« Il sangue era una fine o era un inizio.»

E se i primi dodici anni di vita fossero solo una lunga convalescenza, un lento scrollamento dai persistenti residui di placenta, una veglia materna che prepara e rinforza? A dodici anni la vita si spalanca sotto i piedi, costringendo a un salto a piè pari sullo spartiacque tra infanzia e adolescenza. Un inizio che porta con sé la violenza dello strappo, dai baci della buonanotte dei genitori, dai giochi di bimba insieme all’amica del cuore, dall’immagine sbagliata di sé che rimanda lo specchio.

Valentina si trova lì, in bilico tra il vago ricordo di quella che è stata e la scoperta di quella che sarà, che già è. Lo scopre di notte, «il momento in cui arrivano le cose più nefaste», e il sangue arriva, come arriva una colpa silenziosa, da temere e da proteggere con gelosia nello scrigno di tutti i desideri sbagliati: «io ascoltai la voce, e tenni il segreto per me». La storia di Valentina è prima di tutto la narrazione di un inizio che coincide con una fine – ogni pulsione di nascita richiama un battito di morte – in un percorso torrido di svelamento degli opposti, che si possono conoscere solo con il sudore, la pelle e la solitudine dei pensieri. Francesca Manfredi, vincitrice nel 2017 del Premio Campiello Opera Prima con la raccolta Un buon posto dove stare, in L’impero della polvere (La nave di Teseo, 2019) dà prova sulla lunga battuta di una scrittura che sa andare sotto pelle, raccontando del sottratto e dell’evidente. La protagonista Valentina svela una penna, quella della sua autrice, di rara sensibilità e di forte capacità introspettiva.

L’impero della polvere è un romanzo di formazione lungo un’estate in cui Francesca Manfredi narra la realtà che corre e muta veloce sotto gli occhi, insieme a quella che persiste nascosta, rinchiusa nella mente, come perenne litania in sottotono. C’è la scoperta dell’altro, in quanto assenza, il padre – «cercavo di fare scorta di lui, per quando non ci sarebbe stato.» – e in quanto desiderio, il coetaneo e compagno di avventure Marco; la scoperta di sé, del proprio corpo e del proprio potere fattivo; la conoscenza e le prime frequentazioni del non detto, dell’oscuramento e dell’artificio della verità: «E’ che, per quanto ogni segreto abbia dello sporco in sé, quello sporco diventa irresistibile, e non basta mai». Alla sfilata di inizi tangibili adolescenziali si affianca un senso surreale di predestinazione, in cui l’inizio è come un senso del già visto, di un già vissuto che si compie misteriosamente e inevitabilmente. Un fil rouge  onnipresente nella narrazione è quello religioso, incarnato nella figura della nonna, fervente devota, e diffuso a tutto l’ambiente. Di tema biblico sono le dieci piaghe d’Egitto che inspiegabilmente si avverano nell’estate di Valentina (invasioni di rane, mosche, cavallette, zanzare, piogge e piaghe sulla pelle), un senso di colpa diffuso e serpeggiante e l’impianto di una famiglia matriarcale formata da nonna, mamma e figlia, che compongono un microcosmo serrato, portatore di forze oscure, stregonesche e al quale i maschi non possono avere accesso: «Siamo donne. Generiamo altre donne. I maschi non durano».

Un ruolo di rilevanza nella narrazione è ricoperto anche dall’ambientazione: «la casa cieca», dettasi anche «la casa maledetta» o «la casa dei mille piedi», protagonista del romanzo quanto i personaggi che la abitano. Luogo letterario, la casa ha un’architettura animata, che palpita e che sanguina come un umano. In un’analogia lunga tutta la narrazione, l’abitazione è legata in modo viscerale alla protagonista, partendo dall’iniziale simmetria osmotica tra il sangue che sorprende di notte Valentina e il sangue ferroso di una crepa che in contemporanea sgorga sul muro della camera:

«La casa era silenziosa. La crepa nel muro di fronte al mio letto, che scendeva lungo un angolo fino a metà parete, avevo preso a sanguinare».  

La crepa della casa, che sul corpo fisico ed emotivo di Valentina diventa «una crepa nascosta che scorreva tra me e loro e mi faceva star bene», è presagio di un lento e inarrestabile sgretolamento. L’epilogo è inevitabile, predestinato, per l’appunto, già dal titolo,  che anticipa il crollo e la maceria e il ritorno in cenere, in polvere, per un nuovo inizio nel mondo.


FONTI:

Francesca Manfredi, L’impero della polvere,  La nave di Teseo, 2019.