“Non sono un buon conoscitore della letteratura italiana, se si esclude il fatto che sono un lettore e rilettore di Dante e dell’Ariosto”

Jorge Luis Borges

Trapela da questa affermazione una comunanza di sentire quasi affettuosa con l’uomo di corte Ariosto, caro al visionario argentino per la consapevolezza di una peculiare dimensione letteraria, la finzione. Maestro del postmoderno, Borges non esaurisce la consuetudine con il Furioso nutrendosi dei suoi contenuti epici, ma contamina le sue trame di spunti ariosteschi di carattere vario.

La poetica borgesiana sembra aver metabolizzato l’impianto costruttivo del poema e i suoi espedienti stilistici, per poi svuotarli della loro carica formale e offrirli come contenuti. Il processo dallo stilema letterario alla materia narrativa è di per sé sfuggevole e quasi illusionistico, come d’altronde è l’intera opera dello scrittore argentino, ma può essere visualizzato alla luce di un esempio. Il labirinto, da un lato, schematizza efficacemente l’impianto narrativo del Furioso, dall’altro costituisce il perno attorno cui Borges costruisce molti dei suoi racconti.

Compiendo un passo ulteriore, si può leggere il labirinto come metafora del mondo, la cui complessità la letteratura si sforza di restituire, tramite immagini apocalittiche, suggestioni oniriche, menzogne ancestrali, popoli immaginari. Nella finzione letteraria, riflesso della labile consistenza di una pretestuosa realtà, Borges si serve del lessico dell’intreccio e dell’illusione. Moltiplicazione, ramificazione, biforcazione, divisibilità, divergenza, convergenza sono i termini ricorrenti, dal gusto matematico. La costruzione del Furioso segue queste linee immaginarie: da ogni storia se ne dipanano altre, ogni personaggi è inserito in una fitte rete di interrelazioni, che permettono di leggere l’opera seguendo più filoni narrativi contemporaneamente. In Esame dell’opera di Herbert Quain (da Finzioni), Borges propone uno schema di lettura per i testi fittizi di tale Herbert Quain. Dal primo racconto ne sorgono altri due, poi tre per ognuno di questi. Lo si applichi, riadattato, alle vicende ariostesche e c’è buona probabilità che funzioni.

Se ora prendessimo in considerazione il bosco del primo canto, in cui si incrociano i destini dei vari personaggi, e immaginassimo di guardarlo dall’alto, per avere una visione d’insieme, colpirebbe una suggestione, forse ingiustificata, forse forzata, che tuttavia saprebbe restituire tutta la grandezza di Ariosto: si potrebbe pensare di trovarsi in presenza del personale Aleph del poeta italiano. Apoteosi del concetto di poliprospettivismo, l’Aleph è “il punto dove convergono tutti i punti”, che contiene “l’oggetto segreto e supposto”. Nel caso di Borges si tratta dell’“inconcepibile universo”; restringendo il campo, il bosco del primo canto è la chiave di lettura del Furioso, in cui convergono tutti i fili concettuali della trama.

Un’analisi attenta della raccolta Finzioni permette di individuare ulteriori parallelismi tematici tra l’opera dello scrittore novecentesco e il poema di Ariosto. La complessità delle vicissitudini reali è responsabile dell’assenza di uno sbocco positivo per la ricerca intellettuale. Si veda il racconto L’accostamento ad Almotasim, una parafrasi della quête cavalleresca dal sapore mistico. La dimensione sacrale da romanza medievale è mantenuta, tanto che Almotasim potrebbe addirittura essere l’“emblema di Dio”, ma l’azione resta in sospeso, nel momento in cui il protagonista sembra aver raggiunto l’oggetto della ricerca. Non sfugge il nesso con il vano rincorrersi dei personaggi del Furioso, il cui esito si può, forse, solo intravedere.

Il sentimento di irrazionalità permea il poema italiano e affermare che esso costituisca il motore dell’azione è lecito. Borges porta agli estremi la tematica del Caso nel racconto La lotteria di Babilonia, in cui la razionalità cede il passo al fatalismo. Se i babilonesi borgesiani depongono pacificamente le armi davanti ai dogmi della lotteria e consegnano le proprie vite ai processi della Fortuna, l’eroe di Ariosto paga il prezzo della perdita della ragione per la sua mancata rassegnazione dal destino. Il Caso riporta le pretese rinascimentali di razionalità e autosufficienza a un livello di umanità precaria, dimostrato anche dai babilonesi di Borges, i quali non disdegnano manifestazioni di “furor” animalesco.

L’ultimo aspetto riguarda la posizione del lettore rispetto all’opera di Ariosto. Il destinatario è, dei personaggi, insieme uno e tutti, nella misura in cui è depositario delle meditazioni di ognuno. Gran parte della tensione narrativa deriva proprio da questo espediente. Si veda, a questo proposito, l’incontro tra Angelica e  Sacripante, nel quale solo il lettore e Ariosto stesso sono a conoscenza delle reali intenzioni di entrambi e possono, quindi, apprezzare l’ironia dell’episodio. Per concludere, una frase di Borges, astratta dal contesto del racconto Gli Immortali (da L’Aleph), può fungere da esemplare descrizione della condizione del lettore, del Furioso come di ogni altra opera di alta letteratura:

“Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve sarò tutti”.


FONTI

http://riviste.unimi.it/index.php/carteromanze/article/viewFile/3520/3692

https://www.borges.pitt.edu/sites/default/files/Paoli%20La%20presenza.pdf

www.soloscacchi.altervista.org