Louis-Ferdinand Céline (pseudonimo di Louis-Ferdinand Destouches), autore francese del XX secolo, è oggi considerato uno dei più influenti scrittori del Novecento. Per chi ha avuto modo di fare la sua conoscenza attraverso le sue opere, non sarà strano sentire che – oltre a essere uno dei più amati – è stato (e lo è tuttora) uno degli scrittori più odiati, controversi e spregiudicati. Céline non ha mai temuto di rappresentare la Francia e l’Europa nelle sue contraddizioni e nei suoi vizi. Non tutti però hanno saputo leggere oltre le sue parole per riconoscere nei suoi testi una critica tanto efferata quanto efficace e per questo è stato a lungo condannato e demonizzato.

Gli esordi letterari

Nato nel 1894, fece il suo ingresso nel mondo letterario nel 1932 con la sua opera più nota, Viaggio al termine della notte, nella quale descrive molto acutamente e realisticamente la società capitalistica primo-novecentesca, investita dal progresso e da tutto ciò che ne consegue. Pubblica poi diversi romanzi e un resoconto del suo viaggio nell’Unione Sovietica dal titolo Mea Culpa.

L’origine delle accuse: il Céline dei pamphlet

Céline è stato a lungo giudicato negativamente per i suoi tre pamphlet dai titoli Bagatelles pour un massacre (1937), L’école des cadavres (1938), Les beaux draps (1941), in cui traspare chiaramente un’ideologia antisemita. In particolare, Bagatelles costituisce uno “sfogo” dell’autore contro l’influenza ebraica in Francia e contro l’imminente guerra. Tuttavia, anche se a lungo si è pensato che il termine “massacre” fosse riferito agli ebrei – come una profezia dell’orrore che pochi anni più tardi sarebbe stato perpetrato dai nazisti – in realtà si tratta del massacro della guerra, contro la quale Céline polemizza anche nel Voyage.
L’autore scrisse Bagatelles con uno scopo preciso: impedire che la Francia partecipasse alla guerra, perché non aveva le forze necessarie per sostenerla.
L’école des cadavres, invece, denuncia la rovina della nazione, a suo dire causata dagli ebrei, dai comunisti e dai capitalisti, mentre Les beaux draps ribadisce la sua ideologia anti-parlamentarista, la sua visione cupa della società francese tra le due guerre e la sua simpatia per i tedeschi.

La sua accusa contro gli ebrei non è rivolta alla popolazione in generale, ma alla figura dell’ebreo capitalista (in accordo con il pensiero marxista) che l’autore associava a un certo tipo di ebreo, potente e senza scrupoli. Ad ogni modo, il Céline dei pamphlet è decisamente antisemita. Se ci limitassimo a emettere questa sentenza, però, tralasceremmo degli aspetti che è necessario invece prendere in considerazione, ponendoci dei quesiti fondamentali per inquadrare un autore cosi controverso e la sua produzione: l’ideologia antisemita che emerge dai pamphlet è di Céline o dell’Europa? È dell’autore o dell’epoca a cui appartiene?

Dobbiamo tenere conto del fatto che Céline è certamente un autore molto polemico, sul quale ideologie cosi estreme e anti-pacifiste non potevano che far presa; d’altra parte il razzismo e l’antisemitismo erano molto diffusi nell’Europa primo-novecentesca (che Céline ritrae nelle sue opere). Lo dimostra anche solo il successo di Bagatelles, che vendette oltre 70 mila copie. Non proprio un libro controcorrente quindi, ma in linea con il clima culturale europeo di inizio Novecento, fondato su idee a sfondo razzista, sulle ideologie nazionalistiche e imperialistiche, che hanno condotto allo scoppio delle due guerre mondiali e si sono concretizzate poi nell’orrore dei lager nazisti.

Una parte della critica ha voluto ricercare la radice dell’odio di Céline verso gli ebrei nelle sue vicende personali, come il matrimonio di Elizabeth Craig, ballerina americana e grande amore di Céline alla quale ha dedicato il Voyage, con un ebreo americano ricchissimo. Anche se questa spiegazione sembrerebbe un po’ forzata, c’è comunque un altro aspetto da considerare: nel caso di un autore della caratura di Céline, è giusto condannare l’autore nel complesso, o dovremmo piuttosto distinguere tra l’autore dei pamphlet e il romanziere?

Ad ogni modo, la condanna di Céline non è recente, anzi, arrivò molto presto. Fu accusato di collaborazionismo, motivo per cui nel 1944 cessò di stampare le Bagatelles e poi fu condannato a un anno di prigione. Nonostante questo, in realtà, il suo nome non è mai comparso sui libri paga dei giornali nazisti. Anzi: i nazisti stessi giudicavano le sue idee troppo nichiliste, al punto che la circolazione del pamphlet Les beaux draps fu impedita nelle zone occupate. Inoltre, per quanto in questo pamphlet avesse mostrato una certa simpatia per i tedeschi, sappiamo oggi che Céline viveva accanto a un appartamento in cui si riunivano dei gollisti. Pur essendone a conoscenza, non li denunciò mai alle autorità. In una lettera si difende dalle accuse scrivendo:

“Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani, e contemporaneamente, del resto, di ebrei. Non ho voluto Auschwitz, Buchenwald. (…) Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine”

Il Céline romanziere

Quindi per chi parteggiò Céline? Difficile dirlo se mettiamo a paragone le sue sconclusionate scelte di vita con ciò che ci ha lasciato nel Voyage. Lo stesso Sartre apprezzò il romanzo a tal punto che imparò alcune parti a memoria, ma pochi anni più tardi divenne uno dei più accaniti oppositori di Céline, accusandolo di essersi venduto ai nazisti. Il Voyage comparve nel 1932 e segnò l’ingresso dell’autore sulle scena letteraria. Il romanzo descrive le peripezie di Bardamu, che altro non è che un doppio dell’autore: entrambi hanno nome Ferdinand ed entrambi sono medici, giusto per citare due coincidenze.

Il Voyage è un ritratto nitido della società e della mentalità della Francia e dei francesi tra le due guerre mondiali. Céline la descrive con una perfezione chirurgica, con un lessico molto concreto e frasi brevi e incisive, che suonano come vere e proprie sentenze. Il romanzo ci porta faccia a faccia con le contraddizioni e il male di quel periodo e di quel mondo, passando in rassegna i temi più sentiti di quegli anni, dalla guerra all’imperialismo, all’industrializzazione e il capitalismo. Céline non risparmia niente e nessuno, polemizzando verso la società in tutte le sue sfaccettature.

Il primo obbiettivo polemico è la guerra, contro la quale si esprimerà successivamente anche nelle Bagatelles. Bardamu si unisce a un esercito in marcia, in modo istintivo, credendo che la guerra possa rivelarsi un’esperienza divertente, stimolato e spinto dalla propaganda e dalle idee che all’epoca circolavano in Francia e in Europa. Tutto il contrario, invece:

“Ah! Cosa non avrei dato in quel momento per essere in prigione invece d’essere lì. (..) Dalla prigione ci esci vivo, dalla guerra no. Tutto il resto sono parole,”

accanendosi soprattutto contro quelle parole che esaltano quell’orrore tremendo che è la guerra e l’eroismo. Non solo: il concetto stesso di patria e di razza è messo in discussione. Bardamu definisce la razza francese nient’altro che una grande

“accozzaglia di poveracci del mio stampo, cisposi, pulciosi, cagoni, che son cascati qui inseguiti da fame, peste, tumori e freddo, arrivati già vinti dai quattro angoli della terra. Potevano mica andare piu in là perché c’era il mare. È questo la Francia, questo sono i francesi.”

Bardamu poi trova il modo di sfuggire a questo orrore e si ritrova in Africa. L’autore delinea le dinamiche della società coloniale smascherandone gli aspetti più cupi, senza però abbandonarsi ad una descrizione dai toni compassionevoli quando si tratta di descrivere la condizione degli schiavi sfruttati. Al contrario invece: è critico ugualmente verso oppressori e oppressi: i primi perché meschini e razzisti, i secondi perché, incapaci di ribellarsi, riproducono gli stessi comportamenti dei loro aguzzini su chi è piu debole di loro, nel tentativo di sopraffare l’altro in una sorta di lotta per la sopravvivenza che assume i toni del darwinismo sociale.

Anche dall’Africa trova una via di fuga, che lo porta in America. Qui si trova faccia a faccia con le industrie Ford, simbolo del capitalismo, dell’industrializzazione, del progresso economico che avanza sempre più rapidamente. Descrive qui la fila di persone che si trovano all’esterno: tutte di nazionalità diversa, giunte da parti diverse del mondo alla ricerca di una possibilità e nessuna che parla inglese. Tutti cercano lavoro in quell’America che è speranza e progresso. Ma anche questa si rivela un’illusione. Céline usa termini che assimilano gli uomini in cerca di lavoro agli animali: sono bestie, pecore, che puzzano di piscio.

In tutto questo squallore e grigiore del mondo, in cui l’unica verità è la morte, la sola nota positiva è l’amore per la vita degli altri, capace di rendere grande un uomo. Anche se questo concetto ricorre nella seconda parte del romanzo, Céline è stato accusato anche di odiare il genere umano, proprio perché il suo alter ego Bardamu non sembra partecipare simpateticamente al dolore degli altri. In realtà nel romanzo tutto è descritto attraverso uno sguardo cupo, di nero sarcasmo, ma sempre con un occhio di riguardo verso i deboli e gli oppressi, anche se non sono risparmiati dall’autore. Il vero obbiettivo polemico è sempre il potere, in tutte le sue forme: perché

“quando sei debole quello che ti dà forza è lo spogliare gli uomini che temi di più di tutto il prestigio che sei ancora portato ad attribuirgli”.

Bardamu stesso si definisce anarchico nelle prime pagine del romanzo e così definiremmo il suo creatore oggi. È difficile per noi immaginare come questa visione dell’esistenza cosi cupa, pessimistica, contraria a ogni forma di potere e controcorrente rispetto a tutto ciò che è la società e contro quelli che sono i valori del suo tempo, possa conciliarsi con l’ideologia dei tre pamphlet.

Gli effetti prima e dopo Céline

Il Voyage suscitò un grande scandalo, che procurò al suo autore un enorme successo. Il fatto è che fu un fulmine a ciel sereno: Céline riuscì a porre la Francia e più in generale l’Europa, di fronte alle sue contraddizioni, alle sue brutture, ai suoi vizi. Come se avesse voluto porre uno specchio di fronte a tutti e dire: “guardatevi, questo è ciò che siete”. Come una spugna Céline ha saputo assorbire l’odio e il male del suo tempo, per poi gettarli sulla carta, perché trovassero espressione e diventassero palesi a tutti. Un gesto quasi eroico il suo: sacrificarsi perché il mondo vedesse, attraverso le sue opere, il proprio volto corrotto. Per questo ha pagato un prezzo molto alto e tutt’oggi continua ad essere considerato un autore antisemita e controverso, al punto che nel 2011, a cinquant’anni dalla sua morte, ha suscitato polemiche in Francia la decisione di ricordarlo.

Conseguenza più che prevedibile. È comprensibile che un autore cosi spregiudicato come lui continui a turbare la Francia e i francesi ancora dopo decenni, ricordando a loro e a tutti noi i nostri errori e orrori, ciò che siamo stati e che, soprattutto oggi, rischiamo di essere nuovamente. Non possiamo dimenticare quello che siamo stati in quel periodo storico, che pure ci ha segnato e insegnato cosi tanto. Non possiamo dimenticarlo perché dagli sbagli dobbiamo imparare.

E Céline in questo ci può essere utile, anzi utilissimo e prezioso non solo dal punto di vista letterario. La sua intera produzione altro non è che un pezzo della nostra storia, il ritratto della follia dell’inizio de Novecento. Leggerla non ci renderà antisemiti o razzisti, ma solo più consapevoli e responsabili. Non si è mai al riparo dal proprio odio. La produzione celiniana non è altro che un atto di accusa nei confronti della Storia e dell’umanità e forse per questo è stato tanto condannato: perché non siamo stati in grado di prenderci le nostre responsabilità.

Chiederci per chi abbia parteggiato Céline sarebbe inutile. Questo quesito non avrà mai una riposta netta. Perché Céline è semplicemente Céline: frutto, riflesso e specchio del suo tempo. Forse l’autore che meglio incarna le contraddizioni dell’Europa primonovecentesca, in tutti i suoi aspetti. È sì condannabile, perché condannabile è l’Europa che ha dipinto. Ma, forse, varrebbe la pena di perdonarlo, come l’Europa stessa va perdonata per i suoi errori. Potrebbe essere l’occasione, per chi l’ha sempre bandito dagli scaffali della propria libreria a priori, di scoprire e rivalutare un autore. Ora piu che mai, è necessario ricordarsi dei propri errori per non commetterli di nuovo. E un autore come Céline non va dimenticato.


FONTI

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, 2018

Minima et Moralia

Le Monde

Treccani

Il Tascabile