Stanotte guardiamo le stelle è un libro autobiografico scritto da Alì Ehsani, un ragazzo afgano, ormai trentenne, che racconta intimamente e in maniera sincera il suo doloroso viaggio dal proprio paese d’origine, verso una vita migliore. Li chiamano “viaggi della speranza”, perché in questi casi la speranza è davvero l’unica cosa a cui si aggrappano questi esseri umani, mentre camminano senza sosta, rischiando la vita per un futuro dignitoso. Sembrano amare la vita e forse anche l’Europa stessa più di noi, che in Europa abbiamo incondizionatamente benessere e libertà. La storia di Alì è una tra quelle che hanno avuto il privilegio di poter raccontare il loro lieto fine.

Storia di Alì Ehsani

Alì è solo un bambino di otto anni quando è costretto a fuggire con il fratello maggiore Mohammed, quasi maggiorenne, dopo che un missile ha raso al suolo la loro casa di Kabul, uccidendo i genitori. Alì sin dalla nascita non ha conosciuto altro che la guerra, alla quale si è terribilmente abituato.

In una Kabul del 1997, sotto la minaccia armata dei Talebani e la persecuzione contro le minoranze etniche nei confronti degli Hazara e dei Turkmeni, di cui Alì fa parte, la sua sopravvivenza dopo essere rimasto orfano è davvero in pericolo. Parte così con il fratello maggiore, che dimostra di avere la maturità e la saggezza di un padre, pronto a difendere il fratellino sino alla morte. Da solo organizza il funerale dei genitori e la loro fuga nei minimi dettagli.

Il viaggio durerà cinque anni, e terminerà finalmente in Europa, dopo aver attraversato posti pericolosissimi, paragonabili solo ai gironi dell’inferno dantesco, affrontando numerose insidie, come una lunga ed estenuante corsa ad ostacoli. I suoi occhi hanno visto violenze sui migranti clandestini come lui, la sua schiena ha resistito ai manganelli della polizia di frontiera, le sue orecchie hanno ascoltato la cattiveria e l’odio dato dai pregiudizi verso chi è debole e così facile da schernire.

Da Kabul al Pakistan, dal Pakistan all’Iran e poi alla Turchia, sempre illegale, senza documenti, senza nessuno a ricordarmi chi sono.

Le somiglianze dei migranti di oggi e di ieri

La paura del mare, la consapevolezza di essere costantemente un essere umano senza ombra, senza nome e senza diritti, la corruzione di chiunque possa decidere della sua esistenza. Ma anche la mancanza di pietà dei trafficanti, che da un lato si arricchiscono sulla pelle dei migranti, e dall’altro sono gli unici disposti a far transitare questa gente per la fuga, nonché il futuro incerto che però è meglio di un presente altrimenti segnato.

Questi sono tutti elementi che non ci suonano nuovi, che ricorrono nelle storie dei migranti di ieri e di oggi, storie senza tempo che dovrebbero far riflettere che in realtà il mondo che stiamo costruendo è sempre lo stesso.

Il viaggio di Alì è anche un viaggio verso il prematuro svezzamento alla vita adulta, dove non ha mai abbandonato gli insegnamenti della sua famiglia e l’attaccamento alla terra di origine, che ricorda con sincera nostalgia.

In Iran, Alì e Mohammed hanno assistito a torture, migranti rinchiusi in lager e trattati come le più indomabili delle bestie. Tutte immagini che sono così attuali se pensiamo a quanto accade in Libia.

Era il 1997 e nonostante siano passati più di 20 anni la migrazione illegale verso l’Europa è ancora un’impresa tanto disumana quanto necessaria per tanti, che miete vittime lungo il suo cammino. Non importa quali siano le rotte: c’è sempre di mezzo un deserto che tempra i piedi e poi un mare che, implacabile, non fa sconti a nessuno. Alì infatti perderà il fratello nel tratto di mare tra la Grecia e la Turchia, dopo aver tentato la traversata con un misero canotto che di solito si usa in spiaggia per giocare.

Il mare nero è da sempre un invisibile cimitero di esseri umani che non si interessa nemmeno dei loro nomi.

Nessuno ha mai ritrovato il tuo corpo, non c’è una tomba col tuo nome sopra, potresti essere rimasto aggrappato a uno scoglio, chissà magari sei quasi annegato e poi hai perso la memoria…

Dall’Asia all’Europa

Alì rimane così da solo, a 10 anni, in balia di un paese che non conosce, da solo ed estremamente vulnerabile come solo un minore non accompagnato può essere. Trova però la solidarietà di una famiglia curda con la quale condivide un passato di clandestinità e di persecuzione e viene rincuorato da un sincero affetto famigliare.

Egli riparte da solo verso l’Europa e si ritrova così a bordo di una barca improvvisata, poco più di una zattera, in mezzo al buio del mare notturno, con accanto altri fuggitivi come lui, iracheni, iraniani, afgani. Rischiando di rimanere vittima di un naufragio, arriva a Lesbo, dove viene portato in un centro d’identificazione. Dopo ancora arriva fino al porto di Patrasso, diretto verso l’Italia e verso quella che lui chiama Europa.

Colpisce l’empatia e la solidarietà disinteressata con la quale altri connazionali come lui lo supportano e rincuorano. Pur non avendo niente, sono disposti a condividere quel poco che hanno, anche solo un abbraccio.

Tutti parlano della Svezia come della terra promessa per noi emigrati e poi, a seguire, la Germania e la Gran Bretagna, fino a scendere all’Italia e alla Spagna, dove gira la voce che le opportunità siano molto ridotte. 

Alì, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato in Grecia, riesce ad arrivare a Venezia nascosto sotto ad un tir, respirando gli scarichi tossici e la benzina, sporco e senza cibo. Ci aveva già provato la volta prima verso Ancona, ma da lì era stato rimandato in Grecia come un pacco postale.

Alì Ehsani racconta di come è stato fermato dalla polizia più volte e aggredito solo perché sospettato di essere un immigrato irregolare e di come i pregiudizi verso i migranti si tramutino in un soffio in violenza.

Il razzismo contro i migranti nel frattempo non è cambiato. Proprio durante la prima metà di agosto di quest’anno un ragazzo di colore, originario del Ghana, Umar Ghani è stato insultato con frasi razziste mentre faceva volontariato presso la Croce Rossa di Loano (SV). Gli è stato urlato: sporchi la divisa che indossi. Il ragazzo ha dichiarato in risposta alle offese che è normale che mi insultino, perché io sono nero.

Questa normalizzazione della violenza unita ad una rassegnazione verso tali cattiverie non ci dovrebbe rendere insensibili e inermi di fronte ad alcune gravi vicende. Perché un giorno potremmo ritrovarci migranti in un paese straniero e vorremmo essere accettati per la nostra lingua e la nostra pelle.

Un nuovo presente da vivere e un futuro da costruire

Alì vive da ormai 10 anni a Roma, ha i documenti per la permanenza regolare in Italia e un tetto sopra la testa. Egli ha continuato a studiare faticosamente con l’aiuto delle borse di studio, ottenute con gli ottimi voti, sino ad ottenere una laurea triennale presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, realizzando così il sogno per il quale suo fratello Mohammed ha sacrificato la vita.

Ridi, sei contento di partire, sei sicuro che in Turchia saremo più felici perché poi vorremo andare in Grecia e poi da lì in Italia o altrove in Europa. Ogni volta saremo sempre un po’ più felici.

[…]

Ma poi, che cosa cercavi tu, dove volevi veramente arrivare? Me lo sono chiesto una marea di volte. Secondo me sognavi una moglie, dei figli, un lavoro, una vita senza paura, quello che sognavano tutti.

E quello che sognano ancora tutti coloro che attraversano il Mediterraneo, ciò che li spinge a volare come uccelli, nonostante il vento forte.

Siamo come uccelli, perché gli uccelli volano liberi e noi voleremo lontano Alì.


FONTI

Libro Stanotte guardiamo le stelle di Alì Eshani, edito da Feltrinelli, 2016.

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