Cos’è l’odio? Un sentimento? Un atteggiamento? Una disposizione dell’animo o della mente? Una passione dell’essere? Per dare una possibile risposta occorre superarne le definizioni classiche e addentrarsi per sentieri che si diramano in percorsi spesso più personali che sociali.

Tuttavia è opportuno partire da un’idea generale dell’odio che esprime un’avversione e una volontà di distruggere l’oggetto o il soggetto odiato. Oppure, in modo meno radicale, rappresenta anche una presa di posizione di chi vuole semplicemente fuggire da qualcosa o da qualcuno.

Le manifestazioni dell’odio sorprendono per la loro pervasività in numerosi contesti della propria vita. A partire dai massacri etnici e politici, delle faide della criminalità organizzata, delle aggressioni a sfondo xenofobo e razzista, all’intolleranza guidata dall’odio verso chi è percepito “diverso”, fino ai crimini intrisi di odio che vengono consumati nei contesti ordinari della vita familiare e relazionale.

L’odio quindi esiste a livello microscopico dei singoli individui e macroscopico delle grandi collettività e pone una prima domanda:  l’esperienza dell’odio è connaturata alla natura umana e quindi ineliminabile, oppure è qualcosa che può essere prevenuto o contrastato?

La religione, la filosofia e la psicologia si sono spesso interrogate sulla natura dell’odio. Da Aristotele a Cartesio, Spinoza, fino a Jean-Paul Sartre nel suo L’essere e il nulla, l’odio è stato interpretato come repulsione, rifiuto e annullamento dell’oggetto stesso che provoca l’odio, per giungere fino al rapporto paradossale di chi desidera l’annullamento dell’altro da sé.

Anche il contributo dal punto di vista della psicologia inizia dalla teoria Freudiana della genealogia dell’odio che, risalendo a Platone per ritrovare la sua genesi mitica, propone una concezione innatista dell’odio come movente del comportamento umano. L’odio come controparte di un eros pulsionale e di istinto di vita rappresenta una parte interdipendente e non sopprimibile della sua pulsione opposta, quella dell’amore e dell’eros. L’odio quindi, inteso come espressione di una aggressività originaria, spinge al contrasto e al conflitto col suo opposto, l’amore.

Tuttavia, l’odio non necessariamente ha una diretta analogia con il crimine o la violenza e viceversa. Tesi, questa, sostenuta anche dalla filosofa Hannah Arendt nella sua Banalità del Male. In questo saggio, infatti, la Arendt espresse la convinzione che i crimini compiuti dal nazista Adolf Eichmann non si basassero su un puro sentimento di odio verso gli ebrei ma piuttosto nella sua consapevole e razionale normalità di svolgere un compito che gli era stato ordinato, facendosi solo strumento zelante dell’ideologia nazista.

Quando si odia, quindi, sembra che la ragionevolezza scompaia non nel tentativo di raggiungere un obiettivo, ma soltanto per una volontà di distruggere qualcun altro, nel godimento irragionevole che deriva da un male altrui.

Esiste anche un caso emblematico di odio contro di sé in cui l’io viene esiliato con una rinuncia a se stessi. La psicoterapia scava nelle radici di questo tipo di odio e in queste dimensioni di rifiuto primario che quasi sempre si agganciano all’infanzia, durante la quale il soggetto non ha avuto modo di conoscere e sperimentare i propri bisogni e sentimenti primari. Da un’educazione repressiva in cui il bambino anestetizza i propri sentimenti e i propri bisogni primari può avvenire la trasformazione in un individuo che sviluppa un senso di alienazione da sé stesso.

Il soggetto può quindi precipitare in età adulta nella depressione e nell’autolesionismo e l’odio iniziale percepito verso l’esterno viene introiettato su di sé. Traumi infantili, abusi e l’idea di non essere amati dai genitori possono diventare, infatti, elementi insopportabili che vengono poi spesso mascherati da sensi di colpa e che conducono a una genesi dell’odio auto-distruttivo. Un bambino disprezzato può diventare un adulto che disprezza e odia quello che riflette la sua debolezza interiore.

Dell’odio si parla poco se non per condannarlo o rimuoverlo come elemento inevitabile con cui dover fare i conti ma di cui nessuno riesce facilmente a liberarsi. Certamente l’odio può essere anche una disposizione episodica a volte ricorrente e non sempre si presenta come una caratteristica stabile dell’individuo in cui l’atteggiamento emotivo si costituisce da costanti e iterati impulsi aggressivi verso una persona o un gruppo di persone.

Quando l’odio si sviluppa fra gruppi sociali, l’atteggiamento ostile assume carattere di odio nei casi in cui qualcuno o qualcosa si opponga ai valori di un determinato gruppo o li minacci. Il diverso viene quindi rappresentato come il nemico; ciò serve sia a rafforzare la propria identità personale e di gruppo sia per identificare un capro espiatorio, un avversario che minaccia, anche se non direttamente, e su cui indirizzare l’odio giustificato, in modo concreto, strumentale e costruito.

Come sostiene anche il filosofo Umberto Eco nel suo saggio, Costruire il Nemico, avere un nemico aiuta a definire una identità di gruppo che mette alla prova il proprio sistema di valori. In questo modo, vengono costruiti collettivamente nemici che a volte non minacciano direttamente ma diventano coloro che qualcuno ha interesse a rappresentare come minacciosi. Eco tenta di risalire a una fenomenologia dell’odio in cui il diverso viene trasformato in nemico per costruire l’unità e l’identità di un gruppo politico, di una nazione o una patria. I risvolti di questo processo determinano poi fenomeni come l’antisemitismo, l’isolamento del diverso, dello straniero o del migrante come reazioni utili al rafforzamento delle identità sovraniste e di gruppi che mantengono il potere nelle società.

Si tratta di una fenomenologia dell’odio che sostiene la necessità di odiare un nemico per costruirsi una identità soprattutto quando nei singoli individui vengono a mancare la consapevolezza intellettuale, il coraggio del confronto leale con l’altro e l’eroismo delle proprie convinzioni. Senza tali valori e consapevolezze, diventa più facile costruirsi un’identità collettiva e falsa attorno a un opponente.

Si tratta di argomenti che nella loro semplicità e nell’abilità manipolatoria di leader negativi hanno trascinato popoli nelle ideologie e nei nazionalismi basati esclusivamente sull’odio. L’esito di questi esperimenti sociali si è sempre concluso tragicamente nella guerra, nei conflitti, nei genocidi e negli stermini di massa contro il nemico inventato. Sì, perché quando il nemico non esiste occorre inventarlo per poter alimentare l’odio che crea identità contro i portatori di diversità, di bruttezza, di ribrezzo con cui si costruisce la figura del nemico.

Dopo questo breve excursus sulla genealogia e fenomenologia dell’odio ci si pone di fronte ad alcune considerazioni su cosa fare. Come si combatte l’odio? Come si può passare ai fatti dalle dichiarazioni d’intenti e dalle parole che, nella loro teoria, difendono il diritto di non essere discriminati, offesi e odiati per motivi razziali, religiosi, sessuali, etnici o di altra natura?

Iniziative come quella del parlamento europeo che ha attivato la campagna No Hate Speech Movement, che vuole diffondere una nuova sensibilità e un atteggiamento di contrasto a tutte le forme di odio, rappresentano un segnale incoraggiante. Tuttavia combattere l’odio nella società contemporanea e nella nuova forma di “odio virale”, che si diffonde in maniera istantanea e pervasiva sui social e internet, diventa ancora più difficile. Ne sono un esempio i casi emblematici in aumento di cyberbullismo, revenge porn e altre forme subdole di razzismo, intolleranza e odio virale in rete verso i soggetti più fragili.

Ma oltre alle condanne e ai proclami delle istituzioni, cosa si può fare?

Forse per una via ideale, l’odio come componente umana ineludibile va educato alla trasformazione da risorsa negativa a positiva. A questo scopo diventa fondamentale poter definire un attento e incisivo programma familiare e scolastico idoneo a creare una maturità civica contro l’odio in tutte le sue forme, e che influenzi eticamente le nuove generazioni.

La cultura della democrazia dovrebbe investire su questi valori positivi come elemento di benessere del cittadino e porsi a tutela della sua salute etica e sociale con la stessa attenzione e ruolo che svolge per la salute fisica del corpo. Comprendere la storia e le radici dell’odio ed educare a trasformarlo senza manipolazioni può aumentare la consapevolezza per l’individuo di sapersi porre di fronte a delle scelte ed alle relative conseguenze, pur nel principio di libertà insopprimibile di poter accettare o rifiutare, di amare o odiare.

FONTI:

Massimo Recalcati, Sull’odio, Mondadori, Milano, 2004.

Marcella Ravenna, Odiare, Il Mulino, Bologna, 2009.

Umberto Eco, Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani, Milano, 2012.