Čevengur è un capolavoro di Andrej Platonov, riproposto da Einaudi nel 2015 in una nuova,  integrale e magistralmente tradotta edizione. Il romanzo, considerato uno dei capolavori del Novecento, non è mai riuscito a entrare nell’immaginario collettivo del grande pubblico nonostante la stima di cui ha sempre goduto da parte degli esperti, come Pier Paolo Pasolini che lo acclamò così:

“Molte cose di questo romanzo restano nella memoria con la prepotenza coesiva delle cose poeticamente indimenticabili”

La transitoria parentesi di Čevengur, un fittizio villaggio comunista nel cuore della steppa siberiana, non ebbe fortuna con la censura e, a causa del sostrato politico, in Russia fu pubblicato integralmente soltanto nel 1986 mentre in Italia passò quasi del tutto inosservato. Secondo Gor’kij, l’autore aveva infatti dipinto i suoi personaggi più come “bislacchi mezzi matti” che eroici rivoluzionari.

Sebbene  fosse un effettivo sostenitore del culto proletario (proletkul’t) e dell’ideale comunista,  Platonov si distinse dall’omologazione della letteratura conformista sotto l’influenza della dottrina  filosofica del “bene comune” elaborata da Fëdorov. Nel momento in cui l’arte sovietica voleva ripartire totalmente “ex novo”, i (pochi) seguaci di Fëdorov rimanevano invece ancorati alla memoria del passato. L’opinione del filosofo prevedeva che per sconfiggere il male assoluto, ovvero la morte, sarebbe stata necessaria anche la “resurrezione dei padri”, custodi di saperi perduti e vittime della morte, operazione conseguibile solo attraverso il progresso scientifico. Fu così che l’elettricista Andrej Klimèntov adottò come pseudonimo il proprio patronimico, diventando  lo scrittore Andrej Platonov.

In Čevengur questa memoria del passato si estende oltre a un filosofico legame di sangue, influenzando lo stile dell’opera. Platonov non rinuncia dunque alla tradizione dei “padri spirituali”, mai totalmente dimenticati in epoca sovietica, che grande hanno reso la letteratura russa. Le intricate e disastrose avventure degli abitanti di Čevengur, gli “ultimi ritrovatosi al centro della Storia”, si avvicinano tanto a Dostoevskij, a quello che Bachtin definirebbe romanzo polifonico, quanto a Gogol’ e alla caratterizzazione di “donchisciotteschi” protagonisti eroicomici, distanti anni luce dal canone di “eroe rosso” imposto durante la propaganda sovietica.

Sarebbe però assai limitante considerare le oltre cinquecento pagine scritte da Platonov soltanto  come una divertente parodia dell’irraggiungibile utopia sovietica, nata in un giorno qualunque nel mezzo della fredda steppa.

Non dissimile alla speranza realmente nutrita da miliardi di persone, Platonov compreso, tutti i protagonisti di Čevengur, per quanto ingenui, ignoranti e inselvatichiti, credono con sincerità a un personale riscatto dalla miseria, al miglioramento delle proprie esistenze attraverso la realizzazione del perfetto villaggio comunista, dove i concetti di morte e ingiustizie sociali devono essere cancellati per sempre (qui subentrano le influenze tolstoiane). Ciò che penalizza i Nostri in maniera esiziale è la mancata consapevolezza di non essere né carne né pesce; ancora lontani dai dogmi propagandistici di “homus sovieticus”, “gli ultimi” sono al tempo stesso soli, dimenticati da un Dio rinnegato, oltre che orfani dei propri genitori, abbandonati in chissà quale fossa comune nella steppa siberiana o sul fondo di un qualche gelido lago.

Il villaggio di Čevengur (e quel che rappresenta) vede il proprio fallimento nell’assenza della memoria, senza la quale è impossibile costruire un radioso futuro. D’altronde, i maestri classici ci hanno sempre insegnato che “ex nihilo nihil”.

Il moderno lettore non deve lasciarsi intimorire dalla mole del romanzo e dal pluristilismo di cui Platonov è maestro, anzi; dopo averlo divorato, il consiglio è di tenere il libro sempre in vista sul comodino per ricordarsi le parole di Bernardo di Chartres: “siamo nani sulle spalle dei giganti”.


Fonti

Andrej Platonov di Michel Heller in Storia della letteratura russa, Il Novecento, vol. III Torino, Einaudi, 1991

Il lungo viaggio degli ultimi nel ventre dell’utopia di Ornella Discacciati in Čevengur, Torino, Einaudi. 2015

Guido Carpi, La letteratura russa del Novecento (https://www.youtube.com/watch?v=Xe6MUe3Tw94)