Si chiamano nativi digitali e sono i ragazzi cresciuti da sempre a contatto con la tecnologia. Questo, però, non implica automaticamente spiccate capacità in materia. Mentre il coding si affaccia nelle scuole, il nostro paese soffre di un notevole tasso di analfabetismo digitale, a cui varrebbe la pena rimediare. Perché una cosa è certa: dal progresso tecnologico non si torna indietro.

Analfabetismo digitale come svantaggio per la crescita

Secondo rapporti internazionali del 2018 (Commissione Ue, Digital economy and society index) il livello di competenze digitali in Italia si attesta quartultimo in Europa, davanti soltanto a Bulgaria, Grecia e Romania.

Tra le principali cause vi sono il basso tasso di accesso e uso di internet, in un singolare circolo vizioso: minor utilizzo della rete determina una minor dimestichezza, che disincentiva a sua volta il suo utilizzo. Come conseguenze abbiamo, ad esempio, un ritardo nello sviluppo dell’e-commerce (utilizzato solo dall’8% delle nostre piccole e medie imprese) e dell’e-government (cioè le piattaforme digitali della pubblica amministrazione). Ma anche mancanza di figure professionali dalle spiccate competenze digitali, paradossale con l’attuale situazione di disoccupazione giovanile.

Altra causa, forse più significativa, risiede nelle carenze formative del nostro sistema scolastico, responsabili di scarse competenze linguistiche (lettura, scrittura) e matematiche. In sostanza, analfabetismo funzionale e digitale sono strettamente connessi. Aver poca dimestichezza con questi mezzi significa utilizzarli male o non utilizzarli affatto. Un grave limite se pensiamo a quanto la nostra società vi sia immersa e quanto la commistione col digitale vada crescendo.

La programmazione non è una cosa da nerd

Come abbiamo visto, le difficoltà riguardano già aspetti basilari della tecnologia e del mondo digitale, la cui utilità pratica è evidente e immediata.

Laddove anche questo aspetto viene a mancare, si apre un settore la cui importanza è ancora poco compresa: quello della programmazione. Con questa parola subito balenano in mente immagini di codici incomprensibili che scorrono veloci su sfondo nero e che intuitivamente sappiamo essere la struttura di ogni pagina web che visitiamo. Non solo, la programmazione riguarda ogni singola azione che riusciamo a svolgere con un computer, uno smartphone, una consolle per videogiochi, e così via. Sembra la classica faccenda da nerd, ingegneri e informatici, ma a fare programmazione si può cominciare da bambini, come per gioco.

Scratch e il coding nelle scuole

Da qualche anno nelle scuole primarie è arrivato il coding, cioè appunto un primo approccio alla programmazione informatica. Prima che pagine e pagine di codici complessi, programmare significa elaborare sequenze ordinate di azioni che un certo strumento deve eseguire. E questo può riguardare anche, per fare qualche esempio, il movimento di un animaletto su un prato virtuale, oppure un biglietto di auguri animato digitale. Tutto questo è oggi possibile grazie al linguaggio di programmazione per bambini Scratch, sviluppato dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) e pensato per i giovani fino ai 16 anni. Il suo impiego è ampio nelle scuole, da parte di insegnanti e studenti, per realizzare progetti che rendano l’apprendimento un gioco: si possono creare storie, giochi, animazioni interattive, e infine persino condividerle su una piattaforma online con bambini da tutto il mondo.

Un paio di anni fa, nel cinquantesimo anniversario della ricerca sul coding per bambini, Google dedicò alla ricorrenza un Doodle basato proprio su Scratch: semplici blocchi, ognuno indicante un’azione, da ordinare in modo da permettere ad un personaggio di percorrerli correttamente.

Perché è importante

Al Media Lab del Mit l’idea di fondo è permettere ai bambini di prendere confidenza con la tecnologia che ci circonda. In fin dei conti, il linguaggio della programmazione è la lingua che parlano tutti gli strumenti che abbiamo costantemente sotto mano. Di qui l’importanza di comprenderla.

Ma il suo potenziale non finisce qui: spesso si trascura come il coding possa essere un modo giocoso per apprendere, nonché un metodo per stimolare il problem solving. Se ci chiediamo quale sia la reale utilità (certamente i bambini di oggi non finiranno tutti a fare i programmatori informatici), basta osservare come il coding stimola il nostro ragionamento al pari di altre materie scolastiche (di cui altrettanto spesso si contesta l’utilità pratica e immediata, tralasciando il loro valore intrinseco). Mitchel Resnick, professore e ricercatore del Mit, osserva in proposito:

è utile fare un’analogia con la lettura e la scrittura. Quando si impara a leggere e scrivere, si aprono nuove opportunità per imparare molte altre cose. Quando si impara a leggere, allora si potrà anche leggere per imparare. E imparare a programmare è la stessa cosa. Se si impara a programmare, allora si potrà anche programmare per imparare.

La lingua dei nativi digitali

Il professor Resnick dichiara anche il suo scetticismo nei confronti delle competenze informatiche dei nativi digitali, se non debitamente istruiti in materia. Hanno infatti grande dimestichezza nell’interagire con la tecnologia, specie a confronto con le generazioni precedenti, ma non hanno scioltezza nel creare e nell’esprimersi attraverso di essa.

Quando si diventa fluenti in una lingua, vuol dire che si può scrivere una pagina di diario o raccontare una barzelletta, o scrivere una lettera ad un amico. Anche per le nuove tecnologie è così. [Perché i giovani siano fluenti] devono essere veramente in grado di scrivere i propri programmi per il computer, o programmare.

C’è una nuova lingua da apprendere all’orizzonte, dunque, che promette di aprire scenari nuovi e nuove possibilità.