L’ecosistema marino è in procinto di essere distrutto: la pesca industriale minaccia ogni giorno la vita di centinaia di specie marine, che lottano per sopravvivere all’estinzione.

Il tentativo da parte di Austrialia, Francia e Unione Europea di costruire un parco marino di oltre un milione di chilometri in Antartide è stato respinto da Russia e Cina. Alla riunione della Commissione per la conservazione delle risorse marine viventi dell’Antartide (Ccamlr), a cui aderiscono 25 Paesi fra cui l’Italia, Russia e Cina hanno detto per l’ottava volta “no” al parco in Antartide.

La costruzione di questo parco permetterebbe la protezione di numerose specie marine dalla pesca industriale, attività molto praticata in Cina e Russia. Il Cremlino e Pechino hanno bocciato il progetto dell’East Antarcitc Marine Park, impedendo l’unanimità del voto per un solo motivo: quella zona gioca un ruolo centrale nella pesca industriale, fonte economica di entrambe le potenze.

L’East Antartic Marine Park avrebbe avuto la capacità di coprire tre marco-aree ben distinte, avrebbe salvaguardato gli habitat e i terreni di foraggiamento di foche, uccelli marini, balene e pinguini. L’Antartico ospita una fauna marina formata da oltre 10 mila specie: oltre gli animali già citati, vi si trovano anche una specie di calamaro e una tipologia di merluzzo ultrasfruttate dai pescherecci cinesi e russi.

Tuttavia, nonostante vi siano numerose specie e venga praticata pesca industriale, le acque dell’Oceano Antartico risultano tra le più incontaminate del mondo. Infatti sono oggetto di studio di numerosi ricercatori scientifici che ampliano il campo di ricerca sulla fauna marina, studiando non solo le peculiarità delle specie ma anche il funzionamento dell’ecosistema marino e dei mutamenti dovuti all’inquinamento e al climate change.

Questa notizia pone la luce su un aspetto ancora più importante: il commercio ittico danneggia l’ecosistema marino? A rispondere è stato uno studio della FAO: un terzo degli stock ittici commerciali è pescato a livelli biologicamente insostenibili e il 90% è sfruttato completamente. Le popolazioni di tonno rosso del Pacifico stanno per estinguersi: vi è stato uno spopolamento del 97%. Ciò è dovuto al sovra sfruttamento di questo predatore marino che ha un’importanza cruciale sul piano ecologico ed economico.

Oggi oltre il 10% delle popolazioni mondiali dipende dalla pesca per il proprio sostentamento ma recenti studi scientifici hanno evidenziato che il 90% degli stock ittici mondiali è pienamente o eccessivamente sfruttato e serve pertanto stabilire dei limiti alla pesca e regole efficaci per garantire il recupero degli stock ittici ormai al collasso.

Green Peace, un’associazione dedita alla salvaguardia e alla tutela dell’ambiente, ha analizzato la situazione degli stock ittici e degli effetti che questo mercato ha sull’ecosistema marino, dando vita a numerose battaglie, sensibilizzando l’opinione pubblica sulle diverse tipologie di pesca. Inoltre ha approfondito la ricerca evidenziando la scomparsa di diverse specie marine nell’ecosistema, a causa della non sostenibilità della pesca industriale. Come si legge dal sito di Green Peace, a raggiungere la completa estinzione è il krill:

Un’indagine condotta da Greenpeace sugli ultimi cinque anni di pesca industriale al krill in Antartide rivela che questa attività sta saccheggiando le riserve di questo piccolo gamberetto nei mari del Polo Sud. Il krill ha un ruolo chiave nella catena alimentare antartica, dato che è cibo per animali come le balene azzurre e i pinguini di Adelia. La pesca a questa specie in una delle aree più incontaminate del Pianeta è in rapida crescita. Una volta pescato, questo gamberetto viene trasformato in integratori alimentari – ad esempio le capsule di Omega 3 – in mangimi per l’acquacoltura o per gli animali domestici. Sebbene venga presentata come una delle attività di pesca meglio gestite al mondo, il rapporto di Greenpeace International “Licence to Krill” descrive uno scenario molto diverso.

Il <<National Geographic>> ha inoltre approfondito questo campo evidenziando un dato importante: i paesi che hanno assistito al crollo dei propri stock ittici, hanno inviato i propri pescherecci nelle acque territoriali di altri paesi. Ad esempio, la Cina ha inviato la propria flotta negli oceani che bagnano l’Africa. Già nel 2014, il <<National Geographic>> ha testimoniato attraverso una serie di studi che oltre la metà dei pesci catturati in alto mare nel 2014 finiva sulle imbarcazioni cinesi e di Taiwan.

Oltre a un aspetto prettamente ecologico, un altro lato da non sottovalutare sono gli investimenti spesi per questa tipologia di pesca. La Cina infatti investe oltre i 7 miliardi di dollari l’anno investendo oltre il 21% dei sussidi globali sulla pesca. Questi sussidi non coprono solo le spese di gestione della pesca sostenibile: il 73% di tali incentivi è volto al pagamento di carburante, costruzioni di barche e dispositivi non autorizzati che distruggono l’ecosistema marino. La gravità sta nel fatto che questi incentivi nella pesca non sostenibile sono raddoppiati.  

L’overfishing è un problema che i paesi dell’UE cercano di risolvere coinvolgendo i paesi extraeuropei e intavolando politiche green. L’obbiettivo è incentivare le diverse metodologie di pesca ecosostenibili per giungere entro il 2020 ad una totale trasformazione della pesca industriale. Anche la Cina infatti, nonostante il veto per la costruzione del parco marino in Antartide, si sta impegnando, come promesso dal ministro dell’agricoltura cinese nel 2017,  a ridurre il numero di navi che popolano le acque dell’Oceano Antartico.

Proteggere l’ecosistema marino rispettandone la fauna è di prioritaria importanza. Si ridurranno i costi dei sussidi alla pesca non sostenibile?