Nel precedente articolo dedicato al tema della sperimentazione animale, abbiamo chiarito le sue modalità, molto diverse da quelle che spesso popolano l’immaginario dei non addetti al settore.  Tuttavia, per quanto migliore delle aspettative possa essere il laboratorio, pur sempre di sfruttamento di animali si tratterà. Questo solleva questioni di carattere etico (o bioetico), aprendo un dibattito non sempre corretto nell’informazione.

Metodologie (non) alternative

Un’argomentazione ricorrente per chi si oppone ai test sugli animali è che basterebbe utilizzare metodologie alternative, visto che ci sono ed eviterebbero così le sofferenze di tanti esseri viventi. Purtroppo la realtà non è esattamente questa. Le pratiche a cui si fa riferimento sono i test in vitro e in silico, cioè computerizzati (tramite software che riproducono processi cellulari o fisiologici). In entrambi i casi si tratta di osservazione di grumi di cellule o poco più: modelli semplici e neanche lontanamente paragonabili ad un assai più complesso organismo intero. 

Il dottor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, ne parla così:

I metodi che vengono detti “alternativi” sono utilizzati in tutti i laboratori. In realtà sono “complementari” e spesso preliminari agli studi animali. Se gli animalisti sostengono che gli animali non sono un buon modello, ancora meno lo saranno poche cellule coltivate in una provetta.

In realtà la diminuzione dell’impiego degli animali deriva da avanzamenti tecnologici. Una volta ad esempio si dovevano uccidere animali a tempi diversi per seguire modelli di patologia neurodegenerativa. Oggi con la risonanza nucleare magnetica si possono avere analoghe informazioni su animali viventi.

Si noti che queste tecniche sono anche molto meno costose della sperimentazione sugli animali. Per i test, infatti, non possono essere utilizzati animali qualsiasi, ma specifici esemplari da laboratorio, che possono costare anche centinaia di euro l’uno. Inoltre, i vari centri hanno tutto l’interesse a tenerli nelle migliori condizioni possibili, sia ai fini della ricerca in sé, sia per ragioni etiche, sia per questioni strettamente di danaro (se mantenerli costa, figurarsi ricomprarne).

Insomma, attualmente le metodologie erroneamente chiamate “alternative” non possono sostituire la sperimentazione sugli animali. Possono però limitarla, ed è ciò che effettivamente oggi avviene. D’altronde se così non fosse, non si capisce perché i centri di ricerca dovrebbero destinare i loro fondi già limitati a pratiche dispendiose e per le quali sono anche tacciati di disumanità.

Le minacce e il caso LightUp

Giulia Corsini assassina. Luciano Fadiga assassino.
L’unico benessere animale è vedere i laboratori bruciare.

Esperimento inutile come tutti quelli che fai, ma i soldi sono tanti.
Non sei un ricercatore, sei un assassino. Colpiremo duro te o la tua famiglia.

Minacce dure e chiare, tutte rivolte a ricercatori italiani da parte di ferventi animalisti. Le prime due sono solo le ultime in ordine di tempo: comparse nella prima metà di ottobre su muri rispettivamente di Bologna e Ferrara, dove i dottori Corsini e Fadiga lavorano.

La terza è uno degli esempi più gravi del terrorismo di cui è vittima da circa un anno a questa parte il professor Marco Tamietto, ricercatore dell’Università di Torino. Lui e il professor Luca Bonini dell’Università di Parma sono impegnati in un progetto di ricerca sul recupero della vista in pazienti ciechi per lesioni cerebrali (come l’ictus). Il progetto, denominato LightUp, è all’avanguardia e osservato con grande interesse dalla comunità scientifica internazionale.

La grave colpa di questi ultimi ricercatori è che il trattamento per la riabilitazione visiva deve passare per la sperimentazione sui macachi. L’uso dei primati non umani, lo ricordiamo, è vietato in Europa. L’unica deroga è rappresentata dai casi in cui è scientificamente provato che sperimentare la tal cosa su un’altra specie non darebbe i risultati attesi; insomma, quando lo si rende strettamente necessario. La scelta, infatti, è così spiegata dagli atenei coinvolti:

La sperimentazione animale è l’unico mezzo a disposizione per capire, anche a livello di singola cellula, i fenomeni di plasticità che si verificano in seguito ad una lesione, come stimolarli e orientarli per promuovere il recupero della vista. […]

La scelta dei macachi, rispetto ad altri animali meno evoluti, è stata attentamente ponderata in relazione a molti aspetti. Tra questi ci sono le straordinarie analogie nell’organizzazione del sistema visivo e la capacità di questi animali di fornire risposte comportamentali in grado di indicare il loro livello di consapevolezza degli stimoli visivi anche in assenza di linguaggio.

Il progetto soddisfa i requisiti imposti dalla normativa europea e italiana, come dimostra l’approvazione da parte dei vari organismi indipendenti deputati: European Research Council e suo comitato etico, Comitato di Bioetica dell’Università di Torino (per la parte di sperimentazione sull’Uomo), Organismo Preposto al Benessere Animale (OPBA) dell’Università di Parma (per la sperimentazione animale sui macachi), Consiglio Superiore di Sanità e Ministero della Salute italiano stesso.

Disinformazione

L’aspetto più negativo della vicenda LightUp è che l’associazione animalista LAV nei mesi scorsi ha messo in atto un grave esempio di disinformazione. Oltre ad aver chiesto e ottenuto – con dubbia liceità della cosa – i nominativi dei ricercatori coinvolti nel progetto, la LAV ha lanciato una petizione contro di esso. Nel testo della petizione si trovano molte informazioni scorrette, manipolate probabilmente al fine di stimolare una maggiore risposta emotiva da parte dei lettori.

In questa sorta di propaganda un ruolo notevole giocano anche i termini utilizzati di consueto dalle associazioni animaliste. Si parla di vivisezione, tortura, sfruttamento, cavie, evocando scenari che non sono reali e neanche più legali (ne parlavamo nell’articolo precedente).

Ma, appunto, termini forti stimolano una altrettanto forte reazione emotiva e finiscono per screditare il lavoro e i progressi della ricerca medica. Non si parla mai di ricerca, dei suoi risultati, delle ricadute in termini di vite salvate e benessere, e non solo sugli umani. A volte si dimentica che ne traggono beneficio anche gli animali stessi.

Nel caso del progetto LightUp sono intervenute le Università di Parma e di Torino a fare fact-checking, spiegando la ricerca anche nei suoi risvolti meno piacevoli. No, i macachi non verranno resi ciechi, però sì, purtroppo saranno eutanizzati per poter comprendere come i circuiti cerebrali si rimodellano. Una spiegazione esaustiva e puntuale, che non indora la pillola, bensì ci mette di fronte alla triste realtà: il costo di questa ricerca è elevato, ma i benefici non sono da meno. Ridare alle persone la possibilità di vedere, riaccendere la luce per chi non ce l’ha più: LightUp, appunto. Tutto ciò, in aggiunta alle altre ricadute di queste scoperte sui circuiti cerebrali in generale.

Etica

Al contrario, un tema complesso e spinoso, che tira in ballo anche l’etica, non merita affatto una trattazione “di pancia”. È giusto sperimentare su animali vivi o è giusto abolire questa pratica? La risposta non è scontata. 

Innanzitutto, così posta la domanda è parziale, perché mostra una sola faccia della medaglia. Cosa significa abolire la sperimentazione sugli animali? In sostanza significa fermare il progresso scientifico, ovvero lo sviluppo di nuove cure per salvare vite e migliorare la loro qualità. Posto che a nessuno piace far soffrire gli animali, ci sarebbe da chiedersi anche chi mai sarebbe disposto a veder soffrire i propri cari per il Parkinson o a vederli andare in coma e morire per il diabete. Sono solo due dei casi in cui oggi esistono terapie grazie ai test sugli animali. Ancor più nel segno colpisce la provocazione del dottor Garattini di qualche anno fa:

Sul piano etico io posso capire le persone che non vogliono che vengano maltrattati gli animali. Però da questi vorrei coerenza: non si dovrebbe mangiare carne, né tanto meno usare farmaci. Ancor di più non si dovrebbe ricorrere a medicinali per i propri cani e gatti, perché tutti i farmaci che si usano per gli animali domestici arrivano dalla sperimentazione fatta dagli uomini, attraverso quelle pratiche che loro stessi contestano.

Le varie obiezioni mosse contro la sperimentazione animale sono nobili ed evidenziano i punti deboli, i difetti di questa pratica. Ciononostante, dobbiamo ammettere con onestà intellettuale di non avere alternative. Non “sacrificare” animali alla ricerca implica comunque condannare delle vite – umane e animali – che non potranno essere salvate per mancanza di cure, che dovremmo rinunciare a sviluppare. Rispettare vita e benessere degli animali non esclude, anzi comprendeil valore del loro sacrificio per la vita e il benessere di altri animali, noi inclusi. Sono aspetti che non è corretto ignorare, per quanto affranti possano lasciarci.

L’uomo

C’è anche chi azzarda la via della sperimentazione direttamente sull’uomo, a suo rischio e pericolo. La rifiutiamo per vigliaccheria? Forse, ma non è questo il punto. Gli aspetti da considerare sono due, uno relativo alle conseguenze sociali, l’altro prettamente etico. 

Chi sarebbe disposto a fare da cavia assoluta? Il rischio è che si tratti in buona parte di disperati disposti a tutto, a correre qualsiasi rischio, per una necessità impellente. Si pensi al traffico illegale di organi: i donatori spesso sono persone con grandi difficoltà economiche, che corrono rischi elevatissimi per avere una certa somma di danaro.

Altra necessità può essere rappresentata da persone in condizioni di salute precarie, tali da indurre ad accettare quei rischi. È eticamente corretto approfittare di una situazione di disagio e svantaggio, per quanto volontari possano essere i soggetti? E la ricerca può davvero essere alle dipendenze di questi casi limite?

Infine, è più eticamente corretto condurre esperimenti sulle persone, che sugli animali? Basta l’essere consenzienti a rendere una pratica eticamente corretta? Sembrerebbe facile rispondere di sì. La sperimentazione sull’uomo previo consenso informato esiste già. Ma quando si tratta di procedure altamente rischiose? O che mirano a fenomeni che è possibile osservare solo con la morte della cavia?

Queste domande restano in sospeso. Si aprono scenari, se possibile, ancora più complessi: basti pensare ai dibattiti che già coinvolgono le associazioni pro-vita su temi come l’aborto o l’eutanasia. 

Un nodo indistricabile, un finale aperto

Le questioni etiche sono sempre spinose. Spesso non hanno una soluzione univoca o definitiva. Proprio per questo è necessario continuare a porsi domande e non fossilizzarsi su un’opinione. Ciò che è certo è che è scorretto coinvolgere persone nel dibattito senza tener presenti tutti gli elementi in gioco e puntando sull’emotività. Altrimenti, per correttezza, accanto all’immagine di un animale da laboratorio che soffre dovremmo sempre tenere quella di un bimbo malato: quanto meno “giocheranno” alla pari.