È diventata virale l’immagine che ritrae la giovane attivista per l’ambiente Greta Thunberg “fulminare” con lo sguardo Jair Bolsonaro, Presidente del Brasile. Ma la svedese non è stata l’unica a rimanere esterrefatta dalle dichiarazioni rilasciate dall’uomo durante il vertice Onu sull’ambiente, tenutosi a New York nel settembre di quest’anno.

Il discorso del Presidente brasiliano si può sintetizzare in poche parole:

È un errore affermare che l’Amazzonia è patrimonio dell’umanità. È un malinteso, confermato dagli scienziati, sostenere che le nostre foreste amazzoniche sono i polmoni del mondo”.

L’uomo era stato chiamato a esprimersi riguardo agli incendi che, durante l’estate appena trascorsa, avevano bruciato ettari di foresta, suscitando grande preoccupazione a livello internazionale.

Oltre a ribadire la proprietà dell’Amazzonia, secondo Bolsonaro solo brasiliana, il Presidente ha sminuito i rischi del cambiamento climatico: “La foresta non è devastata e gli incendi non sono così pericolosi da temere il peggio”. Egli ha inoltre accusato le potenze mondiali impegnate nel salvataggio della foresta di avere un atteggiamento da “colonizzatori”, e ha infine riservato alcune parole alla questione indigena: “Molti degli indigeni che vivono in Brasile puntano allo sviluppo, per poter essere liberati dalle catene”

Questo discorso è in realtà frutto di un’ideologia radicata nel governo Bolsonaro, che affonda le  proprie radici nella politica economica neoliberista, e che ha iniziato ad emergere già durante la sua campagna elettorale.

Chi è Jair Bolsonaro?

Presidente del Brasile a partire dall’1 gennaio 2019, Bolsonaro è un esponente del Partito social liberale (nazionalista e conservatore). Portatore di idee populiste e di estrema destra, fin dall’epoca in cui era un semplice deputato federale ha sconvolto l’opinione pubblica con dichiarazioni estreme, come il dirsi un estimatore del passato regime militare del Paese.

Sostenuto durante la campagna elettorale dalla finanza e dai fazendeiros, i grandi esponenti del mondo agricolo, Bolsonaro non nasconde di credere fermamente nel neoliberismo, privilegiando giganti imprenditoriali e appoggiando una riduzione dell’intervento statale nell’economia. In un suo tweet pubblicato nel giugno di quest’anno leggiamo infatti:

“Servizi migliori e meno cari possono solo esistere con meno Stato e più concorrenza, attraverso l’iniziativa privata”.

Anche l’opinione pubblica è stata però fondamentale per la vittoria di Bolsonaro. Mostrandosi come un leader forte, in grado di combattere la criminalità in un Paese con un tasso di oltre 60 000 omicidi l’anno, l’attuale presidente ha fatto appello alla “pancia” dei cittadini.

Bolsonaro e l’Amazzonia

Uno spazio speciale, all’interno del programma politico del Presidente, era stato riservato proprio alla foresta Amazzonica. Egli si vantava infatti di voler creare un asse di penetrazione stradale tra le foreste incontaminate, promuovere la costruzione di dighe, smantellare la legislazione vigente e soprattutto aprire l’Amazzonia al mercato libero dei taglialegna. Inoltre, ha dichiarato di voler bandire dal Paese diverse ONG, come Greenpeace e il WWF.

Una delle proposte che però con certezza ha maggiormente preoccupato il Paese è stata quella di unire il Ministero dell’Ambiente con quello dell’Agricoltura. Nonostante una rapida retromarcia, per cui il progetto non è stato portato a termine, permangono diversi dubbi. Uno di questi è sicuramente dovuto alla decisione di Bolsonaro di affidare il Ministero dell’Agricoltura a Tereza Cristina. Deputata di centro-destra, la donna è leader della Bancada Ruralista, un fronte parlamentare che si muove in difesa dei grandi proprietari agricoli. C’è chi sostiene, infatti, che l’Amazzonia sia il prezzo che Bolsonaro dovrà pagare ai ruralisti per il loro sostegno alla sua campagna elettorale.

Inoltre, già durante il primo giorno dell’attuale governo, il Servizio Forestale brasiliano, un organo prima vincolato al Ministero dell’Ambiente e responsabile della riforestazione di aree desolate e dello sfruttamento sostenibile dei boschi, è passato sotto il controllo del Ministero dell’Agricoltura.

Infine non si può tralasciare il ruolo giocato dalla domanda di carne bovina e soia, sempre in aumento. Per rispondere alla richiesta, il governo Bolsonaro auspica un’espansione dei terreni agricoli a danno delle aree boschive. Questa è un’altra delle ragioni per la quale i latifondisti brasiliani hanno appoggiato il Presidente.

Il problema degli indigeni

Un ingente ostacolo ai progetti di Jair Bolsonaro in Amazzonia, oltre che dalle ONG e dai “colonizzatori” internazionali, è rappresentato dagli indigeni.

Infatti secondo la Costituzione federale del Brasile, emanata nel 1888, le terre indigene, pur essendo pubbliche e dunque di proprietà dello Stato, vengono concesse per usufrutto esclusivo agli indigeni per diritto originario (sono infatti le terre che questi gruppi tradizionalmente occupavano).

Il Presidente Bolsonaro ha agito seguendo due linee diverse per sottrarre queste terre alla popolazione aborigena e potersene quindi servire. Da un lato, ha fatto il possibile per indebolire la FUNAI (Fundação Nacional do Indio), per esempio privandola del compito di localizzare e delimitare le terre indigene non ancora identificate.

Dall’altro, ha dato il via ad una battaglia retorica mediatica, con lo scopo di mostrare gli indigeni come individui svantaggiati e isolati dalla società, che vorrebbero in realtà assomigliare ai brasiliani bianchi. Si tratta, in fondo, della tipica visione che il colonizzatore ha dei popoli colonizzati, quello che Kipling chiamò il “fardello dell’uomo bianco”, la sua missione civilizzatrice.

Si legge così in un Tweet del Presidente del 2 gennaio 2019:

Più del 15% del territorio nazionale è delimitato come terra indigena (…). Meno di un milione di persone vivono in questi luoghi isolati del Brasile, sfruttati e manipolati dalle ONG. Insieme, integriamo questi cittadini e valorizziamo tutti i brasiliani”.

Gli ultimi sviluppi

Secondo quanto ha denunciato nella scorsa primavera Imazon, una ONG che da vent’anni monitora l’andamento della foresta pluviale, negli ultimi nove mesi la deforestazione è aumentata del 20%.

Inoltre, dopo che sono state notate delle irregolarità nel Fondo Amazzonia, creato allo scopo di contenere la deforestazione, Norvegia e Germania, le due principali finanziatrici del progetto, hanno sospeso le sovvenzioni. Il dubbio fondamentale delle due nazioni era che i fondi concessi non venissero effettivamente utilizzati per combattere la deforestazione. Il fondo è stato dunque chiuso, e la risposta di Bolsonaro non si è fatta attendere: “La Merkel riforesti la Germania”.

L’opera di Bolsonaro, così controcorrente in un’epoca di particolare sensibilità ambientalista, viene però supportata da molti altri sovranisti.  Tra questi, il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, che ha dichiarato in un Tweet di agosto:

“Ho avuto modo di conoscere Jair Bolsonaro. Sta lavorando duramente per gli incendi in Amazzonia e sta facendo un grande lavoro per la gente del Brasile. Lui e il suo paese hanno il pieno appoggio degli Usa!”