Gli SDG – Social Development Goals– sono diciassette punti programmatici definiti dall’ONU nel 2015, che hanno come obiettivo quello di migliorare la vita di miliardi di persone entro il 2030. Diciassette punti che spaziano dalla fine dell’estrema povertà e da città più inclusive a una pesca sostenibile, argomenti che riguardano il futuro dell’economia, della società e dell’ambiente.

Ma come si può dire di aver raggiunto l’obiettivo se non si hanno le giuste unità di misura e i mezzi per poterle analizzare? Com’è possibile misurare a che livello si trova la sicurezza alimentare? Com’è possibile calcolare la variazione tra le disuguaglianze? Oggi è possibile grazie al SPISocial Progress Index– l’indice che misura la qualità della vita di uno stato.

Lo SPI non è un indicatore che tiene conto del PIL o di altri misuratori economici, ma calcola la relazione tra la crescita economica e il progresso sociale. Permette di quantificare una serie di indicatori: quelli indispensabili per la sopravvivenza (cibo, acqua, casa e sicurezza), passando per i fondamenti del benessere (educazione, informazione, salute e ambiente), fino alle opportunità (diritti, libertà, inclusività e accesso ad una educazione elevata). A differenza degli SDG il SPI si basa su 51 segnalatori, composti da dati di qualità provenienti da fonti affidabili. Grazie alla sua natura composita, SPI può essere fatto risultare in un punteggio aggregato per mostrare il proprio stadio rispetto alla totalità degli SDG.

Bisogna immaginare ora di avere una scala da 0 a 100 dove 0 rappresenta l’assoluta assenza di progresso sociale e 100 il livello minimo imposto dagli SDG. Nel 2015 il livello mondiale raggiunto era di 69.1, cioè la media dei 180 paesi proporzionata alla popolazione dei singoli stati (così che la Cina pesi di più dell’unione delle Comore o l’India dell’Islanda). Il paese più vicino al raggiungimento degli SDG è la Danimarca con un punteggio di 98.8 mentre il più lontano è la Repubblica Centrafricana con 27.5, tutti le altre nazioni del mondo sono da qualche parte nel mezzo. Ricordiamo che l’obiettivo finale è di portare tutti a 100 entro il 2030: è una cosa possibile?

L’indice per il progresso sociale è un riferimento utilizzato ormai da parecchio tempo, si possono quindi analizzare i trend del passato recente per fare previsioni sul prossimo futuro; sulla base dei dati raccolti, la Danimarca sarà l’unico paese a raggiungere il livello minimo degli SDG entro il 2030. Altri paesi che ci andranno vicino potrebbero essere Germania (99.6) e Giappone (99.2), mentre Canada (96.7), Francia (96.1), Regno Unito (96.1) e Italia (95.7) lo mancheranno per poco mentre gli Stati Uniti saranno i peggiori del G7 con 90.1. Questo potrebbe sembrare scoraggiante perché queste sono le nazioni più ricche del pianeta (ma non va dimenticato che non sono le più popolose).

Le grandi nazioni, quelle con una popolazione superiore ai 100 milioni, sono distribuite su tutto il globo e variano dalla Cina all’ Etiopia (con l’esclusione degli Stati Uniti e del Giappone di cui abbiamo già parlato). Sono queste che avranno un maggiore impatto sulla realizzazione o meno degli obiettivi prefissati. E la nazione che avrà il maggiore avanzamento è il Messico (86.9) seguito dalla Russia (82.6), poi Cina ed Indonesia (entrambe con 81.9), Brasile (79.1), le Filippine (78.6), India (71.1), Bangladesh (69.1), Pakistan (68.1), Nigeria (66.8) ed Etiopia (63.0). Con questi numeri, la previsione mondiale avanzerebbe fino a 75.2, che è molto al di sotto della meta. Inoltre, alla velocità attuale, non si raggiungerebbe il traguardo prima del 2094.

Grafico di produzione propria

Per alcuni SDG le previsioni sono positive; per esempio SDG 2 (fame zero) e SDG 3 (salute e benessere di base) si aggireranno attorno al 94.5 a livello globale. Nel caso di SDG 6 (acqua pulita e igiene) il mondo si fermerà attorno alla quota di 85.6 entro il 2030.

Tutti questi obiettivi quasi raggiunti sentono forte la spinta dei paesi più ricchi, dove i livelli minimi sono stati superati da tempo. Esistono però anche SDG che sono una sfida soprattutto per le nazioni più abbienti: l’area dei diritti delle persone e inclusività, che riunisce al proprio interno una gamma di SDG:
– SDG 1 povertà zero
– SDG 5 sull’uguaglianza di genere
– SDG 10 sulla riduzione delle disuguaglianze
– SDG 11 sulle città inclusive, sicure, durature e sostenibili
– SDG 16 sulla pace, giustizia e istituzioni forti

In questi, molti paesi come Brasile, India, Russia, Cina, Stati Uniti ed Indonesia stanno retrocedendo, diventando sempre meno garanti dei diritti civili, costruendo società meno aperte alle minoranze (di etnia, orientamento sessuale, fede religiosa) e retrocedendo infine dalla media mondiale da 64.9 a 60.4 per i diritti delle persone e da 45.8 a 41.9 per l’inclusività.

Nonostante ciò, è necessario continuare a sfruttare le occasioni per accelerare lo sviluppo sociale e cambiare atteggiamento laddove sia necessario. Si è incredibilmente vicini a un mondo dove nessuno muore di fame, di malaria o di dissenteria. Se si continua a perseguire questo obiettivo mobilitando tutte le risorse possibili, si potrà stimolare la volontà politica verso un cambiamento sempre più imponente. Senza però dimenticarsi degli SDG problematici e scomodi che racchiudono le sfide del futuro. Il fatto che gli SDG stiano manifestando una crisi dei diritti personali e dell’inclusività è positivo.

Se ci si dimenticasse di essi e ci si concentrasse solo su quelli risolvibili o già risolti, si mancherebbe il vero scopo degli SDG: rendere il mondo un posto migliore per più persone possibili. Gli SDG sono un punto di arrivo possibile solo se si dà priorità al progresso sociale piuttosto che alla crescita economica. Infatti, essa indubbiamente ha aiutato e aiuta le popolazioni ad uscire dal loro stato di povertà e arretratezza, ma lo fa troppo lentamente e non per tutti contemporaneamente. Basti pensare al caso emblematico dell’India, che ha un programma molto avanzato, ma le case continuano a essere sprovviste di bagni interni.

I Social Development Goals sono un’opportunità storica, a patto che non vengano perseguiti secondo le regole del business ordinario. L’unico modo che si ha per arrivare alla realizzazione degli SDG è lavorare meglio, diversamente e insieme. E soprattutto continuando a chiedere ai leader mondiali di mantenere le promesse fatte nel 2015.