David è un membro della società. In quanto tale, il suo scopo primario è trovare un partner adeguato, vivere con quel partner e rimanervi. Nel caso in cui la coppia cessasse di esistere, per separazione o per decesso del partner, David sarebbe costretto a cercarne un altro, nel tempo limite di 45 giorni, poiché non è ammissibile che una persona viva da sola. Questo è in breve l’incipit di The Lobster, in cui il protagonista, David (interpretato da un sorprendente Colin Farrell) viene lasciato dalla moglie per un altro uomo ed è costretto ad alloggiare in un hotel appositamente destinato alla ricerca di un nuovo e idoneo partner. È qui che, qualora non dovesse riuscirvi, sarà trasformato in un animale a sua scelta. Lui sceglie l’aragosta venendo così lodato dal manager dell’hotel che gli rivela la scelta della maggior parte degli ospiti: il primo animale che gli viene in mente, senza riflettere, spesso un cane: “ecco perché il mondo è pieno di cani”.

Viene più volte sottolineata l’assurdità che comporterebbe l’unione degli opposti, del diverso col diverso, non ammessa dagli standard societari. Eppure sorge spontanea la sensazione che ad essere assurdo e innaturale sia il modo in cui le persone debbano scegliere il proprio partner, ovvero quello considerato appropriato e consono: le similarità sono la prima regola, quelle affinità goethiane che invece di essere elettive appaiono forzate, ridicole e superficiali. La società addirittura si assume il ruolo di fondatrice della natura: è dai suoi “scarti”, dai suoi fallimenti che nasce la fauna animale. Interessante inversione fittizia, estremizzazione critica di una visione antropocentrica spesso dannosa.

Inizia a mostrarsi il gioco delle dicotomie sul quale si basa tutto l’ordine dell’uomo. Non sono accettate sfumature tanto che, all’accoglienza, viene chiesto a David se preferisse essere registrato come eterosessuale o omosessuale. La bisessualità non è ammessa, non è possibile uscire dal sistema binario ed è dunque costretto a scegliere la prima opzione, fatta più per convenienza che per convinzione. Da qui comincia a delinearsi la meccanicizzazione e burocratizzazione delle persone, delle relazioni che tra di loro intercorrono – e devono intercorrere.

Il mondo distopico ripreso dal regista greco Yorgos Lanthimos, è un dedalo di regole. Silenziose e coercitive, la loro violazione comporta sempre una condanna o una punizione. L’intero sistema adottato dalla società appare come una lenta e snervante tortura, tanto psicologica quanto corporale, sensazione stressata dalle inquadrature statiche e spleniche degli interni. Anche i movimenti dei personaggi, come i loro dialoghi dai toni beckettiani, sembrano avvenire sullo sfondo della pellicola.

Ad accentuare tutto ciò interviene la colonna sonora, magistralmente orchestrata, che alterna gli archi tesi e sferzanti di Beethoven alle cupe atmosfere di Nick Cave. Scelte che fanno della musica di The Lobster un azzeccato e ammorbante compagno della fotografia del film. È attorno a questa liquida malinconia che si delinea una realtà dove ciascuno è concentrato sul proprio essere. La ricerca di un partner che sia adatto alle proprie necessità fa sì che le persone diventino vetrine di sé stesse, in costante esposizione delle proprie qualità e peculiarità. Il sentimento si appiattisce sulle apparenze e sulla paura della solitudine, chi decide di rimanere single è costretto a vivere da emarginato. Le norme disciplinari non guardano di buon occhio decisioni che esaltino l’indipendenza del pensiero e dell’azione.

È così che le persone sono indottrinate nel credere di non poter vivere al di fuori di una coppia. Grottesche dimostrazioni vengono fatte agli ospiti dell’albergo per dimostrare, ad esempio, come mangiare o passeggiare da soli sia rischioso: con un partner al vostro fianco non correte pericoli, siatene certi! Ma è una gigantesca maschera con cui si inganna l’intera società, le cui insensate rigidità sono mostrate in forma esacerbata. Con ciò il regista ha voluto mostrare quanto ci sforziamo (e forziamo) per mantenere intatte le convenzioni sociali. Lanthimos elogia quindi il tentativo di fuga dall’ordine imposto, l’utilizzo di sottocodici mediante i quali poter trovare il sentimento autentico, atrofizzato dalle regole e dalla disciplina di un mondo che può ancora tornare a conoscere l’amore.

Nonostante ciò, l’opera è cosparsa di pessimismo – sta allo spettatore decidere se si tratti di una storia a lieto fine. I personaggi comunicano quasi fossero dei manichini animati, o degli automi, usciti da una pièce del teatro dell’assurdo. Sono rappresentati privi di empatia, bloccati in un circolo vizioso, angosciato e angosciante. L’unica soluzione è dissimulare tutto mediante fittizie vite di coppia, dove anche una figlia diviene una commodity, un bene che si possiede e che porta una utilità alla famiglia, niente di più.

The Lobster è una di quelle pellicole che è probabile rimarranno nella storiografia della settima arte. Non solo per via della sua impeccabile qualità tecnica, ma anche grazie alla scrittura acuta di Lanthimos e Filippou, capace di sondare e scardinare, con critica e poesia, i timori e le inquietanti assurdità dell’animo umano.

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