Quanto è autoreferenziale il rumore?

Nel gioco dei contrari l’opposto del silenzio è sempre stato indice di vitalità e progresso: dal campestre brusio dei primi villaggi al caos frenetico e allo stridere macchinoso degli ingranaggi delle metropoli moderne.

L’essere umano è un homo loquens: il linguaggio lo caratterizza, concede corpo alle sue idee e ne definisce i confini altrimenti astratti e sfuggenti; con il tempo, al contrario, l’atto del tacere è stato connotato di sfumature negative e tacciato di genericità, tutte considerazioni che hanno reso la parola l’alta vetta della personalità e il silenzio la sua inevitabile tomba.

Ma che forza avrebbero la parola e il rumore in assenza del silenzio che li avvolge?

Proprio in ragion del fatto che l’analisi sulle sfumature del silenzio si fonda inevitabilmente su una grande struttura fatta di paradossi, a sostegno dell’indagine viene proprio la retorica, per eccellenza l’arte della parola, poiché molto dell’eloquenza di un uomo è celata proprio dietro i suoi silenzi.

Esempio calzante può essere la presa di posizione di Cordelia, una delle tre sorelle della tragedia shakespeariana King Lear. Nel primo atto il re, una volta convinto nel voler dividere il suo regno e ritirarsi, propone una gara di eloquenza alle sue tre figlie (Goneril, Regan e Cordelia): ognuna di loro riceverà terreni e denari proporzionati alla loro eloquenza nella dimostrazione dell’amore paterno.
Tuttavia, già con Goneril, la prima a prender parola, nell’aria risuonerà un amore così forte e travolgente da non poter quasi tradurlo in parole. La seconda sorella, Regan, si manterrà sullo stesso altisonante piano: variato nei modi ma identico nei contenuti.

A questo punto il momento cruciale.

“LEAR : […] What can you say to draw a third more opulent than your sisters? Speak.

CORDELIA: Nothing, my lord.

LEAR: Nothing?

CORDELIA: Nothing.

LEAR: Nothing will come of nothing, speak again.

CORDELIA: Unhappy that I am, I cannot heave

My heart into my mouth: I love your majesty

According to my bond; nor more nor less.”

Non di rado si tende ad attribuire alla risposta di Cordelia un valore dettato unicamente dalla nostra percezione morale: la figlia più sincera sente un amore così puro e onesto da non riuscire a trasformarlo in vere parole, per questo (e solo per questo) preferisce tacere; immagine dunque di un silenzio dal sapore di ineffabilità.

I sostenitori di questa tesi dimenticano tuttavia un elemento non poco rilevante: Cordelia è un personaggio Shakespeariano e, come tale, è tinteggiato da sfumature complesse e per nulla scontate.

Cordelia non è la fanciulla innocente e inconsapevole che si vorrebbe, ella è ben cosciente che la retorica gonfia e lacrimosa delle sorelle non le ha lasciato libero spazio, non ha via d’uscita se non quella di porsene al di sotto creando così un vuoto così forte che fa da contrappeso.

Il suo silenzio è anti-retorica, mira all’essenzialità per destabilizzare la pienezza, ma è sempre una strategia.
Una delle corde che vibra intorno alla natura del silenzio è che esso, insieme all’oscurità, è da sempre una delle vie d’accesso privilegiate per l’esperienza del sacro.
In epoca pagana il concetto di silenzio era espresso con il verbo taceo, usato transitivamente come espressione di negazione del dire questo verbo parlava di una copertura, una velatura, un segreto soggettivo.
Con l’avvento del cristianesimo il segreto divenne oggettivo e il silenzio un’esperienza al limite: il segreto freme per essere detto ma non è possibile comunicarlo: è ineffabile.
Come non ricordare Dante Alighieri, che nell’ultimo canto della Divina Commedia, di fronte alla vera presenza di Dio, si accorge di non poter esprimere a parole ciò che i suoi occhi vedono: persino la sua parola, altissima, si tace, inadatta nel confrontarsi con qualcosa di più alto.

“Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.”

Il silenzio intransitivo invece, che si oppone al verbo taceo con il verbo sileo, non tace qualcosa, tace e basta, non si aggira intorno a nessun contenuto: è un silenzio che non edifica.
Ma fino a che punto è possibile concepire le varie sfumature del silenzio se la nostra indagine lo considera sempre radicalmente diverso dalla parola?
È solo una volta poste le basi del silenzio all’interno della parola e del suono, una volta compreso che ciò che è indicibile in realtà può dire, che finalmente il silenzio si rivelerà nella sua pluralità.

Paolo Valesio sostiene l’esistenza di due tipi fondamentali di silenzio: il silenzio come plenitudine e il silenzio come interruzione.
Il silenzio della plenitudine è un flusso continuo rispetto alla parola, semplicemente un’altra strada per avanzare nell’impresa retorica: è il silenzio di due amanti, che comunicano con attese e desideri non detti, è nel silenzio in cui il mistico contempla l’assoluto e si mette in contatto con esso tramite nuovi codici, è altresì nel silenzio della morte, che, seppur interruzione della vita terrena, è il passaggio diretto per proseguire in un’altra dimensione cosmica.

Ma ci sarà concesso dire che la vera natura del silenzio fuori dalla parola, la vera sensazione di assoluto destabilizzante (e perciò sublime) è quella del silenzio come interruzione: la messa in dubbio di qualsiasi ipotesi di continuità.

È la gran pausa della quinta di Beethoven, sono i silenzi di Eleonora Duse che precedono un suo balzo o un suo grido, è un taglio netto che si inserisce di prepotenza nel caos, è il fiat lux che precede la creazione o è l’apocalisse che sancisce la fine.

Non del contrasto con ciò che è detto vive il silenzio, ma dell’essere circondato e toccato dal dire.


 

FONTI:

Paolo Valesio, Ascoltare il silenzio: la retorica come teoria, Il Mulino, 1986.

E. Burke, A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, 1757.

William Shakespeare, King Lear 

CREDITS:

Copertina

Arringatore 

“L’Arringatore, Aulo Metello, 170m, bronzo”