Il 25 febbraio 1545 nacque la Commedia dell’Arte. Quel giorno, nella contrada San Leonardo a Padova, il notaio Vincenzo Fortuna siglò l’atto notarile per la nascita della prima compagnia comica professionale. Gli attori entrarono a far parte della Congregazione di Arti e Mestieri, al pari di tutte le altre attività cittadine. Oggi, a quasi cinquecento anni, la data rappresenta, simbolicamente, la “giornata mondiale” di questo antico linguaggio teatrale. Le celebrazioni si svolgono in tutta Italia e piccole compagnie di comici mettono in scena canovacci per un pubblico curioso e attento. Da tradizione, Padova è la città che presta maggior attenzione alle iniziative. Ad esempio, in onore della X Giornata mondiale della Commedia dell’Arte (febbraio 2019), Accademia del teatro in lingua veneta, associazione per la ricerca e sviluppo della Commedia dell’Arte, ha proposto un Master con Carlo Boso e lo spettacolo Il mondo di Arlecchino, in scena Carlo Boso e Ferruccio Soleri.

Celebrare oggi la Commedia dell’Arte significa dare valore a una forma artistica troppo spesso messa a margine. La comicità grezza della maschera è stata da tempo soppiantata dalla stilizzazione di un linguaggio sublime. A partire dalla rivoluzione goldoniana, la Commedia dell’Arte abbandonò le scene, per dare spazio a un teatro borghese e di prosa. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che fu solo grazie a lei se il teatro vide un’ingente rinascita dopo un millennio di totale assenza dal panorama culturale.  A partire dal 480, infatti, la diffusione del cristianesimo portò alla scomparsa dell’impresa teatrale. Nel corso di quel millennio circolarono soltanto i misteri: illustrazioni “spettacolari” della vita dei santi e pantomime, alquanto lontane dalle rappresentazioni teatrali.

Soltanto nel 1478 fu nuovamente messo in scena un testo plautino e, nei successivi decenni, diversi autori scrissero testi teatrali (tra loro Bibbiena, Machiavelli). Contemporaneamente, nelle piazze, la tradizione del Carnevale ebbe grande successo. Il popolo, protagonista della manifestazione, creò emblematici personaggi (carnevaleschi), da cui presto derivarono i conosciuti Pantalone, Arlecchino, Zanni. Ciò, insieme alla ripresa della mezza maschera (a partire dal teatro greco) costituì la matrice per lo sviluppo della Commedia dell’Arte. Il suo successo immediato originò una svolta radicale nell’evoluzione artistica italiana ed europea, tanto che le compagnie di comici italiani furono acclamate in tutta Europa.

Per la prima volta la donna, soggetta al rigido canone sociale, potè far parte delle compagnie teatrali e recitare al pari degli uomini. Il tema della disparità sociale e del contratto matrimoniale veniva tematizzato nelle rappresentazioni, ponendo la donna al centro. Ogni canovaccio di commedia dell’arte, infatti, presenta tematiche erotiche o amorose: la contesa di una donna da parte di due uomini, l’impedimento dell’amore e il vincolo matrimoniale ne sono solo alcuni esempi. Le contese, spesso, avvengono tra personaggi di diversi ranghi sociali: emblematiche sono le controversie tra il servo e il suo padrone.

Per quanto riguarda i personaggi, non è casuale l’accostamento della Commedia dell’Arte all’atellana latina (fu probabilmente fonte d’ispirazione). L’atellana è un genere teatrale popolare, diffuso nel I secolo a.C. a Roma, a fianco delle tragedie e commedie rappresentante durante i ludi. Veniva inizialmente impiegata come “farsa finale”, rappresentata a termine di drammi impegnati, come una sorta di “alleggerimento”. Elemento fondamentale era l’improvvisazione e lo schema fisso dei personaggi, i “tipi”. A dimostrare ulteriormente il legame, è noto il possedimento della maschera da parte dei personaggi dell’atellana, proprio come quelli della Commedia dell’Arte. Tra i personaggi più rilevanti: Bucco, Maccus, Pappus, con canovacci dal titolo “Buccone gladiatore”, “Macco soldato”.

Il concetto di “carattere” e “tipo” diventa cardinale in Commedia dell’Arte. L’utilizzo della maschera, infatti, codifica elementi puntualmente presenti in un dato personaggio, perfettamente ripetibili in qualunque contesto. L’eliminazione parziale della mimica facciale riduce lo psicologismo e permette all’attore di lavorare sul corpo, trasformandolo in un mezzo espressivo fondamentale. Così, nel 1500, la Commedia dell’Arte coniò 9 “tipi”, 9 maschere, con le quali era in grado di esaurire l’intera umanità. Ogni maschera, infatti, era la perfetta ed esauriente rappresentazione di una classe sociale: il Dottore è l’Università, Arlecchino il proletariato, Pantalone il commercio, e così via. L’intero pubblico aveva la possibilità di riconoscersi in uno dei personaggi sulla scena. Per questo, volendo evitare lo scontento popolare, l’obiettivo dello spettacolo era quello di raggiungere una condizione finale di perfetta parità. Così, nonostante la messa in scena portasse a galla importanti questioni, la conclusione non era mai schierata verso la vittoria di una data classe sociale.

Come è possibile, allora, che un genere teatrale così vivo e fiorente sia oggi allontanato dai teatri e oscurato dalle scene? Troppo spesso si tende a mettere in ombra il passato per avere miglior luce nel presente. Tuttavia questa pratica, poco fruttifera e alquanto controproducente per un attore del terzo millennio, tarda a realizzarsi compiutamente. La Maschera, infatti, riemerge come un’ombra su tutta la storia del teatro occidentale. Qualunque tentativo di dichiarazione di morte risulterebbe fallimentare di fronte all’impronta indelebile lasciata da quei personaggi immortali. Così Claudia Contin (di fatto la prima donna ad interpretare Arlecchino) intervistata in merito alla Giornata Mondiale della Commedia dell’Arte, si esprime:

E anche se dovessimo infine accettarle, queste dichiarazioni di “morte”, Arlecchino ha sempre a disposizione il “Piano Zeta” da applicare: saremmo tutti Fantasmi, saremmo gli antichi “Revenants” degli Charivari trecenteschi che tornano a invadere le lande globali de Terzo Millennio. E la Morte sarà sempre più viva che mai al nostro umile e devoto fianco. Parola di Hellequin!