Un mantra filosofico, un meccanismo di costruzione identitaria che sfocia anche nella sua deformazione, ma che ha sempre al centro l’uomo, la cui consapevolezza del sé viene illustrata dall’arte con simboli ricorrenti come lo specchio e la maschera.

Lucynda Lu, I can’t find myself

Conosci te stesso è il celebre imperativo di derivazione socratica, anche se, come testimonia Platone, Socrate lesse la frase sul frontone del Tempio di Apollo a Delfi. Da quel momento ne fece la chiave del suo pensiero filosofico, invitando i suoi adepti a scavare nella propria interiorità. Un’indagine introspettiva, quindi, mirata a fronteggiare i propri desideri e le proprie volontà. Ma qual è l’obiettivo? Il raggiungimento di un equilibrio, essenziale per regolare la propria vita quotidianamente.

La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere sé stessi.
(Hermann Hesse)

Ed è qui che subentra l’arte con la sua funzione chiarificatrice. Un meccanismo ordinatore del caos esistenziale che riesce a mostrare con le immagini ciò che appare così difficile a parole. D’un tratto i concetti di consapevolezza, identità personale e proiezione psicologica assumono le fattezze simboliche di uno specchio, un ritratto deformato, una maschera e molto altro ancora.

Daria Petrilli

Ma partiamo dal principio. La conoscenza di sé, codificata dal dictat di Socrate, conduce all’acquisizione della consapevolezza. La capacità di capire cosa fortifica e cosa indebolisce, quali siano i desideri e, prima di tutto, i bisogni dell’individuo. Perché c’è una specifica tessitura di bisogni di cui il soggetto deve rivestirsi. Li sente come suoi dall’esterno e li brama famelicamente. Può riceverli, perché l’organismo è predisposto alla percezione sensoriale, ma deve capire quali sono.

Attraverso la sperimentazione della realtà, il soggetto raggiunge quel Conosci te stesso così evanescente. Lentamente costruisce la propria sfera emotiva, composta da tutte le emozioni che ci appartengono. Proprio tutte. Pure quelle che si ha paura di esternare, le più vergognose, indebolenti. Anche se in realtà nessuna di queste può essere connotata perché il dialogo tra l’individuo e la propria coscienza emotiva deve essere privo di giudizio.

Lo specchio

Non ci possono essere risposte sbagliate o denigranti, perché nessun giudizio può intaccare il soggetto quando prende concezione di ciò che è. È semplicemente così e non come qualcun altro. Questo permette di plasmare l’identità, come l’insieme di caratteristiche che rende il soggetto unico, uguale solamente a sé stesso.

Tuttavia, l’identità personale non può essere stabile. Muta in relazione alla crescita personale e all’interazione con il sistema di relazioni in cui si inserisce. Come una membrana di connessione, apparentemente fissa e cristallina, ma in realtà fluida, vischiosa. Cambia con il tempo, con una crescita graduale e in continua evoluzione, perché piegata alla sperimentazione. Si manifesta nell’autoconsapevolezza, come il flusso di esperienza che attraversa l’individuo e lo deforma interiormente. Ecco come agisce quel detto così naturale sulle nostre labbra che riecheggia da millenni, Conosci te stesso. 

André Kertész

Per questo la rappresentazione iconica dell’identità non può affidarsi alla superficie riflettente di uno specchio, ma piuttosto alla capacità deformante di un bicchiere in vetro pieno d’acqua che nasconde un volto, come nello scatto di Michel Clemente.
Allo stesso modo operava il fotografo ungherese André Kertész, che ha fatto della riflessione deformante del corpo femminile allo specchio la sua chiave comunicativa. Ciò che traspare dalle sue immagini sono lembi di corpi, quasi inconfondibili, poiché l’obiettivo non è il loro riconoscimento ma lo studio della percezione del corpo in relazione al contesto in cui lo osserviamo.

Quindi ciò che chiamiamo identità personale è strettamente correlata all’identità sociale, all’elaborazione percettiva del mondo attraverso cui si sviluppa la capacità di adottare un comportamento coerente in base alle situazioni che si incontrano sulla via. L’identità personale si configura così come un’architettura di codici e regole con cui l’individuo costruisce la sua identità sociale. Una somma di autoconsapevolezza, come ossatura psicologica costruita gradualmente e automonitoraggio, come consapevolezza delle proprie azioni.

Jeff Drew

Quando però si ha paura di esternare le proprie fragilità, si tende ad alzare un muro e mascherare la propria identità. Si tratta di quella che gli psicologi chiamano proiezione psicologica. Tale meccanismo consiste nell’attribuire ad altri caratteristiche proprie che rifiutiamo come nostre. Con il passare del tempo, però la costruzione proiettiva può condurre alla distorsione prospettica della realtà, perché si indebolisce la capacità dell’io di percepire il mondo circostante.

L’individuo si difende dai propri desideri e dalle proprie pulsioni attribuendole all’altro in modo da decolpevolizzarsi. Così ironicamente l’illustratore Jeff Drew illustra un alieno che stira il suo vestito da umano prima di uscire di casa. La funzione mistificatrice è pertanto alienante nel suo manifestarsi. Allontana l’individuo dalla sua identità personale, e di conseguenza dalla consapevolezza che ha coltivato.

È un meccanismo a incastro, un gioco a effetto domino, che parte dalla conoscenza di sé. Da quel dogma masticato così tante volte da diventare un mantra, eppure fondamentale nella definizione dell’individuo e nella sua capacità di relazionarsi con un mondo che vuole appagare i suoi bisogni. Conosci te stessoDa lì tutto comincia e lì tutto trova la sua definizione.