Forza vitale, volitiva e un desiderio traboccante di conoscenza e esperienza, è ciò che contraddistingue e trasmette alla storia Lou von Salomé, oltre, ovviamente, a un vastissimo repertorio letterario e filosofico (con un lascito di un totale di venti libri e centinaia di saggi, articoli, lettere e vari scritti) e un fondamentale contributo alla psicanalisi – le teorie di Freud dovettero molto alla sua allieva. A ricordarci oggi di questa donna rivoluzionaria, mossa da un’ulisside curiosità e coraggiosa insofferenza alle costrizioni e alla morale degli anni a cavallo tra otto e novecento, combattute con tenacia lungo tutto il corso della vita, è il film biografia Lou von Salomé della regista tedesca Cordula Kablitz-Post, nelle sale italiane dal 26 settembre.

Di origine russa, nata a San Pietroburgo nel 1861, Salomé si trasferì presto in Germania per portare avanti i suoi studi in filosofia e religione, nella piccola città di Gottinga, città in cui risiedette per la maggioranza del tempo tra gli innumerevoli viaggi che hanno caratterizzato la sua vita nomade e interculturale. Grazie a una singolare pertinacia e caparbietà, Lou von Salomé si formò in studi filosofici, addentrandosi, anche grazie all’aiuto di fortuiti incontri cruciali (Paul Ree per ricordarne uno), in un profondo percorso di studio e di ricerca introspettiva, posta sempre in rapporto con l’altro e con il mondo. Sfidando la morale dell’epoca e difendendo a ogni costo la propria libertà e indipendenza, ella rifiutò le proposte di matrimonio di molti uomini, tra cui quelle di Paul Ree e Friederich Nietzsche, con i quali andò a convivere a Berlino – formando la cosiddetta “Santa trinità”, consacrata con la celebre foto che vede ritratti Ree e Nietzsche soggiogati al frustino della donna –  per una felice stagione che fu scandalo senza precedenti.

Scrittrice, filosofa, psicanalista, Lou von Salomé era prima di tutto interessata a vivere. Nutriva un’immensa fiducia nelle infinite possibilità della vita, opportunità valide tanto per un uomo quanto per una donna. Uno dei fil rouge della sua infaticabile quest si tende nello studio e nel suo personale tentativo di raggiungere una, seppur transitoria, conciliazione di estraneità. Così si legge nella raccolta di ricordi Sguardi sulla vita (Edizioni SE), pagine testamentarie scritte per lo più tra il 1931 e 1932 (Lou von Salomé scomparve nel 1937), nel capitolo L’esperienza di Dio, quando Salomé si interroga sul bisogno, e quindi capacità, dell’uomo di sostituire al mondo reale uno immaginario, tendenza indotta da «una sempiterna incapacità di accontentarsi della realtà esteriore, di questo Altro-da-Noi». In Sguardi sulla vita i concetti di ipseità e alterità ricorrono in costante dialogo in ogni aspetto indagato, la religione, il rapporto con la famiglia, l’amicizia, l’amore e l’esperienza erotica. Quest’ultimo campo, estremamente travagliato e vissuto in modo del tutto anticonvenzionale per l’epoca, è fondamentale per la formazione di Salomé. Amica, compagna, musa di Paul Ree, Friederich Nietschze e Rainer Maria Rilke, solo con quest’ultimo ha scoperto e si è abbandonata al principio dionisiaco, da sempre da lei rifuggito, negato, e subordinato a quello apollineo. Dal libro depositario dei suoi ricordi, nel capitolo L’esperienza dell’amore, Salomé riferisce l’amato come alterità, un distaccamento lirico dall’immagine concreta e reale, che produce un’esperienza poetica e quindi vitale:

«La figura dell’amato non è tuttavia molto più reale di quanto lo sia quel frammento di realtà che il poeta trasforma in poesia – una poesia che non avrà più rapporto alcuno con la funzione ordinaria che questo frammento riveste nella realtà».

Sguardi sulla vita sono pagine autobiografiche vivaci ed etogenee, in cui Salomé muove con estrema elasticità da momenti di lucido registro cerebrale a tensioni liriche, sfuggenti, oltre il logos e il dicibile. Questo abbandono all’invisibile, al non detto è ciò che più caratterizza le bellissime pagine dedicate a Rilke, con Rainer, dove la prosa di Salomé raggiunge altissimi picchi lirici, quasi a coronare la comunione e l’intesa con la vertigine del poeta, fondendosi in influenze reciproche: prova della Poesia come «corpo e carne».  Con Rilke, Salomé raggiunge la ricercata unità, la comunione degli opposti, perché nel poeta trova «la prima vera realtà, corpo e uomo indissolubilmente uniti, evidenza incontestabile della vita stessa». Ad unire i due era  «quel sussurro di un mondo invisibile», udibile solo se se lo si porta nel sangue, negli occhi. È da questa comunione che nasce la poesia di Rilke contenuta in Libro d’ore:

Spegnimi gli occhi: ti vedo lo stesso,
turami le orecchie: ti sento,
e senza piedi ti raggiungo
e senza bocca t’invoco.
Spezzami le braccia, ti afferro
con il mio cuore: è una mano,
ferma il cuore e batterà il cervello
e se lo brucerai
ti porterò nel sangue.

 

Uno dei pochi pilastri di genere femminile del Novecento, Lou von Salomé scomparve poco prima dello scoppio delle atrocità belliche, dalle quali fu comunque toccata. Negli ultimi anni le era stato proibito di esercitare la psicanalisi, considerata dal Reich scienza ebraica, e pochi giorni prima della morte la Gestapo confiscò la sua biblioteca. Le sue memorie furono raccolte e curate dal germanista Ernst Pfeiffer, che pubblicò postume in Germania nel 1951.


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