Alicia Florrick, protagonista di The Good Wife

È il primo episodio della terza stagione di The Good Wife, la serie tv statunitense andata in onda dal 2009 al 2016 e trasmessa dalla CBS. Alicia Florrick è un brillante avvocato con una carriera invidiabile e un proprio ufficio, inoltre sembra aver anche trovato l’amore con il suo vecchio amico William Gardner. I giorni per la nostra protagonista però – o per fortuna per noi – non sono mai noiosi, e subito veniamo catapultati in una nuova causa giudiziaria, che ci coinvolge in una disputa religiosa e politica: il conflitto ebreo-palestinese.

Tutto nasce da una rissa tra un gruppo di ragazzi all’interno di un campus. E fin qui niente fuori dall’ordinario, ma ecco che subito religione e politica si mettono in mezzo: la rissa infatti è stata tra ebrei e palestinesi. La procura però arresta un solo ragazzo, il palestinese, che viene accusato dell’omicidio di un giovane ebreo morto quella stessa sera.
Gli avvocati dello studio Lockart&Gardner, assunti, si mobilitano e pian piano si definisce lo sfondo in cui questa tragedia è avvenuta.

Il movente

La religione viene subito posta al centro. Essa viene spesso considerata come sinonimo di etnia ma, nonostante la differenza tra questi due termini sia molto importante, non sembra importare a chi sta seguendo l’indagine.
Le mani della vittima sono state legate, il ragazzo è stato pugnalato 45 volte e una svastica al contrario gli è stata disegnata sulla fronte col suo stesso sangue. Sembrano esserci tutti gli elementi per un movente religioso.

Al di là delle tribolazioni in aula, l’omicidio, visto subito come una questione razziale e religiosa, finisce immediatamente nel mirino di organizzazioni più potenti. Ecco che oltre alla religione entra in scena un altro fattore: la politica, che strumentalizza la prima. Finanziamenti elettorali semiti si incrociano in questo presunto crimine razziale con una campagna contro i pregiudizi antislamici (o campagna propalestinese, per alcuni).

Il processo

Intanto il processo continua: la vittima non ha un alibi e si cercano degli altri possibili colpevoli fra i compagni di stanza dell’accusato. La religione torna a fare capolino quando l’alibi di uno dei ragazzi è la cosiddetta ṣalāt, una delle preghiere musulmane obbligatorie durante la giornata.

La religione non esita a essere usata nemmeno come stratagemma: Alicia infatti cerca di guadagnare tempo accusando il giudice (ebreo) di pregiudizio. La difesa però intercetta la manovra e prima che il giudice si dimetta svela la manovra di Alicia: il giorno dopo sarebbe stato il giorno del Rosh haShana, uno dei tre capodanni ebraici, che avrebbe impedito a qualunque giudice ebreo di essere presente in tribunale.

Il verdetto
I protagonisti di The Good Wife

Ma la cosa davvero interessante di tutto questo è la conclusione della vicenda: l’omicida è sì un ragazzo musulmano, ma non aveva ucciso l’ebreo per motivi razziali, religiosi o politici, ma per semplice gelosia: la vittima infatti era il suo ex-fidanzato.

Il musulmano è l’assassino, ma era anche gay e andava a letto con il nostro ragazzo.

Questo il riassunto, perfetto, di Eli Gold: niente di utile per la politica e nemmeno per i sostenitori delle due religioni, che dovranno astenersi dallo strumentalizzare la vicenda.

Religioni, politica, feste e preghiere tirati in ballo, solo per poi scoprire che niente del genere aveva importanza: sia la vittima che l’assassino erano gay (cosa condannata da entrambe le religioni), e il movente non era né religioso, né politico. Nient’altro che una storia d’amore finita male, come ce ne sono altre, di qualsiasi religione ed etnia.

FONTI

Visione diretta della serie tv The Good Wife.

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