Venticinque anni dopo l’uscita del capolavoro che ha fatto innamorare intere generazioni, Disney ripropone un live action iperrealista. Il re leone, un remake ormai ben inserito nel processo di rifacimento cinematografico, torna a commuovere il pubblico di grandi e piccini. Inaugurato da Alice in Wonderland nel 2010, passando per Maleficent, per approdare poi a La bella e la bestia e Aladdin, il processo di remake non sembra arrestarsi con Il re leone. Al contrario, molti credono che questo rappresenti un punto d’approdo e, allo stesso tempo, un trampolino di lancio per il futuro. La tendenza degli ultimi anni dimostra un sempre maggiore avvicinamento al realismo: Il re leone ne rappresenta il culmine. Tuttavia il film non sembra aver soddisfatto pienamente gli spettatori. L’apprezzamento generale è infatti accompagnato da riserve della critica.

Per parlare adeguatamente de Il re leone, è necessario chiarire alcuni termini. Innanzitutto, cosa significa remake cinematografico? Remake, traduzione dall’inglese, significa “rifacimento”. Il processo consiste dunque nel rifacimento di un film. Nella maggior parte dei casi ciò avviene grazie all’introduzione di novità o modifiche riguardo personaggi o progetti di regia. L’idea è quella di apportare dettagli o contenuti differenti rispetto al film di partenza. La distanza tra i due oggetti in questione è naturalmente variabile: ciò dipende principalmente dal regista. Il caso di Dumbo, a questo proposito, è emblematico. Tim Burton, pur conservando la trama tradizionale, sconvolge i personaggi e la prospettiva da cui osserva lo spettatore. Maleficent, invece, rappresenta un caso emblematico di cambiamento di prospettiva. Nonostante la trama sia coerente a La bella addormentata nel bosco, la storia viene osservata dalla prospettiva di Malefica, l’antagonista. I due oggetti rappresentano dunque contributi complementari di una stessa vicenda.

La seconda importante questione da chiarire riguarda il concetto di live action. E soprattutto, Il re leone è da definirsi tale? Innanzitutto è bene sapere che il live action, tradotto con “azione dal vivo”, presuppone attori in carne e ossa. Ciò in effetti non è presente ne Il re leone. Il film è infatti interamente prodotto grazie al metodo computer-generated imageryLa pellicola è girata infatti attraverso una sequenza di fotogrammi. La Disney stessa, per l’appunto, non ha mai parlato di live action, preferendo l’appellativo “film d’animazione”. Tuttavia la diceria di “live action” aveva iniziato a diffondersi ampiamente fin da tempi precedenti l’uscita della pellicola, apportando così nel pubblico false speranze, forse. In ogni caso, per quanto non sia stata effettuata alcuna ripresa dal vivo, l’ostentazione dell’effetto di realtà è elevata, al punto da generare immagini realistiche.

Dunque ciò che salta immediatamente all’occhio è l’assoluta coerenza rispetto alla trama e personaggi del film originale, risalente al 1994. Sulla scia di La bella e la bestia e Aladdin, infatti, anche questa nuova versione non sembra apportare novità rilevanti. Le differenze sono talmente sottili da apparire innocue. Tra queste le iene: nel film di Favreau manifestano una minore comicità rispetto ai personaggi del classico d’animazione. Ciò si lega all’esigenza di realismo manifestata dal regista. Oppure l’inserto citazionistico – omaggio di La bella e la bestia – slegato dal contesto di enunciazione. Come si vede, tutte queste sono aggiunte non rilevanti nella produzione complessiva. C’è da interrogarsi dunque riguardo la necessità e l’obiettivo dello stesso remake cinematografico.

Come già accennato, il progetto di Favreau prevede la produzioni di immagini iper realistiche. Tecnicamente il film viene definito “animazione digitale fotorealistica”. Si stenta a credere che tutto sia stato creato in modo digitale. I personaggi –  animali – e le ambientazioni – la savana – sono realistici al punto da dare l’impressione di trovarsi di fronte a un documentario. Il pubblico resta spiazzato, soprattutto dal momento in cui ai corpi di animali vengono associate voci umane. L’impatto creato da questo effetto è potente al punto da rischiare di far collassare uno dei pilastri su cui si regge il concetto stesso di spettacolo: la “sospensione dell’incredulità”. Vittima sembra esserne l’emotività. Il film 2019 risulta infatti essere meno “patetico” rispetto all’originale del 1994. L’espressività del Simba “arcaico” non ha nulla a che vedere con la tenerezza suscitata dal leone “vero”. Il film risulta quasi asettico e, di conseguenza, lo spettatore è poco empatico.

Al di là delle critiche, menzione d’onore per la colonna sonora, guidata da Marco Mengoni ed Elisa. Insomma un film che ha suscitato non poche discussioni e diatribe, tra apprezzamenti e avversità. Un film controverso, nonostante tutto si colloca egregiamente tra le produzioni con maggiori incassi nella storia del cinema.