Mi sono aggrappata alle sue spalle, ho conficcato le dita nella stoffa della sua camicia, ho cercato il suo collo, i lobi delle sue orecchie, la pelle lì dov’è più sottile, lì dove morsicano gli animali perché è lì il punto vitale, dove si sente il sangue scorrere e il cuore battere, è lì la vita, il desiderio, l’impulso.

In entrambe le tasche stringo tra i palmi delle mani un paio di biglietti della metro. Sento la carta spessa e plastificata accartocciarsi tra le mie dita umide di sudore. Tocco un centesimo, una forcina, la carta di una caramella, ma io mi aggrappo a quei biglietti, morbidi e malleabili. Non penso neanche lontanamente al fatto che quando sarà il momento di infilarli nelle macchinette dei tornelli saranno troppo rovinati per poter essere validi. Sentirò un sonoro bip negativo e resterò dall’altra parte, bloccata, creando una coda di gente incazzata alle mie spalle. Non ci penso. Continuo a torturarli. Sento la pelle delle mie mani diventare secca e fastidiosa, la cera della carta, o qualsiasi cosa sia, si sta trasferendo sulle mie impronte digitali e sulle mie linee della vita, della fortuna e dell’amore.

Lascio perdere i biglietti della metro, frugo nella borsa e trovo le sigarette. Me ne accendo una coprendo la fiamma dell’accendino con il palmo della mano destra, soffio dalla bocca una nuvoletta di fumo e incrocio le braccia. Fa decisamente troppo caldo. I tram sferragliano sui binari roventi, l’aria non si muove, la gente corre da una parte all’altra della piazza e io resto immobile appoggiata a un muretto. È da destra che provengono le note di una vecchia canzone spagnola che riconosco immediatamente. Un signore scombinato, sporco, vestito di stracci, tiene tra le braccia una chitarra classica logora; le corde di nylon, troppo lunghe, si arricciano a caso, ma sotto alle sue dita sono proprio quelle note, quella vecchia Andaluza che riconoscerei ad occhi chiusi.

Mi avvicino a lui e continuo ad ascoltare, mentre alla terza boccata il fumo della sigaretta mi scende nei polmoni come un macigno. È immerso nella musica, neanche si accorge di me, e a me va bene così. Credo nelle coincidenze e nelle combinazioni, ed è bello che proprio oggi, in una giornata torrida e piena di fili da tirare, di nodi da sciogliere e di nodi da fare, qualcuno stia suonando a pochi metri da me quel pezzo. Sento che potrei versare qualche lacrima, non di tristezza, oggi non sono triste, solo qualche lacrima di emozione e di adorazione.

Un paio di minuti, il signore smette di suonare, si asciuga la fronte con la manica della camicia sgualcita e non alza lo sguardo. Respira a fatica, come me.

Sollevo un piede per fare un passo indietro; sento qualcosa sotto al tacco della mia scarpa destra, il petalo di una rosa, caduto chissà da dove, rosso sangue, ferroso, schiacciato contro l’asfalto bollente. Piego il ginocchio, allungo un braccio, lo stacco dalla scarpa e lo abbandono nella pozza della sua linfa sanguigna. Poi mi giro, butto a terra la sigaretta che continua a fumarsi da sola e scendo le scale della fermata della metro.


 

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