Al principio del ventesimo secolo, due dei più grandi artisti di tutti i tempi davano vita ad una nuova pratica artistica, che non era più soltanto pittura, né soltanto disegno, ma non era del tutto scultura. Era un processo innovativo, di giustapposizione di materiali già esistenti all’interno di un’unica opera. Era il collage artistico e i suoi padri erano Pablo Picasso (1881-1973) e Georges Braque (1882-1963).

Pablo Picasso e Georges Braque

Pablo Picasso e George Braque

I due avevano molto in comune, ma anche tante differenze caratteriali e lavorative. Picasso era uno spagnolo estroso, geniale, un donnaiolo, un artista con un enorme talento per il disegno. Braque era più privato, fedele per tutta la vita alla stessa donna. Per quanto riguardava il lavoro, preferiva dipingere direttamente sulla tela, piuttosto che dare tutta quell’importanza alla fase di disegno iniziale, come faceva il collega.

Nonostante le differenze, i due si ritrovarono a collaborare felicemente per un certo periodo, nella Parigi allora centro di quello stile di vita bohémien tanto decantato dalla letteratura memorialistica francese.

Picasso si era stabilito a Parigi nel 1904. La capitale francese era, e sarebbe stata per anni, il centro propulsore delle prime avanguardie artistiche, a cui Picasso offrì il proprio personalissimo contributo. Braque invece proveniva da Argenteuil, ma ben presto la famiglia si era spostata al nord, a Le Havre. Qui aveva frequentato una Scuola di arti e mestieri che avrebbe dovuto prepararlo ad un lavoro manuale. Subito dopo si era trasferito a Parigi e da qui non si sposterà più. Frequentò accademie, l’École des Beaux-Arts, conobbe Picabia, Dufy, e avviò ufficialmente la carriera di artista.

Nel 1907 Picasso e Braque si incontrano per la prima volta. Picasso stava lavorando all’imponente tela de Les Demoiselles d’Avignon, che Braque capirà e apprezzerà per primo, sorprendendo colleghi e amici i quali ritenevano che Picasso fosse precocemente uscito di senno.
I due artisti divennero inseparabili, per anni lavorarono a stretto contatto, di modo da stimolarsi vicendevolmente. Lo scopo era infatti quello di rinnovare il linguaggio artistico, ormai irrimediabilmente stravolto dalla prima avanguardia della storia dell’arte.

Nel 1912, Picasso e Braque avevano già individuato e largamente assimilato la scomposizione cubista, lavorando anche con Juan Gris, altro spagnolo che molto offrì al movimento.

Nascita del collage

A seguito di una prima fase di studio e sperimentazioni (il cubismo analitico), i due giunsero, attorno al 1912 ad un cubismo più consapevole: quello sintetico.
Questa fase, tra gli anni 1910 e 1912, fu un momento di grandi sperimentazioni visive e tecniche. Proprio così, tra le prove, lo studio approfondito e appassionato dell’opera di Cézanne, e i fumi dei cafè parigini dove Picasso e Braque solevano incontrarsi con Apollinaire, Modigliani, Cocteau e altri colleghi, nacque il collage.

È un momento di totale rottura con la tradizione precedente.
Se ad ideare ufficialmente il cubismo era stato Picasso, il primo ad utilizzare il collage artistico fu Braque. Detto questo, occorre ricordare che i due artisti lavoravano a strettissimo contatto in quel periodo, operando attorno agli stessi temi, dunque giunsero quasi contemporaneamente al collage. Sarebbe quindi più corretto dire che entrambi furono gli ideatori di tale tecnica, senza dare un primato ad uno piuttosto che all’altro.

Sta di fatto che il primo collage creato è di Georges Braque e si intitola Natura morta BACH, del 1912.

Georges Braque, Natura morta BACH, 1912

Inizialmente, gli artisti utilizzavano la tecnica dei papier collé, letteralmente le carte incollate, che consisteva semplicemente nell’incollare carte di vario tipo direttamente sulla tela: erano ritagli di quotidiani, singole lettere estrapolate da riviste, carte colorate o carte che imitano la trama stessa del legno.
Proprio così fece Braque in Natura morta BACH e in molte altre opere. Soprattutto, è da notare come l’artista intervenga molto spesso direttamente inserendo il proprio segno grafico. Braque sente l’esigenza di terminare il lavoro con il disegno, aspetto invece mancante in altri artisti e nello stesso Picasso.

Di Braque si ricorda anche l’opera conservata al Museo del Novecento di Milano, il collage Natura morta con chitarra, realizzato sempre nel 1912. Anche in questo caso si può notare la sua propensione all’utilizzo di inserti cartacei mimetici e per l’uso del disegno in aggiunta al collage.

Dal collage all’assemblage

Se Braque ha dato il via al collage artistico vero e proprio, Picasso ne ha dato una spinta ulteriore, con la sua Natura morta con sedia impagliata. Nell’opera, sempre del 1912, l’artista non inserisce soltanto carte incollate, ma anche un pezzo di corda a fare da cornice alla tela.

Natura morta con sedia impagliata, Pablo Picasso, 1912, collage di pittura a olio, tela cerata, carta e corda su tela, Museée National Picasso, Parigi

Pablo Picasso, Natura morta con sedia impagliata, 1912

La sfida alla bidimensionalità della tela è stata ufficialmente lanciata. Se il cubismo aveva messo in dubbio l’unitarietà dello sguardo e le papier collé avevano fatto entrare la realtà nell’opera tramite gli inserti mimetici e i ritagli di giornale, con quest’opera si arriva ad una precoce forma di assemblage. Gli elementi tridimensionali fanno la loro comparsa all’interno dell’opera. Il tempo della bidimensionalità è terminato.

È doveroso poi ricordare un altro assemblage di Picasso: Chitarra, realizzato nel 1912.

Pablo Picasso, Chitarra, 1912

Lavoro effimero, questa chitarra scomposta seguendo l’insegnamento cubista, è realizzata in lamina e filo metallico, a partire da un primo modello in cartone.
Dopo aver rinnovato la pittura, Picasso rinnova anche la scultura. I materiali sono inusuali, modificano la figura classica dello scultore che lavora intagliando, scolpendo o fondendo i materiali canonici. Qui l’artista taglia e assembla. Inoltre, l’opera è stata concepita per essere appesa al muro, dunque invade il campo della pittura, ma non è pittura. Non ha tuttavia un basamento, dunque non è scultura.
Il collage offre infinite possibilità, a questa data ancora da scoprire.

La corrente futurista

L’altra grande corrente artistica che a poca distanza dai cubisti francesi, inizia a sperimentare con il collage, è quella dei futuristi italiani.
I grandi artisti della prima generazione sfruttano volentieri questa tecnica che permette loro di porre lo spettatore al centro del quadro, al centro del movimento e del trambusto rappresentato nell’opera. Inoltre, sono molto interessati dalla possibilità di usare inserti di giornali, così da sfruttare l’opera per inserirvi una protesta politica.

Si ricordano Festa patriottica di Carlo Carrà, di cui si è scritto in questo articolo, e il collega Gino Severini (1883-1966).

Anche Severini, come Carrà, è tra i primi firmatari del Manifesto del 1909 e ha sperimentato spesso la tecnica del collage. In questo caso, l’utilizzo del collage è sfruttato per portare nell’opera l’attualità, tramite l’uso di giornali e riviste, che a quella data hanno un’importanza enorme per gli artisti. Sono infatti lo strumento di diffusione delle loro idee, il luogo dove vengono pubblicati i loro manifesti artistici, e sono inoltre fondamentali per la circolazione di riproduzioni artistiche.

Una delle riviste più rilevanti degli anni precedenti la guerra, è la fiorentina Lacerba, fondata da Giovanni Papini e Ardengo Soffici nel 1913, pubblicata fino al 1915, con uscita bisettimanale. Molti artisti vi hanno collaborato, pubblicandovi articoli e riflessioni critiche, molti altri l’hanno omaggiata nelle loro opere, proprio come fece Severini in Natura morta con la rivista Lacerba, del 1913.

Lacerba era uno strumento fondamentale per gli artisti che volevano mantenersi aggiornati. Era letta dagli italiani, ma diffusa anche a Parigi e letta dallo stesso Picasso, che a sua volta ne inserì il frontespizio in alcuni lavori.
In Natura morta con la rivista Lacerba, Severini inserisce il frontespizio della rivista in una composizione di stampo cubista, omaggiando il lavoro di Papini e Soffici.

Lo stesso Ardengo Soffici (1879-1964) inserisce Lacerba nelle proprie tele.
Critico molto attento e consapevole dell’arte contemporanea, Soffici pubblica un articolo importante su Lacerba nel 1913, intitolato Cubismo e oltre, in cui propone il superamento definitivo del cubismo con una nuova attenzione al futurismo. Dopo che Picasso lesse l’articolo, lo apprezzò e omaggiò Soffici con una tela (Pipa, bicchiere e bottiglia di Vieux Marc, 1914). Soffici stesso si rese conto di quanto contasse un’affermazione d’intenti simile, e in risposta dipinse la Composizione del 1913.

Ardengo Soffici, Composizione, 1913

Nonostante l’artista inserisca il titolo del suo stesso articolo e il frontespizio di Lacerba, l’opera non è tanto un’auto celebrazione, quanto una risposta chiara e sincera all’omaggio picassiano. L’artista sta confermando di averlo recepito e apprezzato, e dice della propria intenzione a rimanere fedele alla volontà di sorpassare il cubismo.

Il dadaismo tedesco

Cambiando contesto e spostandosi dall’Italia alla Germania, è doveroso prendere in considerazione il lavoro dei dadaisti tedeschi, soprattutto per quanto riguarda il contesto berlinese. Nel primo dopoguerra, il movimento dadaista, nato a Zurigo nel 1916 circa, acquista forti caratteristiche di denuncia sociale e politica, soprattutto nell’opera di artisti come George Grosz e Otto Dix.

Dix (1891-1969), in particolare utilizza il collage per denunciare le ingiustizie, le atrocità, le disuguaglianze tra classi sociali, nel primo dopoguerra.
L’artista, partito volontario durante il conflitto mondiale, non era tornato entusiasta come prima di partire. Se la guerra inizialmente era stata attiva, era tuttavia diventata dopo poco una sfibrante guerra di trincea che si trascinava di mese in mese e deprimeva i soldati già stremati. Dix passò dalla motivazione iniziale ad una depressione e rabbia cieca per tutto quello che una guerra voluta dagli uomini contro altri uomini è capace di causare.

L’artista sopravvisse, ma una volta rientrato, si ritrovò in una Germania che portava ovunque le tracce di questo conflitto: tutto era grigio, distrutto, ma la cosa peggiore erano i mutilati di guerra sopravvissuti, che abitavano la città come fantasmi e marionette deformi. Erano personaggi abbandonati a sé stessi, poveri mendicanti accasciati agli angoli delle strade, e la cosa che più impressionava Dix era proprio il loro aspetto deforme, testimonianza fisica degli orrori della guerra.
I reduci letteralmente a pezzi così vengono rappresentati dal pennello di Dix, in opere come Prager Strasse, del 1920.

Otto Dix, Prager Strasse, 1920

L’autore sceglie di ritrarre proprio Prager Strasse, perché era una delle zone più ricche e lussuose di Dresda, fino a prima della guerra. Dopo il conflitto, anche una strada solitamente percorsa da persone eleganti e curate, di un certo ceto sociale, viene abitata dai reduci, che sono davvero ovunque nella città.

Bisogna precisare che Dix non disprezzava i mutilati, né provava pena per loro. Disprezzava invece il loro aspetto non in quanto loro, ma in quanto conseguenza di un episodio orrendo come la guerra.

In Prager Strasse sono rappresentati in primo piano due reduci mutilati, che tentano di spostarsi come possono. Uno utilizza un carretto su cui poggia il busto privo di gambe, l’altro privo di piedi e di un braccio, non riesce a stare in piedi. Alle loro spalle, le vetrine dei negozi espongono protesi di lusso di ogni tipo, ma che i mutilati non possono acquistare perchè troppo impoveriti dalla pessima condizione economica del Paese.

Il collage, in questo caso, presenta inserti di riviste del tempo, scelti dall’artista con fini polemici. Il più visibile, in primo piano, strilla “Juden raus!” (“Fuori gli ebrei!”) e si riferisce alle opinioni antisemitiche che si stavano pericolosamente diffondendo in quegli anni.
L’altro inserto contenutistico si trova ai piedi della bambina intenta a guardare la vetrina. L’articolo tratta della politica attuata in Germania contro i contraccettivi, in vigore dal 1915 per bilanciare il calo demografico causato dalla guerra. Inserendo questo frammento di testo nel contesto di un’opera come Prager Strasse, dove esseri deformi si ammassano all’interno della tela dando un senso di soffocamento, e soprattutto, la bambina ha gli arti inferiori deformi, Dix dichiara la sua posizione riguardo al tema. Si pone contro il bando tedesco, denuncia la creazione di mostruosità derivate dall’unione di malati distrutti dalla guerra.

Erste Internationale Dada-Messe

In questa breve introduzione alla storia del collage artistico, si sono ripercorse le origini della tecnica. Questa sarebbe sfociata poi nella fondamentale mostra Erste Internationale Dada-Messe, allestita nel 1920 presso la galleria di Otto Burchard, a Berlino. Qui, l’allestimento stesso era un montaggio di collage, scritte, assemblage di vario tipo come il manichino vestito da generale con la testa da maiale, di Hausmann e Heartfield (Arcangelo prussiano, 1920), appeso al soffitto.

Erste Internationale Dada-Messe, 1920, Berlino

Da Picasso al movimento dadaista e poi oltre, fino a diventare fotomontaggio, montaggio cinematografico e installazione artistica, il collage è stato la base della nuova visione individuata del Ventesimo secolo, che rifiuta una visione banale e mimetica tanto ricercata nei secoli precedenti.
Con il collage, si entra definitivamente nella modernità.