Quando si parla di album che hanno fatto scuola non si può non citare i titoli di Fabrizio De André che, come è ormai risaputo, ha composto brani capaci di far percepire cosa fossero l’amore, l’empatia, la compassione e l’accettazione del prossimo a chi non aveva mai conosciuto niente di tutto ciò.Fabrizio De André

Molti ritengono Faber stesso un vero e proprio poeta per la grande espressività che riusciva a mettere nei suoi testi, grazie a un uso delle parole sempre ponderato ma estremamente evocativo.

Ma c’è un album in particolare che ha un legame indissolubile con un pezzo di letteratura americana dei primi del Novecento: Non al denaro non all’amore né al cielo, i cui testi sono delle libere interpretazioni dell’Antologia di Spoon River del poeta Edgar Lee Masters.

Antologia di Spoon River

Come è probabile, molti di voi avranno sentito parlare di questa raccolta di poesie già da bambini, a scuola. Si tratta di un’opera molto particolare poiché racchiude in sé tutta una serie di epitaffi tramite i quali il poeta racconta della vita (e della morte) di alcuni degli abitanti di Spoon River. Questa cittadina immaginaria richiama i paesini nei quali visse Masters stesso: Lewistown e Petersburg (Illinois). Si tratta di vere e proprie poesie pubblicate fra il 1914 e il 1915 sul «Reedy’s Mirror», settimanale letterario della città di St. Louis (Missouri).

Ogni epitaffio porta il nome del defunto stesso, a eccezione dell’introduzione che si intitola The Hill – ovvero La Collina – che racconta in prima persona della propria avventura sulla terra. Questi personaggi, ispirati a reali conoscenti di Masters, fanno parte di diverse categorie sociali, ma ciò che li accomuna è la mancanza di inibizioni nel raccontare vicende delicate e personali. Questo perché la morte li ha liberati dal peso legato alla loro condizione di povertà o di precaria salute fisica e mentale o, addirittura, dall’imbarazzo di aver compiuto in vita azioni deplorevoli e meschine.

Masters vuole dare un quadro della società intera; per questo dipinge ogni classe sociale servendosi di una realtà ridotta come quella del paesino di Spoon River, le cui leggi sono poi applicabili alle dinamiche che governano il mondo intero.

Fernanda Piovano: una traduttrice coraggiosa

Passarono molti anni prima che l’Antologia potesse essere pubblicata in Italia a causa della censura che vigeva durante il ventennio fascista e che impediva, nella maggior parte dei casi, la pubblicazione di autori statunitensi, soprattutto se questi nei loro scritti esprimevano idee particolarmente progressiste.

Fernanda PivanoL’opera non vide la luce nel Belpaese fino al 1943, quando venne pubblicata da Einaudi la traduzione di Fernanda Pivano (al tempo ancora giovanissima), per intercessione di Cesare Pavese. Egli ebbe l’idea di modificare leggermente il titolo dell’opera e di falsificare il nome dell’autore per aggirare la censura. L’inganno venne però smascherato dal Ministero della cultura popolare (l’organo che sotto il fascismo si occupava della censura); la Pivano venne punita col carcere per questa e anche per altre traduzioni “proibite”, come quella del romanzo Addio alle armi di Ernest Hemingway.

Ecco qui, dagli archivi Rai, il racconto che la Pivano stessa fece di quella fase della sua vita durante un’ospitata alla puntata del 7 novembre 2004 a Che tempo che fa (puntata dedicata alla memoria di Fabrizio De André). In effetti, tra i due si venne a instaurare negli anni, oltre che una collaborazione professionale, anche una sincera amicizia sostenuta da stima reciproca. Ecco come, dopo essere stato intervistato dalla traduttrice nel 1971, Fabrizio De André si rivolge a lei:

Ti sei dimenticata di rivolgermi una domanda: chi è Fernanda Pivano? Fernanda Pivano per tutti è una scrittrice. Per me è una ragazza di vent’anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario mentre la società italiana ha tutt’altra tendenza. È successo tra il 1937 e il 1941: quando questo ha significato coraggio.

Pseudo intervista di Fernanda Pivano a Edgar Lee Masters

Nel 1956, la traduttrice intraprese un viaggio negli Stati Uniti per conoscere meglio i retroscena dell’Antologia di Spoon River. Parlando con gli abitanti della zona dove l’autore statunitense aveva vissuto, e leggendo i numerosi articoli e autobiografie di Masters, la Pivano riuscì a mettere insieme abbastanza informazioni da immaginare come si sarebbe svolta un’intervista all’autore stesso, ormai defunto da sei anni. Eccone un estratto:

Pivano: Come ti è venuto in mente di scrivere l’Antologia di Spoon River?

Masters: Mentre facevo l’avvocato a Chicago e mi aggiravo nei tribunali e frequentavo la cosiddetta società, giunsi alla conclusione che il banchiere, l’avvocato, il predicatore, le antitesi del bene e del male non erano diverse nella città e nel villaggio. Cominciai a sognare di scrivere un libro su una città di campagna che avesse tanti fili e tanti tessuti connettivi da diventare la storia del mondo intero. […]

P: Quanti personaggi hai descritto nel libro?

M: Ci sono diciannove storie sviluppate in ritratti intrecciati. Ho trattato tutte le occupazioni umane consuete, tranne quelle del barbiere, del mugnaio, dello stradino, del sarto e del garagista (che sarebbe un anacronismo).

P: Quando hai cominciato a scriverlo, questo Spoon River?

M: Il dieci maggio 1914 mia madre venne a trovarmi a Chicago. Chiacchierando riandammo al passato di Lewistown e di Petersburg, rievocando personaggi e avvenimenti che mi erano sfuggiti di mente. Una domenica, dopo averla accompagnata al treno, mentre suonava la campana della chiesa e la primavera era nell’aria, scrissi La Collina e i ritratti di Fletcher McGee e Hod Putt. Mi venne quasi subito l’idea: perché non fare così un libro che avevo immaginato nel 1906, in cui volevo rappresentare il macrocosmo descrivendo il microcosmo?

Non al denaro non all’amore né al cielo

Ma torniamo all’opera di Faber: come abbiamo già accennato, il suo album Non al denaro non all’amore né al cielo (1971) si ispirava proprio ad alcuni personaggi dell’Antologia di Spoon River che il cantautore ritenne particolarmente vicini al proprio modo di pensare e di sentire. Tutte le musiche sono state scritte da Fabrizio De André e dal compositore e futuro premio Oscar Nicola Piovani (che venne premiato con l’Oscar nel 1999 per aver composto la colonna sonora del celeberrimo film di Roberto Benigni, La vita è bella). I testi, invece, sono stati curati da De André e dal suo collaboratore Giuseppe Bentivoglio.

L’album consta complessivamente di nove brani (nell’edizione in vinile troviamo cinque brani nel lato A, che sviluppano il tema dell’invidia, e quattro nel lato B, che sviluppano il tema della scienza). I titoli delle canzoni riprendono le caratteristiche di alcuni epitaffi di Masters cambiandone il titolo (l’unica canzone a riprendere esattamente il titolo dell’epitaffio al quale è ispirata è Il suonatore Jones).

Intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio De André

Fabrizio de AndréDurante un incontro con la Pivano, De André rilasciò a sua insaputa l’intervista alla quale abbiamo accennato precedentemente. Il manager di De André aveva affidato alla traduttrice il compito di ottenere un’intervista con Faber per il retro della copertina del vinile. Come era noto, però, De André non rilasciava interviste, dunque, la Pivano nascose un piccolo registratore durante un loro incontro nel quale parlarono, appunto, della genesi di questo progetto musicale. Eccone alcuni estratti:

Pivano: Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco?

Fabrizio: Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto diciotto anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare. […]

P: Le grosse manipolazioni che hai fatto sui testi sono state come delle operazioni chirurgiche per rendere il libro attuale, contemporaneo?

F: Sì. Addirittura per rendere più attuali i personaggi, per strapparli alla piccola borghesia della piccola America del 1919 e inserirli nel nostro tipo di vita sociale. Quando dico borghesia non dico baubau, dico la classe che detiene il potere e ha bisogno di conservarselo, no? Il suo potere. Ma anche nel nostro tipo di vita sociale abbiamo dei giudici che fanno i giudici per senso di rivalsa, abbiamo uno scemo di turno di cui la gente si serve per scaricare le sue frustrazioni (è tanto comodo a tutti, uno scemo…).

P: Dal libro hai scelto nove poesie, scegliendole fra le più adatte a spiegare due temi che sembravano le più insistenti costanti della vita di provincia: l’invidia (come molla del potere esercitata sugli individui e come ignoranza nei confronti degli altri) e la scienza (come contrasto tra l’aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema). Perché proprio questi due temi?

F: Per quanto riguarda l’invidia perché direi che è il sentimento umano in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività, il tentativo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitarli o addirittura superarli per possedere quello che lui non possiede e crede che gli altri posseggano. Per quanto riguarda la scienza, perché la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l’invidia e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali.

I testi a confronto

Vediamo alcuni degli epitaffi di Masters rielaborati dalla penna di Fabrizio De André.
Dopo aver introdotto il concept dell’album con La collina, trasposizione musicale di The Hill (prologo dell’Antologia), De André passa al primo personaggio: Un matto (dietro a ogni scemo c’è un villaggio), adattamento dell’epitaffio dedicato a Frank Drummer di cui riportiamo il testo:

Da una cella a questo luogo oscuro –
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Ecco, invece, alcune parti della trasposizione di Faber:

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci a esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa. […]
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria. […]
Qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c’è luce ormai nei miei pensieri. […]
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
“una morte pietosa lo strappò alla pazzia”.

A conclusione del lato A del vinile troviamo Un malato di cuore, tratto dall’epitaffio di Francis Turner. De André spiega che, come per Masters, anche per lui l’invidia è superabile solo tramite l’amore. Questo personaggio ci riesce: invidioso degli altri fin da quando era piccolo poiché, per problemi di salute, non poteva giocare e correre come loro, muore per la troppa emozione di un primo bacio e in questo gesto mette tutto il proprio coraggio, che risulta nello scavalcamento dell’invidia.
Ecco il testo di Masters:

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

Ed ecco alcuni versi tratti dal brano Un malato di cuore:

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato.
E ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato.
E ti tieni la voglia e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere il fiato. […]
Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate.
Quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate. […]
Ma che la baciai, questo sì, lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì, lo ricordo
e il mio cuore le restò sulle labbra.

Arriviamo anche alla conclusione del lato B del vinile parlando de Il suonatore Jones. La poesia di Masters ci racconta la storia di un violinista che rinuncia ad arricchirsi poiché deciso a vivere della libertà che gli dava la sua musica e, per questo motivo, arriva alla morte senza nemmeno un rimpianto:

E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita. […]
Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolio di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mano all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiamasse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

Per ragioni di metrica, nel testo di De André il violinista diventa suonatore di flauto, ma il concetto cardine che viene messo in risalto nelle diverse strofe rimane sempre lo stesso. In questo caso ci si discosta dal tema della scienza, presente nei precedenti tre brani del lato B del vinile (Un medico, Un chimico e Un ottico) per spiegare come il suonatore sia riuscito a superare vizi e virtù terrene tramite un atteggiamento di disponibilità e semplice accettazione nei confronti di ciò che la vita aveva in serbo per lui:

Libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati
a cielo e denaro, a cielo e amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze a un ballo,
per un compagno ubriaco. […]
Finii con i campi alle ortiche,
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Insomma, l’album di De André è considerato come uno degli esempi di contaminazione letteratura/musica meglio riusciti. Questo perché il cantautore genovese è riuscito a trasporre le vicende narrate in un periodo storico più vicino a quello dell’ascoltatore e a renderle, addirittura, senza tempo.

I vizi e le virtù descritte prima da Masters e poi riprese da De André, risultano ancora attuali ai giorni nostri. Possiamo affermare che l’intento dei due artisti è stato soddisfatto poiché sono riusciti, ognuno con il proprio stile personale, a racchiudere delle dinamiche universalmente valide in due microcosmi ridotti e a fare un’accurata analisi della società dell’epoca che, però, non smetterà mai di essere applicabile al presente.

CREDITS

Copertina by Lo Sbuffo

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