronunciare la vocale finale? Forse piuttosto suonerebbe come una soluzione artificiosa, quasi “calata dall’alto”. 

Politically correct

Quando il mutamento non è spontaneo e naturale, cresce la probabilità che sia presto abbandonato. 

La lingua è frutto delle sedimentazioni culturali che si sono andate via via stratificando nel corso delle generazioni: oggi sappiamo che l’influenza è causata da un virus (non dall’influsso degli astri), scriviamo con penne che non hanno più nulla in comune con le piume degli uccelli, le carrozze degli Eurostar si chiamano così benché non siano trainate da cavalli.

Allo stesso modo, prosegue Luca Serianni, non ha senso passare al vaglio di una revisione forzata e sacrificata ogni stilema. Se si è consolidato nell’uso e non sottintende una discriminazione, si rischia davvero di dar vita a “formulazioni impacciate e innaturali” in nome del politicamente corretto.

Proposte

Non molti lo sanno, ma lo Stato italiano si pose il problema della parità di genere nella lingua già negli anni ‘80. Nel 1987 e nel 1993, infatti, la Presidenza del Consiglio dei ministri fece uscire un libretto a cura di Alma Sabatini dal titolo Il sessismo nella lingua italiana. Con esso si aprono riflessione e dibattito sull’italiano e la necessità di rinnovarlo. Venivano riportati e analizzati i dati di una ricerca condotta sulla lingua in uso nella stampa. Nella presentazione la Presidente della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità tra uomo e donna Elena Marinucci scrive:

le ricercatrici dimostrano come l’universo linguistico sia organizzato attorno all’uomo, mentre la donna continua ad essere presentata con immagini stereotipate e riduttive, che non corrispondono più alla realtà di una società in movimento.

Il volume avanza anche delle proposte circa l’uso più corretto delle nostre risorse linguistiche, alcune delle quali hanno da allora avuto fortuna, altre che sembrano tutt’ora poco applicabili.

Per citarne qualcuna:

  • non usare sempre «uomo» e «uomini» in senso universale (ma sostituirli, quando possibile: “diritti dell’uomo” con “diritti umani”; “il re governa su dieci milioni di uomini” con “…milioni di persone” e così via”)
  • accordare il participio passato al genere dell’ultimo termine soggetto o a quello largamente maggioritario (“ragazzi e ragazze erano andate alla festa”, “Maria, Giulia, Cecilia e Giovanni si erano fermate”)
  • non citare le donne come categoria a parte (come nella frase “Napoli operaia, ma anche studenti, donne, disoccupati…)
  • evitare il termine “signora” quando può essere sostituito dal titolo, cosa che avviene normalmente per gli uomini (“la dottoressa Rossi”).
Bisogna bilanciare

Non è possibile prevedere come effettivamente cambierà la nostra lingua, né tanto meno imporle una direzione. Di certo non si può pretendere di spazzare via con un sol colpo le differenze tra i due generi in una lingua con una ricchezza morfologica come quella dell’italiano. In fin dei conti non ci sono riusciti secoli di storia (e in nessuno dei dialetti presenti nello Stivale!). 

Piuttosto, nel volerla sollecitare verso una maggior parità di genere bisogna innanzitutto riflettere, e molto, sull’uso che facciamo dei vari termini e su quali siano le soluzioni davvero valide. Dopo di ché, come sempre, sarà l’uso vivo a fare scuola e storia.