Viviamo in una società, in una rete d’interazioni che si distanzia sempre più da quel concetto rigido di realtà a cui il nostro passato analogico ci aveva abituati.
Ad esempio, la tradizionale concezione “strumentale” di tecnologia – per cui l’oggetto di utilizzo comune o professionale non trascendeva mai il suo ruolo di mero delegato di un’azione da me intenzionata – non ha mai dovuto fare i conti, nel lungo passato che parte dal Neolitico e si muove per tutto il resto dell’era umana, con l’attualissima e spaventosa questione della rise of machines.

È pur vero che è la nostra stessa epoca, l’epoca del “presente digitale”, a non fornirci ancora i mezzi per far fronte ai radicali sconvolgimenti della tecnica. Né per affrontare il nostro rapporto con essa. In un intrecciato e variegato oscillare tra timori luddisti, clamori cyberpunk e liberalismi tecno-anarchici, il dibattito contemporaneo sulla venuta di tecnologie finalmente “intelligenti(o pseudo-tali) si riduce troppo spesso a fantasie, misteriologie, propagande e complottismi. L’occhio analitico dell’essere umano moderno deve invece cogliere l’idea di studiare il proprio, complesso e articolato presente e restituirgli la sua sacrosanta profondità. La necessità è impellente.

Il presente digitale

Il mondo non è più, potremmo dire, il mondo della fisica Newtoniana. Non solo il virtuale ha preso il controllo della vecchia totalità socio-ontologica mondana, ai danni del materiale. È successo qualcosa che persino i più eminenti “futurologi” del passato (pensiamo a Comte, Deleuze, Marx, Orwell, etc.) avevano esitato a prevedere. La banaousìa aristotelica – quella “tecnica” manuale che degradava l’animo umano e in nulla e per nulla riusciva ad elevarsi al grado del puro intelletto e della natura – è arrivata ora o da poco a creare un’infosfera. Una realtà mediale, informativa, aleatoria e fortemente digitale che ha capacità così pervasive, ai limiti dell’invasivo, da riuscire a riscrivere le nostre dinamiche di interazione con le cose e del nostro stesso “essere-nel-mondo” (In-der Welt-sein).

Molti sono gli esempi da fare. Partendo dal piano più pragmatico, quello economico, notiamo che l’affermarsi sempre più monopolizzante delle corporation del cosiddetto Platform Capitalism (Google, Facebook, Amazon, Spotify, etc.) non basa più la sua ricchezza sulla produzione fisica, materiale. Laddove lo faccia – pensiamo agli Iphone per Apple e ad Alexa per Google – la componente hardware è solo la scorza. È il contenitore rigido di quello che il vero elemento di produzione e consumo massificato: il software, i programmi, le applicazioni, qualsiasi funzione digitale. Ciò che di fisico viene prodotto da Google non è altro che il residuo di una convenienza newtoniana di infilare lo spirito in una macchina. Ben sapendo tuttavia che la vera innovazione, la vera ricchezza, non è nei bulloni e nelle lamine, ma nelle nuove e agilissime potenzialità di calcolo.

digitale

Pensiamo alla finanza.

Avete visto di recente un broker che compra-vende dal suo vecchio Motorola? No.
Questo perché anche i processi legati ai mercati finanziari sono computerizzati, digitalizzati e persino, per la stragrande parte, automatizzati. Si pensi poi alla ricerca scientifica, con gli esempi eminenti della cosmologia e della genetica. Queste discipline hanno colto l’occasione dei Big Data digitali per riscrivere daccapo il loro patrimonio di conoscenze e per evolversi su piani fino ad allora inconcepibili.

Pensiamo poi alle scienze sociali e della comunicazione.  Sono diventate praticamente nuove forme di sapere da quando sono disponibili algoritmi di classificazione e regressione machine learning, banche dati incommensurabili e piattaforme aperte da cui trarre quantità smodate di features sul comportamento umano e creare tassonomie dettagliate e particolareggiate.

Insomma: il mondo non si costruisce più con martello e cacciavite e non si studia più con carta e penna. Il digitale è arrivato alla compiuta affermazione della sua potenza sostituendo praticamente del tutto l’analogico. E hanno dato di conseguenza alle macchine capaci di computare le infinite e complesse informazioni che le nuove tecnologie traggono dal mondo un potere sempre più umano, sempre più mentale.

Dal Neolitico alle rivoluzioni industriali, è stato nostro preciso intento delegare tutti i compiti fisici più faticosi, ripetitivi e degradanti a qualche strumento, in modo tale da poter lasciare libera la nostra testa (la nostra mente) di pensare, immaginare, progettare e persino oziare. Un sogno, un’immagine, tuttavia, si è fatto realtà nelle moderne società capitalistiche globalizzate: la delega del lavoro mentale.

Parliamo di “capitalismo” e “globalizzazione” perché si tratta molto spesso di impulsi privati, relativi soprattutto alle aziende sopra citate, che non trovano le proprie ragioni in astratti ideali di transumanesimo, utopie tecnologiche o sfide intellettuali, ma prevalentemente e quasi del tutto nel profitto economico e nell’allargamento del monopolio in senso orizzontale e verticale. È da queste ambiziose e controverse origini che nascono le grandi iniziative contemporanee in direzione di quel concetto che è il vero protagonista di questo straordinaria accelerazione tecnologica: l’intelligent machine.

L’intelligenza artificiale

Più o meno tutti sappiamo cosa s’intenda ordinariamente con macchina intelligente o intelligenza artificiale. Un meccanismo che implementa un programma in grado apprendere autonomamente a partire da esperienze. In grado di svolgere le azioni che tendenzialmente ogni essere umano è in grado di svolgere. Capace di migliorarsi ricorsivamente. In grado – chissà – di raggiungere un livello di intelligenza superiore a quello umano. Fatto sta che non esiste ancora nulla come un’intelligenza artificiale in senso stretto.

Tuttavia – e questo è il dato storico saliente della nostra epoca – si sono create le condizioni tecnologiche per pensare a qualcosa del genere. Enormi quantità di dati per l’apprendimento, un’incredibile potenza di calcolo, algoritmi efficienti. La nostra epoca contempla come scenario ciò che fino a poco tempo fa era considerabile mera fantascienza, come un’intelligenza in silicio.

È proprio nella terra del silicio, la Sylicon Valley, che pulsa il cuore di questi nuovi panorami del progresso. È stata l’iniziativa dei privati ad aver condotto ad una situazione di stupore tecnologico e, allo stesso tempo, di temibile accrescimento delle differenze economiche e sociali.
Le affascinanti formule binomie di Artificial Intelligence, Big Data, Machine Learning e Industry 4.0 non sono in fondo che il prodotto di un unico, nuovo soggetto storico: il sopracitato Platform Capitalism.

Facebook

Prendiamo il solito esempio, quello di Facebook. La piattaforma di cui si serve è aperta: l’iscrizione e la fruizione sono gratuite. Si è liberi di postare e divulgare informazioni in maniera del tutto gratuita. I dati che immettiamo in questa grande rete hanno un valore d’uso molto relativo e un valore di mercato spesso pari a zero. Se un’azienda volesse comprare informazioni su di me, queste assumerebbero un valore di neanche un dollaro.

È possibile, tuttavia, per la corporation di Zuckerberg, trasformare dei dati impregnati semplicemente di un accidentale valore d’uso e poco valore di mercato. Questo per creare un nuovo mercato, un organismo che si basa sulla quantità piuttosto che sul singolo. Si crea così un nuovo valore di rete, e più sono i nodi del network, più esso vale. È la quantità ad arricchire queste corporation, non tanto la qualità. Ma più sono gli elementi in gioco in questi grandi insiemi di dati, più i legami che si instaurano tra di loro sono complessi.

È così che si crea un circolo virtuoso, alla base del progresso algoritmico-tecnologico dei nostri giorni. Più sono i dati, più c’è bisogno di algoritmi autonomi in grado di manipolarli, etichettarli conservarli, etc. Più dati vengono sottoposti a questi algoritmi, più gli algoritmi migliorano e riducono il margine di errore.

La questione etico-morale della privacy

La straordinaria rivoluzione digitale che viviamo in questi anni è in generale il prodotto di due fattori: la crescita tecnologica esponenziale e l’investimento dei privati. Poiché questi gestiscono la mole di Big Data che alimenta le nuove tecnologie quantitative, si manifesta in maniera sempre più incombente la questione etico-morale della privacy. È solo dove c’è il “privato” (informazioni, beni materiali, closed service…) che è possibile generare ricchezza.

Ma le grandi corporation come Facebook privatizzano dati che originariamente sono nostri valori d’uso, per i quali spesso non diamo un’autorizzazione diretta per l’utilizzo commerciale o scientifico. Nemmeno è possibile fare dei cookie e delle richieste di sottoscrizione delle norme sulla privacy un appropriato mezzo di giustificazione di questa trasformazione dei valori d’uso in valore di rete.
Infatti le ICT (Information and Communication Technologies) sono diventate talmente pervasive nelle società presenti da far correre il rischio, a chi non vi partecipi, di un principio di alienazione ed estraniazione.

L’iperstoria

Questa controversa epoca di oscillazione tra morale tradizionale e morale digitale viene definita dal filosofo Luciano Floridi “iperstoria”. La preistoria esprime il come vivono le persone senza ICT, la storia appartiene alle società che hanno imparato a trasmettere e registrare informazioni, ma che incentrano la loro ricchezza su beni e materie prime d’altro tipo (energia, denaro contante, agricoltura…).
Nell’iperstoria, invece, le ICT imparano molto bene a processare le informazioni prima prevalentemente solo trasmesse e registrate. Le società umane basano inoltre sempre più la loro forma di vita, ricchezza e progresso su di esse. Ora, spiega Floridi:

Nelle interazioni uomo-computer (HCI) le ICT sono usate per creare, facilitare e migliorare le comunicazioni tra utenti umani e sistemi computazionali.

Una società, insomma, dove le nozioni di “essere umano” ed “essere macchina” si confondono con sempre più facilità.


FONTI

L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.

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