Quando inizia qualcosa di nuovo ci viene un brivido in fondo alla schiena, non c’è niente di più bello di quel momento. L’adolescenza è così: una scoperta continua. Non ci rendiamo conto che le nostre scelte cambieranno tutto, o forse non ci interessa.

L’estate è finita. Si ritorna tra i banchi di scuola.

Le nostre due anti-eroine dei Parioli, Ludovica e Chiara, si ritrovano dopo delle noiosissime vacanze estive. Chiara va a trovare Ludo in una stanza d’albergo, perciò scopriamo che Ludo non ha mai gettato lo smartphone di Saverio e ha continuato a incontrare degli uomini. E questa è la prima pecca della serie tv targata Netflix.

“Nessuno ti ha chiesto perché usavi il telefono di un morto?” —

“Fa caldo Chià, so’ tutti rincoglioniti”, risponde l’altra. 

Forse troppo semplice liquidarla così.

Chiara, nel frattempo, ha sentito qualche volta Damiano ma aspetta di rivederlo. Lui è rimasto invischiato nel giro di Fiore, con cui ha un debito che può risanare solo accompagnando una escort in macchina ai suoi appuntamenti. La madre di Ludo, intanto, si frequenta con il preside del Collodi, il padre di Fabio, e i genitori di Chiara sono di nuovo uniti grazie all’idea del padre per l’azienda di famiglia.

Famiglie assenti, genitori mediocri, questi sono i condimenti di una serie fatta di ragazzi che hanno quest’ansia di autodeterminarsi, adolescenti che credono di aver vissuto abbastanza e che sentono tutto il peso del mondo addosso. Ludo gestisce i suoi appuntamenti in autonomia, mentre Chiara ritorna da Fiore per sciogliere Damiano da ogni vincolo e tenere Ludo fuori da quel giro, aiutandola a risanare il debito che Ludo ha con Fiore, dalla prima stagione.

Si sarebbe potuta chiamare “Baby Squillo”, proprio come i giornali avevano marchiato il racconto dei Parioli, ma hanno scelto di chiamarla semplicemente Baby, proprio per rimarcare come i fatti si concentrino semplicemente sul prima dello scandalo. Non sono interessati a quanto scabrosa e illegale sia questa storia, anche se è naturale che persista un certo retrogusto amaro. Scritta dal collettivo Grams e diretta da Andrea De Sica e Letizia Lamartire, con la produzione di Fabula Pictures, il punto focale è la vita di questi ragazzi che si trovano in questa terra di mezzo che è l’adolescenza: provare a capire i loro dubbi, le loro incertezze nascoste dietro un muro di arroganza, le paure dietro il bullismo tra i banchi di scuola. E vuole farlo anche raccontando il mondo attorno a loro, le loro famiglie, quegli adulti che, troppo spesso, non sono poi così più maturi dei loro figli.

Una seconda stagione fatta di sei puntate e una trama su come i giovani italiani non sappiano comunicare, non sappiano più parlare tra di loro, raccontati dall’impeccabile scenografia e fotografia che solo Netflix ci sa regalare. Una serie che a tratti può assomigliare ai teen drama 13 ed Élite, soprattutto quest’ultima. Una scuola privata, la divisa, le famiglie altolocate, i ragazzi che di colpo si comportano come se fossero più grandi della loro età. insomma, hanno molte cose in comune queste due serie, anche se Baby punta meno sulla trama noir e più sui sentimenti e sulle psicologie dei ragazzi.

Eppure, nel corso degli episodi, lo spettatore non farà altro che domandarsi cosa sia realmente accaduto, proprio perché gli autori, per non scadere nello scabroso e per non mostrare immagini poco genuine, sorvolano su alcuni eventi, si basano tanto sul “non detto”.

Secondo le parole che Chiara dice nel primo episodio, l’adolescenza è una scoperta continua, eppure non è semplicemente per il brivido che le due ragazze continuano a incontrare uomini nelle camere d’albergo, è per questa mania di controllo, tenere tutti in un pugno, farsi volere da un sacco di gente, le fa sentire potenti e lontane dal mondo dei banchi di scuola, dai genitori che li vedono ancora come dei bambini, che mettono i soldi davanti a tutto, senza pensare alle conseguenze delle loro scelte. È proprio a quegli adolescenti che è dedicata questa serie tv, per annullare il solito cliché del “nessuno mi capisce e scuotere un po’, sulle note di “Non avere paura” di Tommaso Paradiso.

Il finale di Baby lascia aperti a ogni possibilità di un sequel: riusciranno i nostri ragazzi del Collodi a crescere e a salvarsi?