Cosa significa essere attori oggi? Una domanda banale in apparenza, eppure di complessa e inesauribile risposta. Bernardo di Chartres parlerebbe dei contemporanei come nani sulle spalle dei giganti. L’immagine rappresenta con successo l’idea di una cultura che si serve di un passato, secoli di studi e approfondimenti. Dunque gli intellettuali di oggi sembrerebbero avvantaggiati, poiché si poggiano su una tradizione compatta, che permette loro di osservare un orizzonte più ampio. Tuttavia ciò non è privo di rischi: le spalle devono infatti costituire un appoggio, un trampolino di lancio, non una base su cui adagiarsi. Lo studioso del duemila deve infatti perseguire nell’esplorazione con assiduità e curiosità. Studiare il passato per rielaborare il presente. Questa è l’idea che fonda il pensiero moderno. Il concetto, facilmente applicabile a qualunque forma di cultura, vale a maggior ragione per il teatro, una forma d’arte che si carica di più di duemila anni di storia.

Non è dunque facile essere attore oggi. Bisogna fare i conti con una tradizione teatrale che radica la sua cultura nell’antica società di Atene e si evolve nel corso dei secoli attraverso gli studi di artisti e intellettuali, fino al fecondo ‘900. Non si può dunque ignorare il ricco patrimonio di studi. Prescindere da un’attenta analisi significherebbe ostentare una conoscenza. L’attore di oggi deve perciò prima di tutto acquisire la consapevolezza della tradizione, per poi rielaborarla, facendola propria. La consapevolezza di questo “peso” non deve tuttavia manifestarsi in una mera imitazione del passato. L’attore deve “rubare” dettagli, direttive di lavoro, consigli, insegnamenti dai Maestri. Deve inserirli nel proprio repertorio e utilizzarli se necessario. L’obiettivo è produrre una sintesi personale e individuale, per costruire la propria immagine di attore.

Ogni Maestro del teatro ha da insegnare qualcosa ai giovani attori. Qualunque riflessione sul teatro possiede infatti una verità universale da rivelare, soprattutto se estratta dal contesto storico. A questo proposito, emblematico appare il caso di Diderot. Illuminista del ‘700, le sue teorie sembrano inconciliabili con la tradizione del teatro contemporaneo, soprattutto se si pensa alla radicale innovazione apportata da Stanislavskij nel ‘900. In Il paradosso dell’attore, opera-dialogo celeberrima scritta negli anni ’70 del 1700, Diderot insegna agli attori il modo per fare teatro. Per il filosofo francese il paradosso consiste proprio in questo:

È l’estrema sensibilità che fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l’infinita schiera dei cattivi attori; ed è l’assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi.

Ebbene Diderot rivoluziona nel 1700 l’approccio degli attori alla recitazione. Allontana infatti l’attore dal vincolo del cabotinage e dell’improvvisazione, introducendo un’idea di controllo assiduo dell’identità attorale sulla scena. Per essere un bravo attore non è necessario dunque essere completamente immerso nella passione del personaggio, non è necessario ciò che viene comunemente definito “immedesimazione”. L’attore sulla scena deve avere infatti un assoluto controllo di sé. Deve prima di tutto essere consapevole del proprio corpo e delle proprie emozioni e deve saperle domare come corde di uno strumento. Diderot elabora e approfondisce il concetto di “attore freddo”: un attore che è prima di tutto uno studioso dell’essere umano. Figlio dell’illuminismo, Diderot sostiene che l’attore debba usare il corpo umano sulla scena come una macchina. Egli afferma ancora:

Abbracciate tutta la complessità di un grande personaggio, dosarvi le luci e le ombre, la dolcezza e la debolezza, riuscire altrettanto bene nei punti pacati e in quelli agitati, essere variati nei dettagli, armoniosi e coerenti nell’insieme, e crearsi un sistema sostenuto di declamazione che arrivi fino al punto di salvare le stramberie del poeta: tutto questo richiede una mente lucida, una profondità critica, un gusto squisito, uno studio faticoso, una lunga esperienza.

Un attore deve essere lucido, consapevole totalmente della propria presenza sul palcoscenico. Anche se in modo apparentemente contraddittorio e lontano dalla cultura contemporanea, Diderot insegna agli attori il concetto di “autocoscienza”. L’attore è un doppio e, quando entra in scena, trasporta contemporaneamente sé stesso e il personaggio, in un dialogo continuo. Dunque, anche se travolto dalla passione, l’attore è in grado di controllare il pubblico e porsi in relazione con esso. Questo è un concetto fondamentale e vale per qualunque forma di teatro. La comunicazione con il pubblico è infatti condizione necessaria per la realizzazione dello spettacolo. Diderot dimostra dunque la validità universale degli insegnamenti dei Maestri e impone all’attore il diritto e il dovere di un confronto diretto e costante con quest’ultimi, in un dialogo corpo a corpo con la tradizione.

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