È difficile raccontare una storia senza un finale. Questo spesso culmina nell’evoluzione di un personaggio, in un cambio della sua personalità o in una conferma dell’idea che ci si era fatta su di lui. O ancora, dal finale si può trarre una morale. La storia della Brexit sembra non averne uno. La parola “fine” stava per essere scritta il 19 ottobre 2019, dopo circa tre anni dall’inizio della vicenda ma, al posto del punto conclusivo, è apparsa una virgola, che ha così favorito il proseguimento di quella che ormai, più che una storia, sta diventando una barzelletta.

Quest’odissea ha avuto inizio tre anni fa, quando un referendum ha messo in evidenza la volontà degli inglesi di uscire dall’Unione Europea. Da qui un susseguirsi di Primi Ministri, accuse e tentativi di riparare il danno compiuto. Inizialmente c’è stato un clima di fermento in Regno Unito, ma quella che sembrava la mossa vincente si è presto rivelata una delusione. A rimetterci sono stati coloro che hanno votato contro l’uscita dall’UE, in particolare la maggior parte dei cittadini di Scozia e Irlanda del Nord. Infatti, una delle questioni che più dà da discutere è quella irlandese.

L’Irlanda del Nord fa parte a tutti gli effetti del Regno Unito ma è collocata geograficamente sul suolo irlandese. Da qui nasce uno dei tanti problemi che ha fatto sì che la Brexit sia continuamente rimandata. Come affermato nell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Paese che decide di uscire dall’Unione ha due anni di tempo per negoziare i termini della separazione con l’Unione stessa. Ma cosa fare con l’Irlanda del Nord? Essendo questa parte del Regno Unito e quindi in procinto di uscire dall’Unione Europea, si dovrebbero porre dei confini fisici e rigidi tra Irlanda (che è ancora parte dell’UE) e Irlanda del Nord.

Questa possibilità non è vista di buon occhio dai cittadini irlandesi, che in questo momento hanno la possibilità di spostarsi liberamente (così come le merci) da Irlanda a Irlanda del Nord.

Ma cosa succederebbe se Regno Unito e Unione Europea non riuscissero a trovare un accordo? Ecco che si apre lo scenario del no deal, un’eventualità catastrofica non solo per lo stato uscente ma per tutti i Paesi membri dell’Unione Europea. Quest’ipotesi, se attuata, farebbe uscire il Regno Unito dall’Unione senza alcun tipo di accordo, quindi si scatenerebbe il caos sul piano commerciale ed economico. Un no deal imporrebbe alle aziende dei costi maggiori e dei nuovi vincoli doganali, per non parlare dei passporting rights, ovvero lo scambio di merci e servizi con l’UE senza licenze e permessi.

Questo fatidico accordo è ostacolato principalmente dallo stesso Parlamento inglese. Molti parlamentari vedono nella Brexit un salto nel vuoto, in quanto non garantirebbe più al loro Paese quelle sicurezze legate per esempio all’economia. Infatti metà delle esportazioni britanniche hanno come meta l’Europa e ogni anno la Gran Bretagna riceve 24 milioni di sterline di investimenti dall’UE.

L’uscita dall’Unione, inoltre, ridurrebbe il potere e l’influenza della Gran Bretagna, che probabilmente si troverebbe a dover sottostare a regole UE senza aver contribuito a stabilirle. Per esempio quella della libera circolazione, a cui aderiscono anche la Norvegia e la Svizzera, che non fanno parte dell’ Unione.

Altre motivazioni sono legate alla vulnerabilità a cui il Regno Unito andrebbe incontro. La cooperazione tra i Paesi è importante anche per quanto riguarda le minacce legate al terrorismo. La collaborazione tra servizi e forze di polizia ha impedito l’attuazione di molti attentati. ll mandato di arresto europeo ha consentito l’arresto e l’estradizione di criminali e terroristi internazionali nel corso di questi anni.

Ecco quindi uno dei possibili finali di questa storia: l’attuale premier Johnson ha affermato di voler uscire a tutti i costi entro il 31 ottobre (data ultima: il Regno Unito avrebbe già dovuto concludere la Brexit il 29 marzo 2019), anche senza un accordo. Possibilità che è stata però scartata dal Parlamento inglese, che vuole a tutti i costi un deal. Il Parlamento inoltre ha votato un emendamento che costringe Johnson a chiedere un rinvio prima del voto sull’accordo proposto dal premier. Così quest’ultimo ha scritto una lettera a Bruxelles, presentando la suddetta richiesta, senza però firmarla. Il rinvio in questione riguarda l’accordo a cui Regno Unito e Unione Europea dovrebbero arrivare. Questo accordo è già stato approvato da Bruxelles, ma manca la conferma da parte del Parlamento inglese. Nella prima missiva è stato richiesto un posticipo al 31 gennaio 2020. Subito dopo, Johnson ha inviato una seconda lettera chiedendo al presidente del Consiglio europeo di ignorare la prima. Il premier britannico infatti è sicuro di riuscire a far approvare al Parlamento inglese l’accordo già passato a Bruxelles.

I principali oppositori del deal proposto da Johnson sono i dieci deputati conservatori del Nord Irlanda, che non vogliono che questa rimanga nell’UE. Ci sono anche coloro che non vogliono un accordo perché non vogliono lasciare l’Unione Europea e chiedono un secondo referendum, che secondo loro avrebbe esito opposto al primo. Johnson avrebbe voluto un ulteriore voto, ma Bercow, lo speaker della House of Commons, si è rifiutato di concederglielo.

“L’ardua sentenza ai posteri”, non resta che pensare questo. Perché solo il tempo potrà dire se, qualsiasi decisione verrà presa, essa sarà stata positiva per il Regno Unito e per l’Unione Europea. Per ora non resta che aspettare di conoscere gli sviluppi di questa storia infinita.

A differenza del famoso romanzo di Ende, però, questa non sembra avere un personaggio onesto che si prenda la responsabilità di portare a termine tutte le questioni lasciate in sospeso.