Visitare Villa Panza è un’esperienza sensoriale che non ha eguali. L’armonia domina sovrana in questo luogo incantato collocato a Biumo Superiore, frazione della città di Varese. Un’armonia che si esprime tra forme e colori, tra antico e nuovo, e, non per ultimo, tra architettura e paesaggio.

Questa magnifica Gesamtkunstwerk è il frutto di anni di lavoro da parte di Giuseppe Panza di Biumo, illuminato collezionista che ha votato la sua vita all’arte senza compromessi. Il desiderio ammirabile che tutti potessero godere di questo patrimonio inestimabile ha portato, nel 1996, alla decisione da parte della famiglia Panza di donare il complesso e parte della collezione d’arte al FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) il quale, dopo un attento restauro per adeguare il luogo ad ambiente museale, ha aperto il bene al pubblico nel 2001.

La villa è di una ricchezza e di un’eleganza sorprendenti, che si esprimono nello studio del dettaglio e degli accostamenti. Il risultato sono spazi ariosi e sobri, nei quali il nostro sguardo non è catturato da un oggetto in particolare, ma tende a contemplare l’insieme.

La sobrietà dell’architettura è certamente dovuta ad architetti di qualità che hanno lavorato a più riprese per creare l’edificio che oggi possiamo ammirare. La villa viene definita settecentesca, nonostante ci siano presenze minori di elementi seicenteschi. Infatti il marchese Paolo Antonio Menafoglio, che acquistò il complesso nel 1748, effettuò importanti lavori sulla residenza. Nel 1823, dopo un rapido susseguirsi di passaggi di proprietà, la villa venne acquistata dal duca Pompeo Litta Visconti Arese che ampliò il complesso dotandolo di un monumentale salotto in stile neoclassico progettato da Luigi Canonica e di una zona rustica, dove sistemò le scuderie. L’edificio subì ancora qualche trasformazione quando, nel 1935, venne acquistato dalla famiglia Panza. Il conte Ernesto Panza commissionò i lavori all’architetto neoclassico milanese Piero Portaluppi, celebre proprio per il suo stile raffinato, ma al contempo sobrio.

Questo equilibrio tra raffinatezza e sobrietà è infatti stato ricercato in ogni elemento della villa. Giuseppe Panza ha continuato questo lavoro di “pura composizione”, facendosi alle volte architetto, artista e arredatore. Il collezionista non si limitava ad acquisire delle opere, ma si occupava anche del modo in cui esporle e valorizzarle, fino a diventare “co-autore” dell’opera stessa. Citiamo, ad esempio, un’affermazione del conte Panza:

Ho sempre concepito l’ambiente come unità. Quando l’occhio guarda un quadro non può fare a meno di vedere tutti gli oggetti che lo circondano e tutto contribuisce a potenziare o a diminuire l’impressione che uno ha del quadro. Mi sono preoccupato sempre di questo problema, per questo ho eliminato i mobili che non andavano d’accordo con i quadri.

Gli ambienti creati da Panza valorizzano effettivamente le opere d’arte contemporanea, che nella villa convivono armoniosamente con mobili antichi, decori settecenteschi, statuette d’arte primaria ed oggetti di design, come i divani firmati Luigi Caccia Dominioni e i vasi di Piera Crovetti: un’esemplare sposalizio tra arte antica e contemporanea, tra religioso e profano.

La collezione era composta da più di duemilacinquecento opere, che il collezionista e la moglie avevano raccolto dal 1956, anno d’inizio della loro grande, e talvolta forse un po’ folle, avventura.

Insieme alla Villa Menafoglio Litta Panza, Giuseppe Panza donò al FAI 137 opere della sua ingente collezione. La maggior parte di quest’ultime sono opera di artisti americani datate tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento.

Un’altra grande parte della collezione è invece smembrata e oggi fa parte di grandi musei, tra cui il MOCA (Museo d’Arte Contemporanea) di Los Angeles e il Guggenheim di New York. Il fatto che una parte della collezione Panza sia oggi esposta in musei stranieri dovrebbe essere motivo di imbarazzo, ma si spera anche d’insegnamento per il futuro, per lo stato e i musei italiani. Prima di offrire la sua spettacolare collezione ai musei americani Panza tentò infatti di tenerla sul suolo italiano, la vantaggiosa offerta del collezionista venne però purtroppo rifiutata. Panza l’avrebbe infatti ceduta per un prezzo irrisorio rispetto al suo valore. Per non aggiungere che oggi i valori di queste opere sono decine di volte superiori a quelli del periodo della cessione.

Nonostante questa perdita irreparabile, grazie al costante impegno del FAI, la singolare ed illuminata visione estetica di Giuseppe Panza, espressa nella sua completezza nella Villa Panza di Biumo, verrà conservata e tramandata per sempre alla storia.


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