Auguste Rodin (Parigi, 1840 – Meudon, 1917), scultore francese, frequentò la scuola di arti decorative e successivamente, nel 1864, divenne decoratore nell’atelier dello scultore A. Carrier – Belleuse.

Rodin sostiene, sin dall’inizio della sua carriera, di non provare ammirazione verso il mezzo fotografico ritenendo la fotografia, in quanto strumento che immortala un’ immagine fissa, un abile ingannatore. Questa, infatti, ha totale incapacità di rendere il movimento e, inoltre, impone un punto di vista unico.

Da queste premesse si potrebbe pensare che il rapporto di Rodin con la fotografia non sia “meraviglioso” e che i due non trovino alcun modo per avvicinarsi. In realtà, nonostante questa reticenza da parte dell’artista, Rodin apre le porte del suo atelier alla fotografia sin dagli inizi degli anni Ottanta, dove vari fotografi, come Charles Bodmer e Victor Panelier, immortalano le sue opere nello studio man mano che lui le modella, così da cogliere il processo di creazione nella sua fase di crescita e sviluppo.

La fase iniziale del rapporto tra Rodin e la fotografia è garantita dalla necessità, da parte dei critici d’arte, di ottenere una serie di illustrazioni delle opere dell’artista, da affiancare al testo scritto da pubblicare nelle riviste. Inoltre, comitati, società, ma anche privati committenti, richiedono spesso fotografie delle opere in via d’esecuzione per vigilare sul lavoro di Rodin ed eventualmente comunicare le loro osservazioni.

Con queste necessità, però, si evince come la fotografia sia un mezzo che Rodin subisce perché costretto da altre persone. Successivamente, il rapporto tra il mezzo fotografico e l’artista si sviluppa, e non si limita ad un’accettazione passiva da parte sua, ma lui stesso si interessa a farne uso per comporre un catalogo di vendita, indicando sul verso anche il prezzo dell’opera raffigurata.

Quando l’utilizzo della fotografia diventa per Rodin quasi abitudinario, e inizia dunque a capirne l’utilità, ne fa uso per mantenere i contatti con amici e ammiratori, inviando fotografie delle sue opere firmate o con una dedica.

Negli anni Ottanta dell’Ottocento, la fotografia aveva per lui unicamente funzione documentaria; non si interessa minimamente ad un utilizzo dello strumento fotografico per fini estetici o artistici.

Per seguire dunque questo importante fine documentario, Rodin è costretto ad assumere dei fotografi, e per ovviare a questioni pratiche ed economiche, sceglie fotografi sconosciuti: Bodmer, Pannelier, Freuler, ricordati nella storia della fotografia unicamente per aver immortalato le sue opere. Raccolgono dunque un’accurata testimonianza delle fasi di lavoro dell’artista in quegli anni, di ancor più grande interesse, dato che lo stesso Rodin chiedeva loro di non spostare nulla all’interno del suo atelier; così giungono a noi testimonianze di grande valore sull’operato dello scultore.

La fotografia, consente a Rodin di agire a distanza sul suo lavoro; in questo modo, riesce ad avere uno sguardo quasi esterno sull’opera e può tracciare una serie di correzioni direttamente sulla fotografia. Spesso, questi segni a matita che lui traccia, rimangono solo sul foglio fotografico e non giungono a modificare la scultura vera e propria. E’ come se servissero solo ad agire a vantaggio della memoria di Rodin. Così si possono ripercorrere le diverse tappe di creazione, che non si notano sulla scultura, dalla fotografia.

La svolta nel rapporto tra artista e mezzo fotografico si ha nel 1896, quando il pittore Auguste Baud-Bovy organizza un’esposizione dove, per la prima volta, Rodin decide di esporre le sue opere affiancate da fotografie. La fotografia va oltre il semplice ruolo documentario limitato all’atelier o funzionale ai committenti, ma anche in sale di esposizione può essere utile, così da poter rimpiazzare alcune opere che non ha potuto presentare, ed è inoltre in grado di mostrare le sculture come lui desidera.

Questo metodo di accompagnare le opere esposte con le fotografie verrà ripreso più volte dall’artista.

Le stampe su carta salata o all’albumina, di piccolo formato, che fino a poco tempo prima Rodin era solito utilizzare, non sono ora più adatte al nuovo ruolo che Rodin attribuisce alla fotografia. Inoltre, la fama dell’artista diventa sempre più importante e anche i giornalisti stessi richiedono illustrazioni di qualità più elevata e in maggiore quantità.

A questo punto il ruolo della fotografia per Rodin diviene fondamentale, decide di assumere un fotografo al suo fianco, che sia più un collaboratore che solo un tecnico. Trova infine Eugène Druet che, ancora emergente, coglie questa occasione come modo per farsi un nome sulla scia della notorietà dell’artista.

La loro collaborazione dura quattro anni e Druet è colui che realizza la maggior parte delle fotografie di lavori di Rodin che conosciamo oggi. Rodin, che apprezza molto il lavoro di questo ragazzo, propone esclusivamente le sue foto alla stampa e alle case editrici. Il lavoro fotografico si presenta come del tutto originale per quanto riguarda il fondale, l’illuminazione e l’inquadratura; si discosta completamente da quella che era la tradizione del tempo.

Druet documenta il lavoro dello scultore in vista della preparazione dell’Esposizione Universale, ma a causa di tensioni tra i due, prima dell’apertura del padiglione, Druet decide di rifiutare qualsiasi partecipazione all’esposizione e al catalogo.

Rodin deve dunque far appello ad un altro fotografo, e negli anni sopraggiunge Jean Limet, che realizza le illustrazioni del catalogo dell’esposizione e 71 fotografie che vengono appese alle pareti a completare le sculture esposte; spesso sono presenti sequenze interessanti di opere minori, ma mancano dettagli fotografici di opere di maggior rilievo.

Dopo di lui, inizia la collaborazione con Jaques Ernest Bulloz, della durata di ben quindici anni, dove il fotografo si concentra a riprodurre il più fedelmente possibile le opere che gli vengono affidate. Il perfezionismo di Rodin lo costringe a rifare più volte le fotografie fino al raggiungimento di risultati soddisfacenti.

Interessante l’abitudine dell’artista di lasciare le sculture in gesso nel suo giardino o nel cortile dell’atelier per più settimane intere o addirittura mesi, col solo scopo di poter godere delle differenti condizioni di luce, non preoccupandosi minimamente per le intemperie che avrebbero potuto danneggiare il suo lavoro.

Bulloz realizza quindi stampe al carbone con pigmenti blu, verdi o bruni, di qualità eccezionale. Scrive inoltre le Memorie, documento di grande rilevanza per conoscere anche la personalità più intima dell’artista.

In conclusione, possiamo affermare che da un’iniziale repulsione per la fotografia, Rodin è stato in grado di apprezzarla al meglio; inizialmente solo come mezzo ad uso documentario, di cui subisce l’effetto piuttosto che utilizzarla per sua volontà, e in seguito, grazie anche al rapporto instauratasi con tecnici e collaboratori, è addirittura giunto a porre opere e fotografie nello stesso ambiente espositivo, cogliendo la possibilità di queste ultime di mostrare al pubblico ciò che si cela dietro il prodotto finito.


CREDITS

Copertina