La compagine degli influencer non fa che espandersi in lungo e largo. Sempre più followers, sempre più presa su di loro, ma soprattutto sempre nuove fette di mercato a cui fare riferimento. Quella che proprio non ci si aspetterebbe, però, è la categoria dei mini-influencer: bambini sotto i 10 anni già blogger di moda e lifestyle. 

Gaia

La prima in Italia sembra essere stata la piccola Gaia Masseroni, come reclama la mamma – la blogger Elisabetta Bertolini – sul proprio blog. Figlia d’arte, insomma, che a soli 6 anni vanta già 42mila follower. Nel suo profilo instagram troviamo foto in posa con capi d’abbigliamento, accessori e altri prodotti, in hotel e ristoranti, ma anche momenti di gioco, festa, vacanze e vita privata in genere. Come ogni influencer che si rispetti, per mantenere un rapporto costante di condivisione con i propri seguaci. 

Non è un caso che l’hashtag ricorrente sia #minime (“mini me”): Gaia è proprio una donna in miniatura, carina e vestita con gusto, che mostra la gioia e la spensieratezza della sua infanzia. 

Maks, modello e mini influencer americano

Già, a chi le mostra? Nel suo caso, il pubblico sembra essere quello delle mamme. Il suo profilo, infatti, è gestito dai genitori e il target di riferimento delle sponsorizzazioni – aspirapolvere Dyson, rasoio Braun, seggiolini Humana e via dicendo – certo non può essere quello dei loro figli.

Gennaro

Diverso il discorso per Gennaro De Simone. Otto anni, solo la metà dei follower di Gaia, ma molto più tempo speso sui social. È lui stesso a dichiararlo, ai microfoni del programma di Rai 2 “Realiti”. Condivide anche lui molti momenti della propria vita, anche con storie in diretta, oltre alle foto come modello per le linee junior di importanti marchi e case di moda. Nelle interazioni con i suoi post si possono vedere se non coetanei almeno molti ragazzini appena più grandi di lui. Si può presumere che, quindi, il target sia differente: la pubblicità sembra mirata proprio ad un pubblico di giovanissimi e adolescenti. 

Il lato oscuro del glitter

In fin dei conti, gli influencer non sono altro che nuovi vettori per le campagne pubblicitarie di sempre. Stessa cosa si può notare nei profili di questi bambini: è facile scorrerli come si farebbe con cataloghi delle collezioni di moda junior. Una differenza tra prima e dopo l’avvento dei social si può trovare nella distanza sempre più sottile tra passerelle o shooting fotografici e vita privata. Quello che si mette in mostra online è certamente una selezione, e anche parecchio accurata (per questo c’è il social media manager), ma il punto è che il prodotto è sempre più uno status symbol, parte di uno stile di vita, di un modo di sentirsi. Un’esperienza, che come tale va raccontata.

Tuttavia, i commenti negativi non mancano. Quello che per gli adulti è un lavoro vero e proprio, per i bambini è probabilmente ancora un gioco. Un gioco di cui, purtroppo, restano i risvolti negativi del lavoro di influencer. Come gestiscono la notorietà questi bambini? È sano per loro essere così mediaticamente esposti già in tenera età? Quali sono i rischi? 

Si prenda il caso della piccola Gaia, sul cui profilo si trovano commenti di apprezzamento da parte di uomini ben più grandi di lei. La mamma però tranquillizza: è lei a gestire il profilo Instagram, sua figlia non legge nulla e non interagisce direttamente con la piattaforma.  Tuttavia, il caso apre una finestra sul risvolto negativo dell’uso dei social. Che se in età matura può essere consapevole (e anche consapevolmente malvagio), certo non si può pretendere lo stesso da dei bambini.

Little Miss America

Il fenomeno ricorda quello dei concorsi di bellezza per bambini. Anni fa aveva destato scalpore il programma Little Miss America, negli Usa noto come Toddlers&Tiaras, che puntava i riflettori sulle giovanissime partecipanti ai concorsi di bellezza per bambini (prevalentemente bambine).

Com’è chiaro che sia, sia nel settore pubblicitario degli influencer che nei concorsi di bellezza, il focus è tutto sull’apparenza. Tuttavia, il caso delle piccole miss in particolare ne è l’evidente estremizzazione: dopo trucco, lacca, abbronzanti e ciglia finte, vestono costumi appariscenti e sono istruite a mettersi in pose ammiccanti.

I rischi prospettati nelle polemiche attorno queste gare erano la sessualizzazione dei minori (cioè la loro riduzione a oggetti di interesse) e il concetto di bellezza e gli stereotipi legati a quella femminile in particolare. Far passare l’idea che una ragazza o una donna sia bella (o più bella) solo se agghindata in quel modo non sembra molto educativo. Alcune delle bambine, inoltre, hanno finito per soffrire di disordini alimentari, come l’anoressia nervosa.

Tenero e redditizio

Si tratta di estremi, certo. Il rapporto tra bambini, fama e bellezza non deve necessariamente degenerare in questi termini. C’è, però, da chiedersi quanto è giusto spingersi lungo questa strada. Quando, ad esempio, si varca il limite tra gioco e mercificazione di questi piccoli umani. Se ora si unisce l’utile al dilettevole, bisogna stare in guardia dalla possibile prospettiva in cui è il profitto a passare in primo piano, ben più importante del loro divertimento.