Gliel’aveva detto di rallentare, però lui non l’aveva ascoltata, spingendo ancora più a fondo sul pedale dell’acceleratore. L’aria era passata veloce, brusca, tra i due finestrini abbassati e i capelli le si erano incollati alle guance sudate. L’ennesima sera d’estate in città, con le strade deserte e l’afa tra i palazzi vuoti, i supermercati aperti ventiquattro ore su ventiquattro, rifugio penitenti per i nottambuli in cerca di un po’ di aria condizionata.

«Rallenta» gli aveva detto. Lui aveva sorriso. Aveva visto la curva delle sue labbra nella luce giallastra dei lampioni prima che lui vedesse la curva della strada e la macchina contromano dall’altra parte della corsia.

Si erano risvegliati entrambi, ma in due momenti diversi. Lei in una mattina di fine settembre, nella stanza fredda e asettica al terzo piano dell’ospedale. Era stata la prima a perdere conoscenza durante lo scontro e la prima a riprenderla dopo due mesi di coma. Quando aveva aperto gli occhi si era messa a piangere senza muovere un solo muscolo del viso. Piangeva e le lacrime rotolavano tonde e luccicanti direttamente sulla camicia da notte sterile, gettandosi dalla curva della sua guancia. Poi aveva provato ad alzarsi, dando un brusco colpo di reni, presa da un panico soffocante. Non ci era riuscita. Era rimasta immobile con la schiena incollata al materasso rigido. Con uno sforzo estremo aveva provato a muovere le dita dei piedi: niente. Le ginocchia: niente. Il bacino: niente. Allora aveva pensato a lui; non ricordava quasi nulla di quella notte, ma dietro alle palpebre c’era ancora impresso il suo sorriso giallognolo.

Lui si era risvegliato a inizio ottobre, quando le giornate erano già più corte e la mattina prima del sole sorgeva la nebbia. Al suo fianco c’era sua sorella; era stata lei a vedere, per prima, i suoi occhi riaprirsi. Era stata lei a mettergli una mano sul petto per impedirgli di scaraventarsi giù dal letto. Era stata lei a chiamare l’infermiera. Era stata lei, infine, a raccontagli cos’era successo.

Lui aveva minacciato di morsicarsi la lingua, di strapparsela fino a morire dissanguato. Poi il calmante iniettato in flebo aveva iniziato a fare effetto ed era caduto di nuovo in un sonno semicosciente.

Non se lo sarebbe mai perdonato. Lei non glielo avrebbe mai perdonato. Dietro agli occhi chiusi, pesanti di sonnifero, l’aveva vista, sul suo stesso piano, in una camera uguale con un numero diverso. Aveva visto i suoi lunghi capelli appiccicati al volto, e le sue labbra articolare quella parola, l’unica parola, rallenta.

Nei mesi successivi mille volte lei sarebbe scoppiata a piangere e lui avrebbe pensato di non farcela, durante le ore di riabilitazione e quelle di fisioterapia. L’avrebbe guardata dall’altra parte della palestra, con le mani appoggiate su un pallone gonfiabile azzurro e la schiena inarcata, e sarebbe stata sempre lei, la donna che aveva amato fin dal primo momento. Notte dopo notte si sarebbe abituato a quella sensazione, al non sentire più le gambe, a non sentire più nulla dalla vita in giù, a non sentire più nulla e basta.

Fissando il soffitto bianco lei avrebbe pensato piangendo a quanto fosse buffo che entrambi fossero rimasti paralizzati nello stesso modo, e a un primo momento di rabbia cieca e disperata sarebbe seguito un momento di dolorosa accettazione. L’amore non era scomparso, neanche dopo quello che era successo.

Lui l’avrebbe sentita al suo fianco, seduta su una sedia a rotelle uguale alla sua, le avrebbe preso la mano e insieme avrebbero ripreso la loro vita di sempre. Una ragazza li avrebbe aiutati con i lavori di casa, ma loro avrebbero continuato a mangiare uno di fronte all’altro, a scivolare veloci tra le corsie di un supermercato, a dormire schiena contro schiena, anche se non avrebbero più potuto sentire il calore dei loro piedi intrecciati. Di notte lei si sarebbe svegliata urlando, madida di sudore, vivendo e rivivendo in continuazione la frazione di secondo dello schianto; in quei momenti lui avrebbe avuto voglia di buttarsi giù dal balcone, o di ingoiare una dose letale di farmaci. Sarebbe stato tutto troppo, il senso di colpa troppo forte.

Perché non solo a me, perché anche lei, perché?

Io te l’avevo detto di rallentare, te l’avevo detto. Perché non mi hai ascoltata?

Lui avrebbe continuato ad accarezzarle l’incavo del ginocchio, ma lei non avrebbe mai più sentito nulla.

 


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