Qual è il costo del razzismo sul cuore umano? Che prezzo pagano i lavoratori nella nostra cultura consumistica? Come si fa a sopravvivere in un mondo brutale senza diventare parte della brutalità? Queste sono le domande a cui Nana Kwame Adjei-Brenyah risponde nella sua provocatoria e potente raccolta di storie brevi Friday Black, edita SUR.

Un’ottantina di persone si riversano dentro l’ingresso come una mandria di bufali impazziti, facendosi largo con le unghie e con i denti. scansando stand e corpi. Avete mai visto la gente che scappa da un incendio o da una sparatoria? È identico, solo con meno paura e più fame.

Il terreno da cui germina l’ispirazione per Friday Black altro non è che la società americana contemporanea, intrisa di contraddizioni, esagerazioni e questioni — come quella razziale — ancora aperte. L’autore indaga nello specifico la componente inconscia della mentalità di massa, il sostrato dell’istinto di sopravvivenza che è pronto a prendere il sopravvento qualora la società civile avesse un cedimento. Dopotutto non è difficile cogliere una somiglianza, per disappunto o semplice capacità di osservazione, tra le masse di consumatori che invadono i centri commerciali americani in occasione del Black Friday e una mandria di bovini o un gregge di pecore; l’analisi compiuta da Kwame Adjei-Brenyah, tuttavia, utilizza con successo e in senso critico gli espedienti narrativi della distopia e dell’horror per evidenziare la brutalità intrinseca nella società consumistica.

Friday Black è stato paragonato in più istanze alla serie televisiva Black Mirror: fa, in effetti, a pieno titolo parte del filone più recente della distopia, nel quale si usa la forma narrativa del racconto breve (o del suo equivalente audiovisivo, la puntata stand-alone di telefilm) per fornire visioni di grande impatto, istantanee di mondi in cui la realtà contemporanea è deformata quel poco che basta per mettere in evidenza le possibili degenerazioni che potrebbero intervenire in un prossimo futuro. Laddove gli episodi di Black Mirror si concentrano sulle implicazioni etiche e sociali della tecnologia, i dodici racconti di Friday Black si focalizzano invece su temi scottanti di attualità: il razzismo, l’uso sconsiderato delle armi, il consumismo dilagante e le disuguaglianze di classe.

Uno dei racconti più degni di nota è sicuramente quello che apre la raccolta, “I 5 della Finkelstein”, in cui un gruppo di attivisti neri cerca di vendicare l’ennesima, clamorosa assoluzione di un omicida razzista compiendo atti di efferata violenza. Il protagonista, afroamericano così come l’autore, si trova inoltre a gestire la propria “nerezza” (Blackness) su una scala da 1 a 10, in evidente paragone con i cambi di registro comunicativo a cui la popolazione afroamericana è continuamente costretta a ricorrere per sopravvivere in una società solo apparentemente multietnica.

Nel racconto che dà il titolo al libro, “Friday Black”, Kwame Adjei-Brenyah reinterpreta invece le immagini, reali ma già di per sé terrificanti, delle masse di consumatori nei centri commerciali statunitensi durante il giorno del Black Friday trasformandole in orde di zombie ormai spogliati di ogni vestigia di umanità e devoti al solo consumo sfrenato.

Fin dalla prima volta, da quando sono stato morso, so parlare il Black Friday. O quantomeno lo capisco. Non lo parlo fluentemente, ma lo mastico. Ho dentro qualcosa di loro. Sento le persone, le taglie, il modello, la marca e il motivo. Anche se quelli non fanno altro che schiumare dalla bocca.

Un altro racconto particolarmente rilevante è “Zimmer Land”, nel quale il lettore si trova catapultato in un parco a tema, istituito apparentemente per fermare la violenza di stampo razziale, in cui i bianchi possono simulare l’uccisione di presunti malintenzionati neri, dando in realtà sfogo al proprio odio a scapito delle minoranze etniche.

“Però a te sta bene mangiare qui? Vivere qui? Questo non ti crea problemi?”, dicevo invece. Senza imbarcarmi per l’ennesima volta nel mio discorso: che era meglio che mi sparassero per finta dieci o venti milioni di volte al giorno, piuttosto che ammazzassero veramente un solo ragazzino nel mondo reale.

Gli altri racconti di Friday Black — che spaziano invece dal post-apocalittico al soprannaturale alla più classica distopia di stampo orwelliano — non sono di eguale impatto rispetto a quelli citati, ma hanno tutti in comune tra di loro due sottili, ma efficaci espedienti linguistici. Innanzitutto, c’è un ritorno costante e ciclico di scale e parametri di valutazione, per evidenziare quanto l’aspetto quantitativo prevalga su quello qualitativo nella società dei consumi; tornano inoltre, quasi ossessivamente, nomi di brand e marchi registrati.

Lo stile di scrittura dell’autore non si lascia andare a rassicuranti eufemismi, anzi è incline al black humor, mantenendo al contempo una lucidità morale che non ridicolizza i temi trattati né si lascia andare allo splatter puro. Ogni dimostrazione di violenza, ogni spargimento di sangue, ogni turbamento dato al lettore altro non è che una versione amplificata delle emozioni che si provano leggendo un giornale o guardando la televisione. La speranza, semmai, è che si acquisisca una consapevolezza sociale tale che non ci si anestetizzi davanti a immagini di sparatorie e stragi, né si ironizzi più di tanto sulla portata catastrofica delle politiche di consumo odierne.


FONTI

Nana Kwame Adjei-Brenyah, Friday Black, SUR, 2019

Friday Black | SUR

Qualche domanda a Nana Kwame Adjei-Brenyah | SUR