Un italiano che decide di girare western. La constatazione, all’epoca, dovette fare molto ridere gli appassionati del genere oltreoceano. Eppure se il western fu capace di rinnovarsi e prolungare la sua vita questo lo si deve principalmente a Sergio Leone. Egli è stato capace di produrre pietre miliari della storia del cinema che, a più di cinquant’anni dalla loro uscita, vengono ricordate e riprese per la loro portata rivoluzionaria, e infatti moltissimi sono i registi che lo citano tra le proprie fonti di influenza principale. Sergio Leone, nelle dichiarazioni, ha confermato che, fin dal principio, era nelle sue intenzioni comporre una trilogia sul western, il che è strabiliante se si pensa che all’uscita di Per un pugno di dollari (1964) il genere in Italia non era certamente di successo.

La trilogia del dollaro comprende Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966) e hanno segnato un punto di svolta, coniando alcuni dei caratteri che saranno tipici dello spaghetti-western, quel particolare filone cinematografico tutto nostrano. Sergio Leone si cimenterà altre volte con il genere: Giù la testa (1971), film denso di riflessioni politiche del regista, e C’era una volta il West (1968), magistrale racconto della fine di un epoca. La trilogia presenta alcuni elementi che aiutano a comprendere il successo di queste opere e l’importanza che hanno avuto nella storia del cinema.

La prima riflessione riguarda i personaggi, iniziando dalla scelta degli attori. Clint Eastwood oggi è universalmente riconosciuto come punto di riferimento del panorama hollywoodiano. Ma prima che fosse selezionato come protagonista di Per un pugno di dollari, aveva recitato solo in una serie televisiva, chiamata Rawhide; di lui si diceva che conoscesse soltanto due espressioni, quella con il cappello e quella senza. Lee van Cleef, che interpreta il colonnello Douglas Mortimer in Per qualche dollaro in più e Sentenza in Il buono, il brutto e il cattivo, era un caratterista con presenze importanti come comparsa in alcuni film di successo. Eli Wallach, il celebre Tuco Ramirez, fu scelto per il ruolo di “brutto” grazie alla sua capacità di adattarsi a situazioni comiche, e fu preferito a Gian Maria Volontè, cattivo dei primi due film della trilogia e più adatto a individui nevrotici.

I personaggi di Clint Eastwood sono estremamente riconoscibili, dal punto di vista estetico, durante tutta la trilogia anche se assistiamo ad alcune variazioni nella loro caratterizzazione. La sua veste diventa iconica già dalla prima apparizione in Per un pugno di dollari; un lungo poncho di colore verde, cappello e mozzicone del sigaro perennemente in bocca. La vicenda del film riprende in maniera pressoché identica la trama di La sfida del samurai (1961) di Akira Kurosawa adattandola ad un contesto western.

Clint interpreta Joe, uno straniero, venuto da un luogo sconosciuto, che arriva in una cittadina dominata dalla lotta fra due fazioni, i Ramòn (la famiglia più forte) e i Baxter. A differenza del cowboy tradizionale, Joe è spinto solo dalla sete di denaro e intravede immediatamente la possibilità di arricchirsi mettendosi al saldo prima di uno e poi dell’altro contendente. I suoi sotterfugi incrinano sempre più i rapporti tra le due famiglie portando i Ramòn a massacrare i rivali Baxter. Lo scontro finale tra Joe e i Ramòn è molto evocativo; Joe disarma i suoi avversari per affrontare in un duello solitario Ramòn Rojo, capo della famiglia interpretato da Gian Maria Volontè. Prima di avere la meglio, Joe ha il tempo di rinfacciare al rivale la celebre frase Quando l’uomo col fucile incontra l’uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto. A quel punto l’eroe della storia, anche se atipico resta un eroe, può ritornare nel deserto, nel luogo da cui è arrivato la prima volta.

Sicuramente tutta l’opera di Leone è pervasa da una forte componente epica e teatrale, già visibile in questo primo film. Joe è uno straniero di cui non si sa assolutamente nulla, ad eccezione della sua fame di guadagno. Non se ne andrà dal paese fino a quando non avrà portato a termine il compito che, anche se mai direttamente citato, si era prefissato, ovvero quello di riportare l’ordine. Si può affermare che Joe è un deus ex machina, un uomo senza storia, ma che incarna il corso del destino; il suo passaggio ha un significato, un fine. L’apice della teatralità è raggiunto prima dello scontro finale, quando il nostro protagonista appare ai suoi nemici avvolto in una coltre di fumo prima che giustizia sia finalmente fatta.

Per qualche dollaro in più rappresenta un passo successivo con elementi di variazione all’interno della trama. Clint Eastwood interpreta Monco, il cui abbigliamento è identico a quello di Joe, mentre Lee van Cleef interpreta il colonnello Douglas Mortimer. Entrambi sono dei bounty killer, ovvero dei cacciatori di taglie che si ritrovano inseguire il medesimo uomo, ovvero l’Indio (Gian Maria Volontè), autore di una rapina nella banca di El Paso insieme alla sua banda e sulle cui teste pendono grosse taglie. Indio rappresenta un “cattivo”, all’interno della storia del cinema, molto ben approfondito e cucito perfettamente sulle caratteristiche dell’attore che lo interpreta. È un individuo nevrotico dal passato turbolento, che fa un uso smodato di sostanze stupefacenti poste all’interno delle sigarette che fuma. Leitmotiv di tutta l’opera è il suono del carillon; l’Indio infatti ne tiene sempre uno che usa al momento in cui deve sfidare qualcuno a duello. Il carillon, una volta azionato, inizia a riprodurre una canzone al termine della quale i due contendenti possono spararsi.

Monco e il colonnello Mortimer decidono di formare un improbabile società, visto che sono accomunati dal medesimo obiettivo. È evidente che nessuno dei due vuole spartire con l’altro il ricco bottino che deriverebbe dalle taglia. La resa dei conti finale vede Douglas Mortimer affrontare in duello l’Indio sotto la sorveglianza di Monco che fa partire per l’ultima volta il suono del carillon. Mortimer fredda l’Indio, a quel punto si assiste al colpo di scena. Se Monco è spinto soltanto dalla sete di denaro e si appresta a diventare ricco, le motivazioni della controparte sono molto più profonde e lo portano a rinunciare alla sua parte di taglia.

Ad analizzare più in profondità siamo in presenza di uno scontro generazionale. Monco è il personaggio giovane avido che, dall’inizio alla fine del film, ha come unico obiettivo quello di dar la caccia ai banditi e riscuotere la ricompensa. Douglas Mortimer invece è molto più complesso. Sembra anche lui un bounty killer senza scrupoli, ma il fine che lo spinge all’azione è in realtà estremamente personale;:vendicare la sorella. Infatti l’Indio, dopo aver sorpreso la sorella di Mortimer a letto con un altro uomo, uccide l’amante e stupra la sorella portandola a suicidarsi pur di evitare di subire quell’umiliazione. È per questo motivo che il colonnello rinuncia alla sua parte di taglia: una volta portata a termine l’esecuzione dell’Indio, si esaurisce il suo scopo esistenziale. In questo frangente Sergio Leone sembra giocare con i due personaggi, i quali incarnano uno la nostalgia, il colonnello, e l’altro il progresso, Monco. E con la rinuncia finale sembrano chiare le simpatie del regista a chi o cosa vanno.

Il buono, il brutto e il cattivo è l’ultimo capitolo della trilogia ma alcuni elementi suggeriscono un andamento ciclico all’interno della poetica cinematografica di Sergio Leone. Ad esempio il Biondo, interpretato da Clint Eastwood, per la quasi intera durata dell’opera indossa un soprabito. Lo vedremo col caratteristico poncho solo nella celebre sparatoria finale. Per la prima volta la storia ufficiale fa la sua comparsa nel cinema di Leone; infatti viene rappresentato lo scontro tra nordisti e sudisti che si affrontano per la conquista di un ponte considerato strategico. La guerra di secessione fa da sfondo, durante tutto il film, a una vicenda che ha come movente il denaro. Ma la guerra, secondo la rappresentazione di Leone, non ha niente di poetico e neanche di patriottico: è un evento che porta soltanto distruzioni e sofferenze.

Straordinariamente i protagonisti della storia sono tre, il cui destino si incrocia perché tutti alla ricerca di una cassa di denaro. Lee van Cleef interpreta Sentenza, uno spietato cacciatore di taglie. Clint Eastwood, come già accennato, è il Biondo, lo straniero senza passato. Eli Wallach è Tuco Ramirez, il personaggio più interessante e caratterizzato di tutto il film, in quanto portatore di una carica ironica mai vista fino ad ora. Due tra i temi più importanti, sono il denaro e la morte. Come già discusso per gli altri due film, il movente dell’azione non è mai un ideale o un pensiero nobile, ma sempre l’ottenimento di un guadagno. I tre sono accomunati dalla ricerca di una cassa piena di dollari, appartenuta all’esercito nordista, e questa li porterà a recarsi al luogo in cui è sepolta, ovvero un cimitero.

La morte è l’altro elemento dominante. Inizialmente Sergio Leone la rappresenta come un gioco; Tuco e Biondo sono soci in affari. Su Tuco pende una taglia che Biondo usa a suo vantaggio per consegnarlo alla giustizia dei villaggi che incontrano sulla loro strada. Biondo infatti incassa la taglia ma, un momento prima dell’esecuzione per impiccagione del povero Tuco, spara alla corda consentendogli di salvarsi. Questa è una situazione che si ripete svariate volte e permette al duo di sopravvivere in maniera totalmente illegale. La morte compare con altre declinazioni; la guerra ad esempio si fa portatrice di una sofferenza non giustificata in cui a pagare sono le persone comuni, che non conoscono le motivazioni per cui si sta combattendo. La rappresentazione più simbolica avviene durante la sparatoria finale. Infatti i tre si trovano a doversi contendere la cassa di denaro che si scopre essere sepolta nella fossa di un cimitero.

Lo scontro a quel punto è inevitabile e porta a uno dei duelli più famosi della storia del cinema, quello che viene definito triello. Lo scontro avviene all’interno di una spazio circolare circondato da fosse e lapidi. Il tempo è dilatato oltremisura con un attenzione particolare da parte del regista sui dettagli. Ampio spazio viene riservato ai primissimi piani degli occhi o a inquadrature sui cinturoni; le mani fanno movimenti impercettibili e sono impazienti di fare fuoco. Dopo infiniti scambi di sguardi arriva il momento della sparatoria: Biondo spara direttamente verso Sentenza perché consapevole che la pistola di Tuco fosse scarica. Lui stesso aveva tolto i proiettili in precedenza. A quel punto Biondo e se ne va con il denaro lasciando comunque una parte del bottino a Tuco.

Siamo in presenza di un ribaltamento del ruolo del classico eroe americano. I cowboy che popolavano il mondo del western classico erano individui assolutamente limpidi dal punto di vista morale. A spingerli all’azione erano gli ideali; combattere gli indiani significa mettere a repentaglio la propria vita pur di garantire il progresso della nazione americana. Se il rivale era un disonesto, a guidare la vicenda sarà invece il desiderio di giustizia che spinge a riparare i torti. Non c’è quasi mai un secondo fine, i personaggi sono chiari e idilliaci. In Sergio Leone assistiamo al ribaltamento di questo paradigma. In Leone non c’è alcuna traccia di indiani e quasi mai traccia della storia ufficiale. Siamo in presenza di universo che ha perso i propri punti di riferimento e i propri valori. Il movente dei personaggi è sempre di natura personale e materialista, la vita non è più posta al servizio dei grandi sistemi universali.

Anche la rappresentazione della violenza cambia; nel western classico era trattata con pudore, quasi nascosta agli occhi dello spettatore. Era presente, ma si evitava di mostrare sullo schermo spargimenti di sangue, o scene troppo spinte. Con Sergio Leone  assistiamo a una rivoluzione; la violenza è presente ed è enfatizzata dalle tecniche cinematografiche del regista. Questo è possibile solo  in un universo senza più valori. Se si provano ad osservare, ad esempio, le opere di Quentin Tarantino dopo aver visto i film di Leone, alcuni elementi potranno apparire sotto una luce più chiara.

CREDITS:

Fabio Melelli, Sergio Leone e il western all’italiana tra mito e storia, Morlacchi Editore, 2010

Francesco Minnini, Sergio Leone, Il Castoro, 1994

Requiemforafilm

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