La parabola esistenziale del wrestler Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) segue una traiettoria tanto ricorrente quanto dolorosa: l’ascesa, la gloria, la caduta e il declino. È credenza comune che nel mondo dello sport-entartainment tutto sia programmato e studiato a tavolino: una volta spenti i riflettori e abbandonato il ring, però, l’atleta si ritrova a combattere la battaglia più sanguinosa e imprevedibile, quella contro i propri demoni, gli unici in grado di mandarlo definitivamente al tappeto.

Once we were kings

The Wrestler, pellicola del 2008 diretta da Darren Aronofsky e vincitrice del Leone d’Oro al Festival di Venezia, ripercorre amaramente la vicenda di un uomo che non riesce a rassegnarsi all’inesorabile scorrere del tempo. Randy, lottatore un tempo affermato e acclamato dalla folla, prosegue la propria decennale carriera esibendosi sporadicamente nei circuiti indipendenti e nei palazzetti liceali. Dal Madison Square Garden alla palestra della scuola: non più giovanissimo, il fighter si ritrova a lavorare come magazziniere, a vivere in un prefabbricato e a dormire in auto, quando i soldi non bastano per l’affitto.

Il wrestling è tutta la sua vita: sentire il pubblico che ancora urla il suo nome è l’unica scarica di adrenalina che gli permette di andare avanti. Fuori dal quadrato, invece, la sua esistenza sta rovinosamente andando a rotoli: ridotto in miseria, separato dalla moglie e odiato dalla figlia Stephanie per non essere mai stato un padre presente, l’uomo è assiduo frequentatore dei night club, nei quali cerca di alleviare la propria solitudine tra strip-tease e alcolici. Non bastasse tutto questo, dopo un incontro hardcore particolarmente brutale, Randy si accascia nello spogliatoio per un infarto: il suo cuore non regge più questi ritmi e l’abuso smodato di sostanze dopanti, steroidi e droghe ha contribuito al collasso.

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Accettare e accettarsi

La diagnosi medica non lascia speranze: addio all’attività agonistica. Il mondo sembra crollare addosso al lottatore: tutta la sua carriera, anni di sacrifici e di conquiste, tutto improvvisamente pare destinato a svanire nel nulla. Cambiare vita, questa è l’unica strada possibile. Così il wrestler trova lavoro al bancone di un supermarket, cerca di riallacciare i rapporti con la figlia e si illude di poter intraprendere una relazione con Cassidy, una ballerina di lap-dance. Il ricovero in ospedale ha minato alle fondamenta ogni convinzione: l’invincibilità sul ring è solo un lontano ricordo, ora la più grande paura è quella di rimanere solo, abbandonato al proprio destino.

Tu hai ragione, lo so. Avrei dovuto essere io a prendermi cura di tutte le cose. Avrei dovuto essere io a fare in modo che tutti stessimo bene. Ma purtroppo non è andata così, e me ne sono andato, ti ho abbandonata. […] Ho provato a dimenticarmi di te, ho provato a far finta perfino che tu non esistessi. Ma non ci riesco. Tu sei mia figlia, sei la mia bambina. E adesso… sono un vecchio pezzo di carne maciullata, e sono solo. E me lo merito di essere solo. Vorrei soltanto che tu non mi odiassi.

E, quando i pezzi del puzzle sembrano in procinto di ricomporsi e formare un rinnovato quadro di rapporti affettivi e familiari, tutto crolla nuovamente. Cassidy, madre di un bambino, non riesce a fidarsi dell’uomo che, per dimenticare il rifiuto della donna, si lascia andare a una serata di eccessi con una ragazza incontrata in un bar: così facendo però dimentica l’appuntamento a cena con Stephanie che, dopo l’ennesima delusione, recide ogni residuo legame con il padre. La goccia che fa traboccare il vaso, tuttavia, viene versata sul luogo di lavoro: un cliente, infatti, riconosce il lottatore che, dopo aver più volte negato la sua identità, in un impeto di rabbia sferra un pugno all’affettatrice, ferendosi gravemente alla mano.

Che fine triste per Randy “The Ram” Robinson, dalle arene più prestigiose degli Stati Uniti al bancone di un supermarket: il wrestler non può accettarlo, al desiderio di essere ricordato in eterno subentra ora la volontà di sparire in un istante. Non ha più nulla da perdere, la decisione ormai è presa: combatterà un’ultima volta, contro lo stesso “Ayatollah” che aveva sconfitto vent’anni prima in un match leggendario.

Allo specchio

L’ultimo momento di gloria, il naturale epilogo della sua carriera: il ring è la casa di Randy. Lì ha vissuto gioie e dolori, lì ha sentito la folla inneggiare calorosamente il suo nome, lì tutto è iniziato e lì tutto finirà. Intenso, drammatico, pieno di passione per la disciplina, il discorso finale del wrestler al pubblico è un concentrato di dolore e gratitudine:

Voglio solo dire a tutti voi che stasera sono particolarmente felice di essere qui. Molte persone mi hanno detto che non avrei più potuto combattere, ma non so fare altro. Se vivi sempre al massimo e spingi al massimo e bruci la candela dai due lati ne paghi il prezzo prima o poi. Sapete, nella vita si può perdere tutto ciò che si ama e tutti quelli che ci amano. Infatti non ci sento più come una volta, dimentico le cose, e non sono bello come un tempo. Però, maledizione, sono ancora qui, e sono “The Ram”. È vero, il tempo è passato, il tempo è passato e hanno cominciato a dire: “È finito, non ha futuro, è un perdente, non ce la fa più”. Ma sapete che vi dico? Gli unici che potranno dirmi quando non sarò più all’altezza siete tutti voi. È per tutti voi, è per tutti voi che vale la pena di continuare a combattere perché siete la mia famiglia. Vi amo tutti! Grazie infinite.

Nessuno avrebbe saputo caratterizzare la figura di Randy “The Ram” Robinson meglio di Mickey Rourke, seppur inizialmente lo sceneggiatore Robert D. Siegel vedesse Nicolas Cage come protagonista: i parallelismi tra la vita sregolata dell’attore newyorkese e quella del suo personaggio conferiscono al lungometraggio un alone di predestinazione. Ex pugile, un’infanzia difficile tra i sobborghi di Miami, i primi successi degli anni Ottanta sono seguiti da vicende controverse di droga e affiliazioni criminali. Un decennio di purgatorio e di scelte sbagliate. Poi, nel 2008, la redenzione con la nomination al Premio Oscar come Miglior attore protagonista per l’interpretazione in questa pellicola. Ed ecco che, mentre Randy sale sulla terza corda per eseguire la sua finisher, la “Ram Jam”, anche Mickey è pronto a tuffarsi con lui: l’ultimo volo a mezz’aria, la gloria è a un passo. La telecamera stacca l’inquadratura, il boato del pubblico accompagna il pinfall definitivo: 1,2,3.