Il connubio tra sesso, droga e rock and roll negli anni Settanta diventò un vero e proprio stile di vita. Al giorno d’oggi, anche se il terzo elemento è andato scemando, i primi due sono ancora strettamente correlati in diverse realtà, tra cui quella del chemsex.

Prima di tutto bisogna fare delle precisazioni. Come spiega David Stuart, coniatore del termine chemsex, questa parola si riferisce a un fenomeno in particolare, non al semplice abuso di droga legato al sesso da parte di una qualsiasi persona. Infatti, Stuart puntualizza come il neologismo debba essere utilizzato in correlazione alla comunità gay maschile.

Inoltre, la definizione di chemsex racchiude anche altri fenomeni socioculturali, le app per incontri in primis. I partecipanti agli incontri vengono proprio reclutati tramite questo genere di applicazioni, come ad esempio Grindr. Gli appuntamenti posso protrarsi anche per più giorni, finché il fisico (ma soprattutto i soldi) lo permettono.

Non c’è un numero fisso di invitati: ex partecipanti parlano di cifre che vanno dalle 3 alle 20 persone. Inoltre, alcune dating app, in particolare Grindr, vengono associate all’utilizzo di droghe particolari, appunto le chems che compongono il nome.  Tra le sostanze più diffuse si trovano metanfetamina, mefedrone, meth, PV e Ghb/Gbl.

Le sostanze del chemsex

Per i “non addetti ai lavori”, sigle come PV e GHB non vogliono dire nulla. In realtà, il GHB è una sostanza stupefacente abbastanza nota, ma sotto un altro nome, ossia “droga dello stupro”. Gli effetti sono simili a quelli provocati dall’ecstasy, quindi rimozione dei freni inibitori e aumento della sensibilità tattile. Ciò che rende questa sostanza particolarmente pericolosa sono gli effetti sedativi che riducono la capacità di reagire, rendendo indifese le possibili vittime. Proprio a questa caratteristica si deve il soprannome del GHB.

Sostanze come il GHB, che da un lato aumentano l’eccitazione sessuale ma dall’altro hanno effetti tranquillizzanti, vengono chiamate in gergo downers. Per contrastare l’aspetto calmante di queste droghe, si assumono sostanze chiamate uppers, come ad esempio i cristalli di meth e il mefedrone.

La meth – diventata famosa ai più grazie a Breaking Bad–  viene perlopiù venduta sotto forma di cristalli. Ha un effetto stimolante molto intenso che causa un aumento delle prestazioni, stati euforici e disinibizione. Aumenta anche il desiderio sessuale, quindi è perfetta da consumare se i festini si protraggono per più giorni. Gli effetti a breve e lungo termine sono devastanti sia a livello psichico che fisico. Le metanfetamine causano una forte dipendenza e gli effetti collaterali aumentano con il consumo regolare. Segno distintivo dei consumatori di questa sostanza sono i denti marci a causa della forte corrosività.

Anche il mefedrone  si caratterizza per avere effetti stimolanti ed eccitanti, andando ad eliminare il senso di stanchezza che può essere causato da downers. Inoltre, può portare il consumatore ad uno stato di euforia, spingendolo ad attaccare bottone con chiunque.

Inoltre il PV o MDPV fa da padrone in questi ambienti. Come il mefedrone, viene inserito nella categoria uppers grazie agli effetti stimolanti. Tra le conseguenze dell’assunzione si annoverano euforia, aumento della loquacità e mutamento delle percezioni sensoriali. Viene meno anche la necessità di dormire e di mangiare.

Soprattutto nel caso degli eccitanti, uno dei problemi che si può riscontrare più facilmente è il cosiddetto craving. Letteralmente questa parola inglese significa bramare, avere voglia di qualcosa. Nel caso dell’uso di sostanze, questo termine viene usato per riferirsi al fenomeno di voler consumare ancora più droga quando gli effetti della stessa cominciano a scomparire. Ciò può portare a un’overdose o a complicazioni con gli effetti collaterali, soprattutto a livello cardiocircolatorio e renale. Ovviamente, l’abuso costante può portare anche ad una dipendenza vera e propria.

Il chemsex in Europa

In Italia il chemsex con le relative droghe è arrivato in ritardo rispetto ad altre capitali Europee. Articoli riguardanti questo fenomeno fanno capolino nelle testate giornalistiche estere già dal 2016, mentre in Italia si è cominciato a trattare questo problema soltanto più recentemente.

A Londra nel 2014 si è svolta una ricerca per capire quanto effettivamente fosse diffusa la pratica. Risultato: un quinto del campione era stato a un incontro di chemsex negli ultimi 5 anni. Per evitare l’espandersi del fenomeno a macchia d’olio, sono state introdotte delle leggi contro la produzione, distribuzione e vendita delle sostanze tipiche di questa pratica. Questa decisione è stata presa anche in seguito all’aumento del numero di morti causati dalla droga in Inghilterra e Galles tra il 2011 e il 2015.

Nel giro del chemsex, Londra probabilmente si può considerare la sua capitale. David Stuart, oltre ad aver coniato il termine, ha anche fondato un programma di supporto nel quartiere di Soho. Basandosi sui dati raccolti dai suoi pazienti, afferma come su 7000 pazienti circa 3000 abusano di sostanze durante il sesso.

Anche in Spagna la situazione è abbastanza grave. Dati del 2016 riportano che il 33% dei maschi gay di Madrid, Valencia e Barcellona ha praticato chemsex, contro la percentuale di altre grandi città europee che va dal 4 al 16%. Per questo motivo, nel 2017 il Consiglio Comunale e l’Agenzia della Salute Pubblica di Barcellona ha creato un piano per cercare di sensibilizzare le persone riguardo la prevenzione.

Chemsex e HIV

Fortemente legata al chemsex è anche la questione HIV. Infatti, molto spesso l’uso del preservativo alle feste viene meno, aumentando il rischio di contagio. Ovviamente la trasmissione del virus dell’HIV non è prerogativa esclusiva del chemsex, né tantomeno della comunità gay. Chiunque può contrarre il virus e sono molte le persone con comportamenti a rischio. Basti pensare che in Italia ogni anno ci sono 3.500 nuovi casi.

Per questo motivo, la cosa più importante è la prevenzione, non il condannare la promiscuità. Il preservativo è l’unico metodo contraccettivo che, oltre ad evitare altre malattie sessualmente trasmissibili, possa scongiurare di contrarre l’HIV.

Inoltre bisogna capire che un sieropositivo non è un appestato: se i trattamenti vengono fatti con le giuste misure e costantemente, il rischio di passare la malattia viene ridotto notevolmente. Il problema, però, è che molte persone non sono consapevoli di essere sieropositive.

Forse molte persone sono spaventate dall’idea di sapere il responso o non hanno idea di come si faccia. In realtà, fare il test per l’HIV è molto facile. Innanzitutto, è facilmente reperibile sia in farmacia sia su Amazon. Il prezzo non è assolutamente proibitivo (circa 20 euro) ed è possibile eseguire la prova tranquillamente a casa.  Inoltre, a Milano è stato aperto un check point al terzo piano della Casa dei Diritti in via Edmondo de Amicis. Gestito da volontari, è aperto due pomeriggi a settimana.

Qui è possibile sottoporsi in maniera anonima al test dell’HIV e, dopo una ventina di minuti, conoscerne l’esito. Il check point offre anche un servizio che attualmente è attivo soltanto qui e in quello a Bologna: la somministrazione della PrEP, ossia la profilassi pre-esposizione. Questa  previene la possibilità di contrarre l’HIV in caso di rapporti non protetti. Non è facile trovare qualcuno che prescriva questo farmaco e non è nemmeno particolarmente economico. Una scatola di PrEP costa circa 60 euro e funziona come la pillola anticoncezionale, ossia va assunto regolarmente e quindi deve venire acquistata ogni mese. Al momento non è nemmeno una terapia a carico del Sistema Sanitario nazionale. In  paesi come Inghilterra, Francia e USA la profilassi viene rimborsata o comunque passata dallo Stato, e si è notato il dimezzamento del numero di nuove infezioni da HIV.

Bisogna tenere a mente che questo farmaco non sostituisce il preservativo e altre malattie sessualmente trasmissibili possono comunque essere facilmente contratte. A differenza dell’HIV, però, queste sono curabili (ma non vanno comunque trascurate).

Importante: i checkpoint non sono rivolti soltanto ai membri della comunità LGBTQ. Come sottolineato prima, chiunque può contrarre il virus dell’HIV,  omosessuale o etero che sia. Tutelarsi è importanti anche se non si ritiene di essere soggetti a rischio e se si ha un solo partner stabile. Bisogna inoltre tenere a mente che l’HIV non si trasmette soltanto per via sessuale, ma anche per via ematica (quindi tramite contatto con sangue infetto) e per via materno-fetale.

Il chemsex e la psiche

Quando si parla di chemsex non bisogna sottovalutare nemmeno la componente psicologica. Per questo motivo Alessandra Bianchi, psicologa e psicoterapeuta, ha fondato ed è a capo di un centro di recupero proprio per chemsex. Il rehab è stato creato insieme all’onlus ASA- Associazione Solidarietà AIDS. Il centro è stato aperto dopo che si è notato che 1 persona su 10 che si sottoponevano al test per l’HIV aveva praticato chemsex.

Il servizio di terapia è tenuto da due esperti: Giorgia Fracca, psicanalista ALIpsi famigliare con la scena  gay milanese, e un chimico farmaceutico, esperto delle sostanze assunte da chi pratica chemsex. In questo modo, i partecipanti al gruppo possono rendersi conto degli effetti catastrofici delle sostanze sul corpo.

Per quanto riguarda l’aspetto più psicologico della questione, Bianchi spiega come la questione sia complicata. Ci sono effettivamente due lati della medaglia: il primo caratterizzato dal piacere, dalle emozioni. Il secondo, invece, viene dominato dalla solitudine che subentra nei giorni successivi gli incontri.

La psicoterapeuta sottolinea anche come non ci sia un prototipo di consumatore di chemsex. Sono diverse le motivazioni per cui qualcuno si può avvicinare a questo mondo. Per alcuni ostentare soldi comprando droga può essere un modo per attrarre altre persone, per altri il chemsex può significare trovare qualcuno che lo desideri. Per altri ancora invece la pratica del sesso promiscuo amplificato dalle droghe può trovare come spinta la paura di iniziare una relazione stabile. Infine, più banalmente, il ricorso al chemsex può essere dettato  dalla ricerca del piacere. Infatti, sottolinea ancora Bianchi, il sesso sotto effetto di stupefacenti regala emozioni che vanno al di là del rapporto da sobri. Come detto prima, tra gli effetti di molte sostanze utilizzate c’è anche l’aumento della percezione sensoriale.

Tutto ciò crolla quando terminano i festini. La droga finisce, gli invitati tornano a casa, la vita normale riprende. L’esperta fa notare come il giorno dopo i partecipanti agli incontri accusino di sentirsi più soli di prima. Inoltre, uscire dal loop del chemsex non è facile. Bianchi dice che inizialmente ci sono persone che riescono a conciliare la vita normale con gli appuntamenti, mentre altre fin da subito ne rimangono succubi.

La psicoterapeuta riporta di un professionista che, in seguito all’abuso di chemsex, è stato ricoverato in psichiatria e ha messo in pausa la propria vita per evitare di ripiombare nel circolo vizioso. Molti invece soffrono di crisi e allucinazioni, scaturite dall’uso di sostanze.

Anche Giorgia Fracca parla di come la combo sesso-droga possa essere dannosa su soggetti deboli dal punto di vista psicologico. Oltre all’astinenza, spesso subentrano anche depressione e ansia, se non addirittura episodi di psicosi.

L’esperienza di Marco Patti: da consumatore ad attivista

Molto spesso, finché non ci si ritrova in certe situazioni, è difficile capire fino in fondo cosa si provi. Per questo motivo Marco Patti, catanese emigrato a Londra, partendo dalla sua esperienza con il chemsex ha deciso di fondare il progetto High & Healthy UK.

L’obiettivo principale di questa iniziativa è aiutare chi fa ricorso al chemsex a riprendere in mano la propria capacità di relazionarsi con l’altro. Secondo Patti questa mancanza è proprio alla base dell’isolamento che subentra nei giorni successivi agli incontri. Molto spesso è anche strettamente correlato all’uso giornaliero di sostanze.

Originariamente, High & Healthy UK è partito online con E-Support. Gli utenti potevano accedervi sia per cercare supporto psicologico, ma anche per ricevere informazioni riguardo le sostanze. Inoltre, venivano divulgate informazioni per praticare slamming sicuro. Con questo termine si fa riferimento all’assunzione di sostanze per via endovenosa, modalità di somministrazione molto diffusa nel Regno Unito. I pericoli correlati con questa pratica sono molti, in primis la trasmissione di malattie come HIV ed epatiti.

Chemsex e tabù

La pratica del chemsex è stigmatizzata anche all’interno della stessa comunità LGBTQ. Per questo motivo, Fracca ritiene necessario sfatare il tabù riguardo questo fenomeno in modo da aumentare la consapevolezza di chi prende parte agli incontri. In molti casi infatti i partecipanti non sono completamente consapevoli dei rischi a cui vanno incontro e, nel caso in cui vogliano uscirne, non sanno a chi rivolgersi.

Anche Patti punta il dito contro l’atteggiamento discriminatorio nei confronti del chemsex. Egli ritiene importante, prima di accusare chi fa uso di questa pratica, provare a comprendere le ragioni che portano a prendere una scelta del genere. Questo perché molto spesso, oltre alla semplice voglia di eccesso, c’è dietro anche molto di più.