Nata a Londra nel 2016, Code Your Future è un’organizzazione che ha lo scopo di insegnare la programmazione informatica. I destinatari per cui è stata pensata l’organizzazione sono innanzitutto rifugiati, richiedenti asilo e, più in generale, persone che si trovano in difficoltà economica. Nel Regno Unito l’esperienza di Code Your Future ha dato risultati notevoli, se si considera che circa il 70% dei partecipanti è poi riuscito a ottenere un impiego lavorativo in importanti aziende.

Dal marzo 2019 l’organizzazione è sbarcata in Italia, a Roma, dove il corso di programmazione organizzato da Hanna Roberts è partito a maggio per terminare nel gennaio 2020. I partecipanti del progetto sono quattordici, provenienti da nove stati sia europei che extraeuropei, Italia compresa. L’obiettivo dichiarato è quello di inserire la diversità nel mondo del lavoro come elemento di stimolo e di innovazione, in modo che abbia un impatto positivo anche sui ricavati economici. Code Your Future nel nostro paese è sponsorizzata da LVenture Group, un’organizzazione che si occupa di investimenti in startup digitali. Al termine del corso, prima di ottenere un impiego, i futuri programmatori sono chiamati a progettare un’app oppure un sito internet per associazioni o imprese.

La vicenda di Code Your Future è destinata innanzitutto a ribaltare uno stereotipo piuttosto radicato in Italia e non solo: quello per cui i migranti possono trovare un impiego esclusivamente tra i cosiddetti “lavori umili” (dalle occupazioni stagionali alle pulizie domestiche e alla cura degli anziani), se non nel lavoro in nero. Code Your Future dimostra invece che, con progetti adeguati, per i migranti e più in generale per le persone in difficoltà è possibile aspirare anche ai piani più alti del mondo del lavoro. La speranza è infatti che il progetto italiano possa replicare o migliorare l’esito già ottimo di quello inglese.

Code Your Future mette in luce tuttavia un paradosso abbastanza comune e particolarmente grave nel nostro paese, per cui la tecnologia è un mezzo diffusissimo e ormai indispensabile nella vita quotidiana, ma continua a essere poco sfruttata, o quantomeno non sfruttata appieno, soprattutto se si guarda al mondo del lavoro. Si tratta di un potenziale enorme che si fatica però a incanalare in maniera produttiva.

I dati statistici in merito sono impietosi: gli studenti universitari laureati in informatica infatti raggiungono nel nostro paese solo il 3% del totale. Un dato bassissimo, a cui fa da contraltare l’elevata richiesta di lavoro in questo ambito, che conferma la necessità di figure specializzate nel settore. Secondo un rapporto di AlmaLaurea del 2016, infatti, il livello di occupazione per i laureati in scienze e tecnologie informatiche a un anno dalla triennale supera l’86%. Il dato aumenta se si considera la laurea magistrale in informatica: in questo caso, a un anno dalla laurea il livello di occupazione raggiunge il 92%, per crescere ancora fino al 94% a cinque anni dal conseguimento del titolo magistrale. La Commissione Europea prevede che in pochi anni, precisamente entro il 2023, il numero di lavoratori specializzati nell’ambito dell’informatica richiesti dalle imprese supererà i 200 000.

Il bacino dei potenziali posti di lavoro nell’area informatica è dunque enorme, ma il settore non sembra attrarre particolarmente l’interesse dei futuri lavoratori. Tra le ragioni vi è innegabilmente un ritardo generale del mondo del lavoro per quanto riguarda l’adeguamento alla rivoluzione tecnologico-informatica, dovuto a una tradizionale diffidenza. Diffidenza comprensibile, se si considera che le classi lavoratrici sono ancora composte in gran parte da generazioni molto distanti dalla tecnologia, a cui segue una certa scarsità di competenze riguardo all’ambito informatico.

In questo senso non aiuta certamente la formazione scolastica: se da una parte, a livello di scuola secondaria, si è tentata negli ultimi anni una maggior integrazione tecnologica nello studio e nell’insegnamento, attraverso l’introduzione di lavagne elettroniche, computer e registri elettronici nelle aule come strumento di supporto alla didattica, a livello di scuola primaria la familiarità con l’informatica si riduce molto spesso a una o poche ore alla settimana passate nelle sale computer. In questo modo l’interesse per l’ambito informatico più specifico, come quello legato alla programmazione, nasce e si sviluppa più in seguito a un interesse personale che a una formazione ben indirizzata.

Esperienze come quella promossa da Code Your Future possono, dunque, contribuire a stimolare l’interesse nei confronti di un’area lavorativa ancora poco sfruttata ma la cui importanza appare inevitabile se ci si riferisce all’immediato futuro. La speranza è che la domanda di posti di lavoro nel settore venga al più presto controbilanciata dall’offerta di figure professionali formate e competenti. In questo contesto, la presenza di persone provenienti da varie aree del mondo non può che costituire un prolifico terreno di confronto su cui impostare il rilancio dell’intera area informatica (dalla formazione elementare al mondo del lavoro) per cercare di recuperare il ritardo in cui versa il nostro paese.