L’odio verso la polizia rappresenta la normalità nel panorama rap, da sempre. Ma non sarebbe forse ora di smettere di generalizzare? Gli esempi di artisti che con i loro testi si scagliano fieri contro le forze dell’ordine sono, purtroppo, molteplici. Cerchiamo di fare chiarezza su questo tema delicato.

Willie Peyote in 1312, canzone presente nel suo primo album da solista, paragona con tono polemico i poliziotti ai lupi e i cittadini all’immagine delle pecorelle indifese, e dice:

A guardia e ladri con i gradi siete bravi
Con le mani siete infami, schiavi, sbirri
E in quanto tali abbiamo fatto scelte diverse
Voi dalla parte del più forte per sentirvi meno merde
Avete il ferro in tasca, ma ‘sti cazzi a me non serve
Non siete pecorelle, siete lupi travestiti
E non citare Pasolini, non sai quello che dici.
[…]
Hai fatto la tua scelta, io ho fatto la mia
Polizia di stato, stato di polizia.

Un altro esempio è Sfera Ebbasta, che ha praticamente dedicato un intero album alle illegalità e alla conseguente fuga costante dalle forze dell’ordine. In Visiera a Becco canta:

Luce blu vuol dire solo “corri”
Non farti prendere dal panico quando li incontri, no.

O in BRNBQ (acronimo di Bravi Ragazzi Nei Brutti Quartieri):

Bravi ragazzi nei brutti quartieri
Fumano e parlano lingue diverse
Però non ci parlano ai carabinieri
Fanno le cose che è meglio non dire
Fanno le cose che è meglio non fare.

Spesso quindi tutto questo disprezzo gratuito sembra solo una scusa per lamentarsi: se spacci e ti arrestano non è di certo colpa di chi fa il suo lavoro.

Per fortuna alcuni affrontano questa tematica da un altro punto di vista. Coez nel 2015 ha dedicato una canzone al caso di Stefano Cucchi, dal titolo Costole Rotte, dove racconta in tre strofe la triste vicenda. Questo pezzo diventerà poi uno dei suoi cavalli di battaglia. In questo caso la “provocazione” alle forze dell’ordine è lecita, per esempio quando dice:

Esce un uomo in divisa
Forse tornerà presto
Forse quella divisa
Lo divide dal resto
Prenderà la volante
Chissà dove lo porterà
A fare del bene, a fare del male
Ma di certo non volerà.

Quest’anno però, con l’uscita del suo nuovo album È sempre bello, alcuni versi in cui venivano nominate le forze dell’ordine – forse con troppa leggerezza – risultavano non necessari. In La tua canzone canta:

Amare te è facile
Come odiare la polizia.

E in Catene:

Mi colpisce tutto st’odio
Giuro non vi fa bene
E non so diventare grande
Ma mi di’ che ero già grande
Quando ho visto la neve
Odio un po’ la polizia.

La rivendicazione dell’identità dell’artista

La polizia nel panorama musicale viene spesso vista come un’istituzione da combattere, e quest’odio – a volte maggiormente giustificato, a volte proprio no – viene ridotto alla semplice rivendicazione della libertà dell’artista e più in generale della libertà di esprimersi e di vivere una vita da bohémien; questo in corrispondenza con l’immagine dell’artista tormentato e con l’abuso di droghe varie e tutto ciò che ovviamente questo comporta.

Tuttavia, istigare all’odio è sempre sbagliato e di conseguenza andrebbe rivisto anche questo atteggiamento verso le forze dell’ordine, che sì, possono compiere errori madornali – come nel caso di Stefano Cucchi o di Giuseppe Uva –, ma non è corretto fare di tutta l’erba un fascio: come in tutte le realtà c’è chi fa bene il proprio lavoro e chi no, e ci sentiamo di dire che in Italia sono più le persone che indossano dignitosamente quella divisa rispetto a quelle che abusano del proprio potere. Ha stancato il cliché dello sbirro cattivo che “rovina” perennemente la festa.

Basta istigazioni infondate

Per l’ennesima volta, la musica è un mezzo di comunicazione molto diretto e facilmente fruibile da tutti, lanciare questo tipo di messaggi è deleterio. Va bene raccontare le proprie esperienze, la musica è fatta anche di vissuti personali che è interessante condividere e ascoltare, ma odiare per principio chi veste un certo tipo di ruolo nella società non serve a nulla, oltre che a essere un atteggiamento malato e sterile.

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