Nel contesto della scena it-pop e rap italiana si sente spesso parlare di gruppi emergenti, o rapper, che cercano di rimanere nell’anonimato, almeno nella prima fase della propria carriera, nascondendo al pubblico la propria identità dietro a delle maschere ed evitando di rivelare il proprio nome.

Spesso si tratta di una provocazione o semplicemente di uno stratagemma per risultare più misteriosi agli occhi dell’audience, e per fare in modo che gli ascoltatori si concentrino sulle proprie canzoni piuttosto che sulla propria fisionomia. Ancora più spesso, si tratta di un vero e proprio atto di ribellione nei confronti di una società affamata di immagini e sempre meno avvezza all’ascolto; il che si proietta spesso anche in testi dai toni aggressivi e disillusi.

Giors: un nuovo modo di vivere l’anonimato in musica

E se a optare per l’anonimato fosse un cantautore che, nelle sue canzoni, utilizza toni più pacati e metafore aggraziate per descrivere con lo stesso trasporto il fenomeno appena citato? Parliamo di Giors, cantautore piemontese che si lascia ispirare dai grandi del passato per raccontare il mondo il cui viviamo oggi.

Dopo la pubblicazione lo scorso agosto del suo singolo Notte di San Lorenzo abbiamo avuto l’occasione di fargli qualche domanda, per capire meglio che cosa lo ispiri nello scrivere canzoni e cosa l’abbia spinto a addentrarsi nella giungla che è l’industria musicale.

L’intervista: Giors si racconta

Ecco come il cantautore ha deciso di raccontarsi in un’intervista a Lo Sbuffo il 24 ottobre scorso:

Quale valore dà all’anonimato nei suoi lavori? È un modo per stare lontano dai riflettori o per far sì che le sue canzoni risultino più “universali” e liberamente interpretabili?

In un mondo ossessionato dal voler apparire, dove pare si sia sostituito il cogito ergo sum con videtur ergo sum, il mio voler dare tutta la scena ai testi e alla musica delle canzoni, anziché alla mia persona, è una necessaria scelta di controtendenza, ma non necessariamente una provocazione. L’intento è quello di evitare che in qualche modo l’ascolto delle parole possa essere distratto da immagini, a volte anche prepotenti. Un tentativo di riproporre qualcosa che a prima vista può sembrare vintage, ovvero proporre brani con melodie che possono essere replicate anche al chiaro di Luna.

Se dovesse dare una definizione di se stesso e della sua musica, quale sarebbe?

Mi sembrerebbe banale sintetizzarmi nella formula “cantautore 4.0”. Posso dire di essere una persona che osserva ciò che succede nel quotidiano e si interroga di fronte ai vari eventi e comportamenti che si incontrano, cercando di comprenderne le motivazioni e gli effetti, sforzandosi di non perdere la speranza; quelli che mi colpiscono in modo particolare, per le ragioni più disparate, possono generare alcune parole chiave attorno alle quali inizia la mia ricerca di una melodia. E in sede di stesura del brano e del successivo arrangiamento con la preziosa collaborazione di Vincenzo Delli Carri, nasce una musica che si fonde con un testo che impegna all’ascolto.

Come mai il pianoforte? C’è qualcuno che lo suonava tra i suoi conoscenti o è stato un amore originale?

È stato il primo strumento che ho visto suonare dal vivo, quando frequentavo la scuola elementare. Successivamente, per esperienza familiare, ho avuto modo di vivere un po’ indirettamente e direttamente l’utilizzo e le dinamiche dello strumento. Mi ha sempre affascinato la sua forza espressiva, ma apprezzo anche quattro semplici accordi di chitarra, così come non disdegno alcuno strumento musicale. E ciò è percepibile dai brani già disponibili e quelli che usciranno per il prossimo Natale.

Ha iniziato a pubblicare musica in età matura. Qual è stata la svolta che l’ha portata a voler condividere con gli altri la propria musica?

Il tutto è nato come elaborazione di una serie di occasioni di incontro e conversazioni con persone di paesi, continenti, genere, culture, musiche, età e pensieri diversi. Mi è parso che la condivisione di ragionamenti, ispirati al comune buon senso, destasse un certo interesse e in un certo modo anche la domanda di ragionarci insieme. E allora quale migliore occasione di accompagnare codesti pensieri con la leggerezza della musica. Penso che uno degli errori della modernità sia una sostanziale negazione del valore dell’esperienza, connotata spesso come qualcosa di superato. Esperienza non vuol dire “fare delle prediche”, non è restia a cambiare le cose in meglio e non deve tarpare le ali alle persone più giovani generando in loro la paura di sbagliare, bensì offrire loro un’angolazione di lettura diversa, con l’auspicio che ciò possa aiutarle a sognare per poi pensare un mondo dove tutti possano sentirsi meglio.

La sua musica parla dei pericoli di un mondo dominato dalla freddezza nelle relazioni interpersonali: le sue canzoni vogliono essere più dei consigli o delle proteste?

Lungi da me dare consigli a chiunque; ho difficoltà a darli a me stesso! Le mie canzoni sono diapositive di vita raccontate con un approccio giornalistico, forse con una venatura “alla Flaubert”. Esprimono indignazione per certe situazioni; nutrono sempre la speranza che nasce dalla fiducia nella capacità delle persone a generare armonia tra di loro tutte le volte che provano a riconoscere se stesse e a riconoscere gli altri, distaccandosi almeno un poco dalla tentazione della generale omologazione di pensieri e comportamenti. “Non sono figo” perché sono come gli altri; “sono figo” perché riconosco me stesso e investo energia su ciò, nel rispetto delle altre persone.

Gli autori che più l’hanno ispirata sono i grandi cantautori italiani: in che modo hanno influito sulla sua musica?

Ho origini piemontesi, sono italiano, mi sento europeo e viaggiatore nel mondo. Le mie canzoni sono la sintesi del mio vissuto non riconducibile ai soli cantautori italiani, alcuni dei quali peraltro apprezzo molto.

Cosa ne pensa del panorama musicale odierno?

È un panorama interessante di cui mi sento parte, frutto del suo tempo, dove spesso la spettacolarità, la voglia di apparire, la curiosità di vedere il “re nudo” sempre prevalgono sull’ascolto dei testi e delle melodie che ti obbligano a un passo più consapevole per affrontare il quotidiano come una bella escursione in montagna.

L’intervista: i brani

Siamo passati, poi, a domande più specifiche sui brani presenti nel primo album del cantautore, Il mare di sera (2017), e sul singolo Notte di San Lorenzo.

In Notte di San Lorenzo si rapporta con un interlocutore: si tratta di un “Tu” generico oppure la canzone ha un destinatario preciso?

Il “Tu” in Notte di San Lorenzo è più di uno. Ogni ascoltatore, ogni ascoltatrice può essere uno di quei “Tu” in coerenza con i ruoli che vive nel proprio quotidiano. È una canzone d’amore dedicata alla Nostra Madre Terra e a tutti coloro che con il loro abbraccio sono capaci di generare felicità. Ognuno di noi può leggerci dentro il suo “Tu”: per lo meno a me è successo così.

Sulla copertina di Notte di San Lorenzo viene rappresentata una distesa di fiori: come mai la scelta di tale fotografia?

Cover di Notte di San Lorenzo

L’idea mi è stata proposta da Matteo Baracco che cura la parte grafica del mio progetto e mi è piaciuta. Le margherite come metafora delle stelle che si riflettono in un tappeto steso sulla Terra, così che correndo sul prato mentre la notte sta arrivando ti sembra di camminare nel cielo.

Notte di San Lorenzo: qual è stata l’ispirazione per il titolo e in che cosa si collega al testo e al messaggio del brano?

Il titolo nasce semplicemente dal fatto che l’ho scritta la notte di San Lorenzo di un paio di anni fa. Penso offra sapore cosmico e ponga in evidenza il contrasto tra l’armonia delle leggi fisiche dell’Universo e l’esperienza della “Torre di Babele” che subiamo e contribuiamo a generare ogni giorno nella nostra esistenza. E tutto ciò succede perché non sappiamo vivere l’amore e lo travestiamo in mille modi fino a vivere situazioni in cui ci sentiamo persi. Non di rado in questa confusione un volto, un sorriso, un abbraccio inaspettato, un’affermazione di qualcuno ci fanno riscoprire l’ordine giusto delle cose, la capacità di dialogare, la voglia di progettare modelli di vita davvero nuovi, capaci di sostituire il concetto di crescita economica con la parola star-bene, disposti dunque ad accettare il cambiamento di abitudini che tale processo comporta.

Ne La betulla e il faggio si parla di un “profeta dell’era digitale” e del modo di comunicare moderno, qual è il suo rapporto con la tecnologia? Cosa ne pensa dell’educazione civica digitale?

Mi piace la tecnologia e la sua evoluzione. La storia ci insegna che è uno strumento indispensabile al miglioramento della vita delle persone, ma non la considero un Dio; non mi sento addict. Osservo che c’è un divario significativo da colmare tra i traguardi che la tecnologia ha raggiunto in termini di sviluppo, di soluzioni e la capacità delle persone a utilizzarla in modo appropriato e consapevole. Dunque, ogni forma di educazione in tal senso non può che essere benvenuta. Il “profeta dell’era digitale” fa riferimento a un cluster di persone fisiche e giuridiche che condizionano pesantemente molte scelte nella nostra società. Ci vedo una certa assonanza con il Pifferaio di Hamelin e là i ratti annegarono tutti, e quindi una qualche riflessione sul tema è utile. L’utilizzo del termine comunicazione penso sia troppo sopravvalutato: in un mondo sempre connesso sembra che le solitudini vengano a galla molto più numerose. In fondo è la fisicità delle persone, la sensorialità dei suoni, delle parole, dei profumi, dei sapori e dei colori delle cose che ci circondano a farci apprezzare l’esistere, in particolare in quegli istanti con gli occhi chiusi fino a farci sentire vivi.

Queste sono le parole che il cantautore piemontese ci ha voluto dedicare. Per approfondire i concetti portati avanti in questa intervista, consigliamo l’ascolto del suo album Il mare di sera e dei suoi due singoli, Notte di San Lorenzo e C’è qualcuno (disponibile su tutte le piattaforme per lo streaming musicale dallo scorso 11 ottobre), entrambi precursori del prossimo album del cantautore, in uscita nel 2020.

FONTI

Intervista e materiali gentilmente concessi da Soundpress

CREDITS

Copertina e immagini gentilmente fornite da Soundpress