La rivoluzione: ricorsivo, animoso e spesso abusato termine di cui la morale e la politica moderne hanno imparato a servirsi. È essa un modo per estirpare tutti i nostri mali alla radice o per creare un male radicalmente nuovo?

Nascita del pensiero rivoluzionario

Dal XIX secolo ad oggi si è venuto affermando (recentemente trivializzandosi) un vero e proprio “pensiero rivoluzionario”, in un mondo occidentale dove, prima del 1789, nemmeno si sapeva cosa fosse una “rivoluzione”. C’era stata la Rivoluzione di Cromwell in Inghilterra, la Rivoluzione americana, ma niente a che vedere con la grande Rivoluzione francese, spesso figlia più di leggenda che di storia. Diversamente delle modeste antenate, essa fu in grado di riscrivere la mappatura istituzionale dello Stato, il panorama della bellicosa politica europea e le stesse coscienze di una massa di dimensioni precedentemente non contemplate che, nelle più diverse regioni della cartina occidentale, si scuotevano al suono di patria.

Questo exploit francese – che dopo aver fatto storia ci ha regalato un concetto, un universale, un’idea – ha dato vita alle facce incoerenti di un’assurda medaglia. Da una parte la luce progressiva di un interesse sociale che trionfa sulle logiche dei privilegi passatisti, dall’altra le ombre di un popolo che, stanco di un sistema opprimente, si stanca segretamente anche del contratto sociale e si sfoga contro la pace e la tolleranza.

La Rivoluzione Francese

La Rivoluzione di Washington fu più una guerra, La Rivoluzione di Cromwell non ebbe un reale effetto dinamite, tanto meno un effetto duraturo. Per la Francia fu diverso.

Secondo la storiografia marxista, di certo parziale ma anche capace di ipotesi coraggiose, la Rivoluzione Francese non fu che una “rivoluzione borghese”. La Società dell’ancien régime, congiuntura agricola di privilegi terrieri, covava dentro quell’architettura a tratti medievale una società capitalistica. Quell’ancora ristretta (ma potente) fascia di ricchi o medi borghesi chiedeva libertà di commercio e tutela fiscale. Un braciere che poteva facilmente dilagare in una libertà di espressione e di diritto politico. In molti ovviamente hanno obiettato che anche la società francese post-rivoluzionaria è rimasta una società agricola, e per lungo tempo.

Quindi, in quest’ottica, la Rivoluzione sarebbe stata solo politica, non sociale. Ma il sociale, il popolare, non si legge tanto nelle conquiste temporanee di un’eccitata democrazia o nel terrore pre-totalitario instaurato da violente politiche ideologiche. La Francia ha vissuto una rivoluzione sociale perché ha fornito parole e concetti nuovi alle coscienze occidentali.

Un paragone può essere trovato in Lutero, che a Worms, di fronte all’autorità del Papa e all’Imperatore Carlo V, affermava di non poter ritrattare le proprie tesi, di non poter concedere l’appalto della sua coscienza alle autorità mondane di un mondo reale.

Hir stehe hic; ich kann nicht anders

Io sto qui; non posso fare altrimenti

Lutero afferma un nuovo concetto di libertà, o meglio: arricchisce di nuovi temi il ruolo della libertà soggettiva. Non sono più la teologia ecclesiastica, le bolle papali e le sentenze della Curia a definire il credo del fedele. Sono invece la libera scelta, la sdoganata introspezione. La pensosa conversazione con Dio che, nella migliore tradizione agostiniana, giace dentro l’individuo. Nessuno può imporsi come arbitro di questo dialogo, come amministratore della Gloria e dei suoi raggi sugli eletti, né il Papa né l’Imperatore.

In termini socio-politici, la Rivoluzione francese fa lo stesso lavoro, arricchisce le libertà, ma stavolta non di una coscienza religiosa, bensì di una coscienza nazionale. Fino ad allora, in Francia come nel resto d’Europa, “libertà” era sinonimo di “privilegio”. La legge fiscale e penale dello stato era un’onda distruttiva che, nel più potente e assolutistico arbitrio, devastava ciò che incontrava.

C’era chi, come i nobili, i cortigiani o i ricchi borghesi, poteva far affidamento a privilegi territoriali, giuridici ed economici per restare al sicuro, nelle proprie roccaforti, da quella devastazione. Poi c’era chi, protetto da case di paglia o addirittura scoperto, veniva travolto da uno tsunami di sfruttamento, abuso, asservimento e costrizione che disconosceva persino la sua natura umana. L’assolutismo teorizzato da Richelieu, Mazzarino e Luigi XIV fu solo il punto più alto, e ancora in piena vita, di questa logica del privilegio. La libertà di cui l’individuo moderno si fa forte è quella espressa dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789.

Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti.

L’ideale di Rousseau

Cosa chiedeva, quindi, la Rivoluzione? Una livella, una soluzione di umanità. Questo è il tratto conservatore ma anti-tradizionalista, aurorale ma anti-primitivista della Rivoluzione. La lettura ideale dell’origine. Lutero poteva parlare, con la sua teologia, dell’origine del Cristianesimo, ossia dell’origine della religione, e vi leggeva una libera e triste coscienza sempre in comunicazione con Dio. I giacobini, i sanculotti e tutti i veri rivoluzionari cercavano l’origine del patto sociale. Cercavano nell’originario sociale la soluzione ad una tradizione abusiva. Cercavano il territorio morale e politico in cui gli uomini nascono. Dalla prospettiva di una realtà corrotta, cercavano l’ideale di Rousseau.

Pare che Napoleone, in visita alla tomba del filosofo, abbia detto: Sarebbe stato meglio per il mondo che non fosse mai nato. E all’attendente che gli disse: Sire, ma se non fosse nato Rousseau no avremmo avuto la Rivoluzione […] rispose Già, Capitano, avete ragione!

Rousseau, come pensava Kant, fu il “Newton della filosofia morale” perché risolse a livello storico il problema del male nel mondo. Non era colpa di Dio, né dell’essere umano, che esce buono dalle mani di Dio. Era colpa della Società, che nelle sue logiche della disuguaglianza e della sperequazione materiale e morale nasconde agli umani stessi ciò che essi originariamente sono. All’origine dell’umanità c’è un sentimento di purezza, una trasparenza emotiva che, nelle sue grandi opere, Rousseau racconta sistemicamente come siano andate irrimediabilmente perdute.

Ma allora come trovare il bene, se non c’è rimedio al male del passato? Non con la Rivoluzione, come voleva leggere Robespierre. La rivoluzione non fa che distruggere, e dalla distruzione aspirante all’utopica salvazione non deriva che un male ancora più grande. L’imposizione di un ordine peggiore del precedente che non solo devia ancora di più dalla moralità originaria, cercando di estrarre miti dal paniere della storia, ma uccide fisicamente, peccato ancora più contro natura.

Starobinski e il “ritorno a sé”

È Starobinski, nel suo Il rimedio nel male, che coglie con più profondità il punto della “rivoluzione morale” rousseauiana. Il principio terapeutico si trova nel male stesso, nella Società. Dopo gli scenari disastrosi delineati nel suo Discorso sull’origine della disuguaglianza, Rousseau non propone certo di fuggire nelle foreste e tentare di rivivere la vita del selvaggio primitivo. Egli sa che ormai ciò che siamo diventati è genetico, irrimediabile, e che un individuo moderno senza politica, apparenze e tecnologia sarebbe un essere smarrito, che non sarebbe in grado di vivere di ciò che non conosce più.

Si fa un bel predicare sulla rovina che gli smartphone portano nelle vite dei nostri giovani. Ma chi ha il coraggio di affermare che ormai questo mondo digitale è una “mente estesa”, un qualcosa che ci appartiene e a cui apparteniamo di cui, ormai, non possiamo più fare a meno?

Il discorso di Rousseau è questo:

Le medesime cause che hanno corrotto i popoli servono talora a prevenire una corruzione maggiore; così chi si è rovinato l’organismo per un uso smodato della medicina, e costretto a ricorrere ancora una volta ai medici per mantenersi in vita.

(Discorso sulle scienze e sulle arti)

Questo ci ricorda il discorso di Platone sulla lettura, che è pharmakon e quindi, secondo la traduzione greca, può essere sia veleno che cura. Il rimedio, per Rousseau, è omeopatico: presente nel male stesso. Solo con un altro contratto sociale è possibile risolvere i problemi del contratto storico, quello che ha legittimato le disuguaglianze e gli abusi.

Il ritorno a sé, alla propria coscienza originaria, al bene, è possibile solo con la generalizzazione egualitaria (Starobinski) dei privilegi. Ciò avviene estirpando chiaramente le virulenze morali ad esse associate, mantenendone però la Weltanschauung. È infatti di questo, ormai, che vive l’individuo: di digitalizzazione, di capitalismo, di progresso, di democrazia, di diritti universali, di proprietà privata. Nessuno può levargli tutto ciò, col rischio di risultare anacronistico e inviso.

L’equilibrio della pace

L’assolutismo morale e religioso e l’assolutismo politico offendono le libere coscienze, prevaricano le forze spontanee della libera volontà. Il muro portante di ciò che più propriamente ogni cittadino, fedele o umano chiama “vita”. La volontà cosciente è quindi il punto saldo dell’identità, ma la sua difesa non deve convertirsi in un’ebbrezza sentimentale. Lo slancio eroico verso la distruzione è egoistico, s’impone alle coscienze tanto quanto il sistema tradizionale di oppressione.

La coscienza, questo splendido prodotto dell’età moderna, non riesce a trovare nella Rivoluzione il suo veicolo di affermazione categorica. Solo il mondo, non la sua distruzione, può essere accogliente per le idee.

Comunicare con le coscienze, non convertirle, guidarle, non pervertirle. L’equilibrio fondamentale è la pace, e finché pace sussiste le sperequazioni vanno combattute su un altro terreno, vanno distrutte nella loro intrinseca corruzione. Non nella devastazione di ciò che la Storia ha ormai, irrimediabilmente, raggiunto.

La Rivoluzione è un atto di conservatorismo e primitivismo spicciolo. Essa è, per Rousseau e per le logiche della modernità, reazionaria e totalitaria. La Rivoluzione pretende di sconquassare la fisica dei rapporti sociali, invece di interessarsi allo spirito delle coscienze libere. Si impone dall’alto come un despota, semplicemente sostituendo un Direttorio al Re Sole.

L’unica vera rivoluzione è quella che combatte impugnando in primo luogo l’equilibrio fondamentale, quello della pace, senza cui ogni sistema si corrompe e si vanifica.


Fonti

Il rimedio nel male, Jean Starobinski, Giulio Einaudi editore, Torino, 1990

Storia moderna e contemporanea (Vol II), Adriano Prosperi e Paolo Viola, Giulio Einaudi editore, Torino, 2000

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