“L’invidia è un sentimento spiacevole che si prova per un bene o per una qualità altrui che si vorrebbe per sé”.

Noi umani, in quanto esseri sensibili, siamo soggetti per natura e per forza di cose a provare invidia durante la nostra esistenza, un sentimento che può manifestarsi quando usciamo sconfitti da un confronto o quando desideriamo qualcosa posseduto da qualcun altro.

Essa risulta essere una lama a doppio taglio poiché potrebbe sia essere strumento sano di autocritica e miglioramento volto al raggiungimento di un obiettivo, sia intaccare così profondamente il nostro umore da stroncare l’autostima e deformare totalmente il modo di guardare al prossimo.
Analizzando la generazione dei Millennials e il rapporto che esse hanno con l’invidia, possiamo incontrare, con facilità, un generatore potenziale del sentimento in analisi, ovvero il social network.
Secondo una ricerca condotta da Christine Harris – professoressa di psicologia alla University of California – emerge che i 3/4 dei 1700 esaminati hanno provato invidia nell’ultimo anno e l’80% di essi è sotto i trent’anni di età. Gli esaminati, inoltre, hanno dichiarato di provare invidia principalmente verso il successo altrui. Una ricerca analoga condotta dalla Humbolt University e dalla Dormstandt’s Technical University, in Germania, fa emergere che solitudine, autocommiserazione e invidia sono spesso consequenziali all’abuso di utilizzo dei social network. Si tratta di un dato piuttosto allarmante, considerato che – stando all’agenzia di marketing americana Mediakix – trascorriamo in media 5 anni e 4 mesi della nostra vita sui social network, ovvero (almeno) 2 ore al giorno, tutti i giorni.
E’ facile intuire, quindi, quali conseguenze possano subire i soggetti giovani, naturalmente più insicuri di sé e più propensi all’invidia, se si pensa alla quantità di tempo passato sui social network.

Cosa osservano i giovani sui social? Principalmente profili altrui, di amici o personaggi noti in cui appaiono racconti brillanti di vite, spesso fittizie ed edificate sull’apparenza. Le vite degli altri sono sempre più appaganti e felici della propria. Di conseguenza, soggetti poco inclini all’autostima soffrono l’invidia e la frustrazione per la le vite altrui, spingendo i propri sentimenti verso l’infelicità.
A sostegno di questa tesi è presente un’ulteriore ricerca condotta da Karspersky Lab, secondo cui “l’invidia provata per le vite on-line degli amici rende le persone tristi e invidiose”.
Il bisogno di ottenere like gioca un ruolo fondamentale in questo processo: le persone condividono post per ottenere gratificazione e consensi da altri utenti sotto forma di “mi piace”, provando successivamente delusione al mancato ottenimento di essi o/e (soprattutto) gelosia se ad ottenerli è qualcun altro. Naturalmente, i social non garantiscono mai un ritratto fedele di quanto accade davvero nella vita di una persona, ma il fatto che questa appaia più interessante soddisfacente è correlato alla propria insoddisfazione.

In una società in cui la gioia deriva dall’appagamento di un bisogno o di un desiderio, essere invidiosi e desiderare qualcosa che non possediamo e che altri possiedono è giustificabile nella condizione di essere umani.
Il problema risiede nel modo in cui i social alimentano radicalmente il desiderio di vivere la vita di qualcun’altro o di possedere qualcosa altrui, ponendosi come una vetrina che ciascuno sceglie di allestire come meglio crede per fornire un’idea – quasi sempre non corrispondente a realtà – quanto più attraente e felice di sé.
Tuttavia, ricollegandoci alla ricerca della professoressa Christine Harris, emerge anche un ulteriore dato: l’invidia decresce  dopo i trent’anni del 69%.
Possiamo quindi ritenere che, con l’avanzare dell’età, si acquisisca maggior coscienza di noi stessi e dei nostri bisogni, in modo da guardare sempre meno l’orto degli altri.