Per Raymond Carver, scrittore americano, uno scrittore è tale solo quando dimostra una qualche capacità di analizzare, se non quanto ha scritto, perlomeno i motivi che l’hanno spinto a scrivere. L’importanza maggiore non è tanto di quello che si scrive ma del perché lo si scrive in quel modo.

Ragionare sul proprio talento è un esercizio che pochi autori hanno saputo fare come Carv,er che ha riconosciuto il peso dell’inquietudine come dispositivo narrativo, definendo appunto la letteratura un territorio di inquietudine e di crisi.

Inoltre saper conquistare la leggerezza dello scrivere, in Carver come anche per Italo Calvino, diventa un carattere tipico dell’elaborazione letteraria. Si tratta di una qualità dello scrivere che non va confusa col “minimalismo” spesso assegnato come etichetta a Carver. Quella di Carver risulta invece essere una scrittura asciutta e scarna ma da cui traspare quella metafora perfetta dello scrittore definita da Franz Kafka come la capacità di trasposizione sulla pagina di “un violento dominio di sé”.

Tuttavia, conquistare la leggerezza e la semplicità senza passare per la complessità e la pesantezza dello scrivere non significa annullare l’inquietudine da cui nasce l’etica dello scrittore ma diventa una forma sofisticata in cui si sostanzia il mestiere dello scrivere.

Imparare a scrivere si può, diceva Carver. Quindi si può anche insegnare un processo narrativo che, secondo lo stesso Carver, consiste nel “portare notizie da un mondo all’altro”, in altre parole nel saper trasformare il proprio modo univoco di percepire la realtà.

Ogni scrittore, infatti, ricrea il proprio mondo secondo le sue specificazioni. La scrittrice Flannery O’Connor, per esempio, parla della scrittura come di una scoperta continua. Quando uno scrittore inizia a scrivere non sa dove arriverà ma segue qualcosa di intravisto su cui lo scrittore di racconti investe con tutte le sue abilità e il suo talento.

Anche Lev Tolstoj, in una sua introduzione alle opere di Guy de Maupassant, scrisse che il talento è “la capacità di prestare un’attenzione intensa e concentrata sull’argomento, il dono di vedere quello che gli altri non hanno visto”. Carver aggiunge che il talento o il genio rappresentano anche il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma con la capacità di vederlo in modo più chiaro da ogni lato.

Pur riconoscendo l’alto valore della conoscenza e dello studio come doti e come bagaglio essenziale di uno scrittore, oltre al talento e alla tecnica del mestiere, Carver riconosceva che nessun insegnante e nessuna mole di studio può trasformare in scrittore qualcuno che è inadatto a farlo. Chi segue una vocazione di scrittura, si imbatte in rischi di fallimento o delusioni e nel pericolo sempre in agguato, come in ogni professione, di essere degli scrittori falliti.

Un’alchimia, quello della scrittore, che sa trasformare la parola in spirito o anima parafrasando una citazione di Santa Teresa D’Avila, a cui lo stesso Carver fa riferimento, che disse: “le parole conducono ai fatti, preparano l’anima, la rendono pronta e la conducono alla tenerezza”. Una metafora della scrittura che, per usare le parole di un altro autore di riferimento per Carver, Francis Scott Fitzgerald, riassume l’avventura del viaggio nelle profondità della scrittura: “scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato”.

Anche Haruki Murakami, autore giapponese contemporaneo, racconta nel suo libro, Il Mestiere dello Scrittore, la sua esperienza di scrittore e di come abbia trovato il suo stile attraverso una operazione di pulizia mentale. Per Murakami infatti il punto di partenza di uno scrittore diventa quello di sapersi liberare del superfluo per scendere nella parte più buia dello spirito da cui emerge l’intensità e l’originalità della scrittura e delle storie.

Attraverso una tecnica molto simile a quella di Carver, la sua scrittura procede per improvvisazioni ma è fatta anche di attese e di ostinate revisioni. Scrivere per Murakami è un atto lento, un atto che si compie a marcia ridotta. Attraverso le parole lo scrittore impara a guardare la realtà secondo prospettive non comuni e scontate, entrando in contatto con la sua parte più profonda. Murakami nel suo saggio oltre a svelare la sua intimità di scrittore vuole condurci attraverso i sui percorsi di scrittura, il mestiere di scrivere che rivela i segreti della sua scrittura.

In un percorso quasi autobiografico Murakami affronta anche il tema della fatica fisica del mestiere di scrivere, convinto che sia necessario attingere a grandi riserve di energia e che anche la predisposizione fisica ed energetica del corpo sia un elemento di notevole importanza. Lo scrittore, per Murakami, deve immergersi come un sommozzatore nelle profondità del suo caos interiore e del suo lato oscuro per poi risalire in superficie portandone le scoperte e le contraddizioni da lasciare sulle pagine dei suoi libri. Un lavoro che richiede una grande energia fisica oltre che mentale, fatta di concentrazione, meditazione, solitudine e capacità di attingere alle proprie risorse interiori.

La fatica di scrivere è quella che insegue la perfezione e la pazienza di lasciar decantare la scrittura nel suo tempo necessario di elaborazione per un risultato soddisfacente. Il mestiere dello scrittore va affrontato come un qualsiasi altro lavoro che richiede un quotidiano impegno di investimento ed elaborazione della propria fantasia e della voglia di raccontare. La qualità di uno scrittore, per Murakami, non è l’esclusiva folgorazione della genialità ma la capacità di trasformare il proprio talento in un vero e proprio lavoro metodico.

La creatività della scrittura non nasce da una comfort zone dello scrittore ma al contrario dalla sua prolungata inquietudine, come quella di certi pesci che, se non si spostano di continuo, muoiono. Il lavoro instancabile e prolungato dello scrittore come processo lento, poco appariscente e faticoso, diventa alla fine, per Murakami, solo un bisogno di scrivere, spesso senza scopo, simile a quello di chi costruisce navi dentro una bottiglia. Chi non è adatto a questo tipo di attività non può scrivere a lungo, farne un mestiere che si rinnova di continuo, crescere in quanto scrittore e sopravvivere alla sua epoca.

Scrivere, nel caso di Carver per i racconti o per Murakami per i romanzi, non è un mestiere per tutti e come per molti lavori artigianali è fatto di quotidiani gesti abitudinari, dello sforzo di collocare le parole giuste nel posto giusto, affinchè possano lasciare intendere il loro messaggio al lettore nel modo migliore che possano fare. Le parole che vogliono essere liberate dall’emozione dello scrittore o dalla loro imprecisione sono i segreti che sia Carver che Murakami ci rivelano per farle rimanere impresse al lettore senza che scivolino via come gocce di pioggia.

 

 

FONTI:

Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi, Torino, 2015.

Murakami Haruki, Il mestiere dello scrittore, Einaudi, torino, 2017.