9 novembre 1989: migliaia di persone si stagliano di fronte al Muro di Berlino, lato est. Qualcuno dà l’ordine ai soldati di ritirarsi. Pochi attimi e i tedeschi dell’est assaltano con i picconi il Muro, per raggiungere la folla di berlinesi dell’ovest (amici, parenti, conoscenti) che li aspetta a braccia aperte. La festa è grande, la gioia è condivisa da ogni abitante di Berlino: il Muro è caduto!

Esattamente trenta anni fa, questo era ciò che accadeva in quella che oggi è una delle più ricche e produttive capitali europee. Uno scenario di gioia e grande speranza per il futuro. Ma come si è giunti a dividere a metà una città, a spezzare delle famiglie che vi vivevano, senza alcun riguardo per i suoi cittadini?

Come è noto, l’origine della divisione della Germania fu provocata dall’inasprimento dei contrasti tra le due grandi superpotenze emerse a seguito della Seconda Guerra mondiale. USA e URSS proponevano infatti due modelli economici e politici completamente diversi: da una parte il liberismo e la democrazia, dall’altra il comunismo. Il dialogo fra le due potenze cessò definitivamente quando l’URSS costituì il Cominform (Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti) in risposta al piano di aiuti economici voluto dal segretario di stato statunitense, Marshall. Iniziava la Guerra Fredda.

Nel contesto di divisione dell’Europa in blocchi filoccidentali o filosovietici, però, la Germania rappresentava un grosso problema: essa era stata infatti divisa, alla fine della guerra, in quattro zone d’occupazione (americana, inglese, francese e sovietica); le stesse in cui era a sua volta suddivisa la capitale. Ben presto USA, Gran Bretagna e Francia integrarono le loro aree in un unico blocco occidentale (la futura Repubblica Federale della Germania), contrapposto a quello comunista.

Tuttavia, Berlino si trovava nella zona orientale del paese. Questo comportò un forte isolamento della parte occidentale della città, reso evidente nell’occasione del “blocco di Berlino” (1948), in cui Stalin ordinò di impedire il rifornimento bloccando gli ingressi della città, nella speranza di indurre gli occidentali ad abbandonare la zona. Fu allora che gli americani organizzarono un grande ponte aereo al fine di rifornire la capitale, finché l’inefficace blocco non venne rimosso dai sovietici, nel maggio del 1949.

Berlino era stata completamente cambiata dalla guerra. Gli edifici amministrativi erano stati rasi al suolo, quelli storici bombardati: la città era una distesa di macerie. Gli Stati Uniti seppero approfittare di questa situazione, operando una grandiosa ricostruzione del contesto urbano della zona ovest e favorendo l’afflusso di tutte le ricchezze proprie dell’occidente. In questo modo, Berlino ovest diveniva una vera e propria “vetrina” delle bellezze del capitalismo e si contrapponeva fortemente all’est, dove vigeva invece una tendenza all’omologazione, tipica dei paesi del blocco sovietico.

La contrapposizione tra le due Germanie trovava infatti il suo culmine a Berlino, dove un imponente flusso di persone (circa 2 milioni) si trasferiva progressivamente da est a ovest. Il muro infatti non era ancora stato eretto, perciò moltissimi cittadini dell’est migravano in cerca di condizioni migliori, affascinati dal mito del benessere. Si trattava soprattutto di giovani laureati, tecnici, scienziati e operai specializzati, ovvero la forza trainante dell’economia. Una perdita inaccettabile per la Germania dell’est, che decise dunque di prendere provvedimenti.

Nel 1961, in concomitanza con un esodo sempre più massiccio della popolazione (nel solo mese di luglio passarono il confine circa 300.000 persone), la DDR (Deutsche Demokratische Republik, cioè Repubblica Democratica Tedesca) prese la decisione di erigere una barriera fisica che circondasse il perimetro di Berlino ovest, impedendo ogni contatto ai berlinesi delle due zone. Il Muro, lungo 165 km, spaccò la città, in quanto tagliava fisicamente Berlino all’altezza della Porta di Brandeburgo e di Potsdamer Platz. Per passare da un confine all’altro era ora necessaria una speciale autorizzazione, concessa a turisti e diplomatici, ma non ai cittadini tedeschi.

A una settimana dall’erezione del Muro, il 19 agosto 1961, si registrò già il primo morto, un uomo che si era lanciato dalla propria abitazione nel tentativo di raggiungere l’ovest. Purtroppo, si trattò del primo di numerose vittime del Muro: tra il 1961 e il 1989 i morti furono circa 200, gli arrestati 5000. Il numero di morti era dovuto al forte controllo del muro da parte delle autorità sovietiche, che avevano dato ai soldati il doloroso ordine di “sparare a vista” a chiunque tentasse di passare il confine. Tuttavia, fra le stesse guardie vi furono molti che tentarono di scappare a ovest, come il soldato Conrad Schumann, fotografato il 15 agosto del 1961 mentre varcava la barriera.

Non erano pochi i leader occidentali a denunciare l’irregolarità di questa situazione. Nel giugno 1961, lo stesso presidente americano Kennedy si recò in visita ufficiale a Berlino ovest, concludendo il proprio discorso con la famosa affermazione “Ich bin ein Berliner” (io sono un berlinese). In questo modo, però, Berlino veniva caricata di una notevole valenza geopolitica; il che rendeva ancora maggiore il pericolo di una reale guerra “calda” in caso di un’azione concreta da una delle due parti.

Considerate tali premesse, quali furono dunque i fattori che portarono alla caduta del Muro? Innanzitutto, questa avvenne 28 anni dopo: molte cose erano cambiate, sebbene fino all’ottobre del 1961 si affermasse che il Muro sarebbe rimasto intatto ancora molti anni. Il leader del partito comunista della DDR, Erich Honecker, si era ritirato. La stessa Germania dell’est, oltre alle difficoltà politiche, dovette affrontare anche quelle economiche. Molte erano state inoltre le proteste spontanee da parte dei berlinesi, sempre più desiderosi di una riunificazione.

Il fattore determinante per il crollo del Muro fu però la politica condotta dal nuovo leader dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov. Egli portò avanti una radicale trasformazione dello stato russo (la cosiddetta Perestroika), garantendo una maggiore trasparenza politica e favorendo un allentamento delle tensioni con gli USA. L’intero blocco sovietico si trovava ormai sull’orlo del declino.

Il crollo della supremazia sovietica negli ultimi mesi fu rapido e incontrollabile. La decisione dell’Ungheria di aprire i propri confini con l’Austria, il 10 settembre del 1988, fu di fatto un “via libera” al passaggio dei tedeschi dell’est verso l’ovest, attraverso le due nazioni confinanti.

La situazione era sempre più difficile, finché il governo della Repubblica Democratica Tedesca non annunciò un’importante riforma sui viaggi all’estero, che fu interpretata dai tedeschi come una fine di tutte le barriere. Il Muro venne circondato, sia ad est che ad ovest, da migliaia di cittadini che in breve procedettero alla sua distruzione. La Germania era di nuovo unita; i cittadini berlinesi, separati da 28 anni, erano di nuovo parte di un’unica città. Cadeva il simbolo principe della guerra fredda.

Oggi, tre decenni dopo, Berlino festeggia questa data con un’imponente installazione, opera dell’artista americano Patrck Shearn e del suo team, Poetic Kinetics. La colorata installazione si srotola per circa 150 metri nel mezzo della città, a ricordare la barriera che per tanto tempo l’ha divisa. Questa volta, però, si tratta di una composizione di stelle filanti recanti messaggi di pace, che ondeggiano flessuose, opponendosi alla rigidità del Muro.

Le celebrazioni sono grandi e rendono certamente onore alla memoria delle vittime. Il Muro è stato la dolorosa immagine delle sofferenze di un’intera nazione, brutalmente divisa senza rispettare il principio di autodeterminazione del popolo tedesco. I festeggiamenti possono però essere anche l’occasione per chiedersi che cosa significhino oggi i muri. Che cosa è cambiato attualmente, a distanza di trenta anni? Le speranze di un mondo senza più divisioni, condivise dai berlinesi (e non solo) al crollo del muro, sono state vane? Il futuro di pace tanto agognato si è davvero realizzato? E se sì, per chi?

FONTI:

A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, Nuovi profili storici, 2012, rubrica “Geografia e storia”

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