Nel cuore di Milano, la Pinacoteca Ambrosiana ospiterà –dal prossimo ottobre– una curiosa performance, ideata da Marina Abramovic nel 2009. ‘The Kitchen. Homage to Saint Therese’ è un’opera significante. L’artista si confronta con Santa Teresa d’Avila, religiosa e mistica spagnola.

Marina Abramovic nasce a Belgrado settantatré anni fa. Cresciuta in una famiglia di partigiani, fin da subito ha dimostrato le sue doti artistiche, nate forse anche per sfuggire dalle dure mura domestiche. Dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti nella sua città, diviene insegnante. Nel corso degli anni successivi si avvicina alla Performance Art, facendola diventare il centro della sua vita e della sua attività. Una scelta – questa – che ha cambiato il suo modo di rapportarsi col mondo.

La Performance d’Artista nasce a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti. Si tratta di una nuova concezione di arte, che punta lo sguardo verso l’azione, più che sull’opera stessa. Questa può essere studiata, recitata o improvvisata. La cosa fondamentale è il rapporto con il pubblico, che deve essere come risucchiato durante l’atto performativo. Il pubblico è protagonista e la sua interazione diviene cruciale.

Fin dagli esordi del suo successo, vi sono stati pareri discordanti sulla questione. La mentalità dell’epoca non si può certamente definire ‘aperta’, di conseguenza si sono create delle diatribe, ancora oggi non del tutto risolte. La Performance, in effetti, potrebbe non essere vista di buon occhio da tutti. Certamente, però, chi la comprende a pieno, viene totalmente sedotto. Non è semplice. E questo lo sa bene anche l’Abramovic, che cerca sempre il riscontro del pubblico, una risposta, un accenno, un gesto. Un continuo ‘confronto’, insomma.

La PerformanceThe Kitchen. Homage to Saint Therese’, ideata dieci anni fa, si compone di nove foto ritratti e tre opere video, queste ultime esposte in mostra.

L’azione prenderà piede nell’area sotterranea dell’antico foro romano di Milano, nella Cripta di San Sepolcro, da poco restaurata. Si tratta di una Performance dentro la Performance, in quanto i video rappresentano ulteriori prestazioni da parte dell’artista serba. I filmati utilizzano lo spazio dell’ex convento di La Laboral a Gijòn, in Spagna. Marina si esibisce in cucina, area gestita –molto tempo prima– da suore certosine. Questo è un continuo omaggio a Santa Teresa, che sperimentava proprio nelle mura domestiche i suoi fenomeni di levitazione. Si racconta, infatti, che la Santa –mentre stava cucinando una zuppa– ebbe una levitazione involontaria, dettata forse dalla volontà divina. Sospesa in aria sopra le pentole, rimase inerme per mezz’ora, senza aver possibilità di muoversi.

Marina rimase talmente affascinata da questo racconto, che replicò il fenomeno. Nel video, infatti, vediamo l’artista stessa cucinare e successivamente levitare nell’aria, al centro della cucina.

La cucina stessa diviene protagonista del percorso performativo. Quella che per Marina ha rappresentato una svolta personale e artistica. L’ispirazione viene proprio dalla casa della nonna, dove trascorse la sua infanzia. Nata in una famiglia ‘particolare’, racconta di non aver mai avuto attenzioni e affetto da parte dei genitori. Sua nonna era l’unica che si preoccupava premurosamente del suo star bene.

Racconta:

La cucina di mia nonna è stato il fulcro del mio mondo. Tutte le storie venivano raccontate in cucina. Ogni consiglio sulla mia vita veniva dato in cucina. Il futuro, contenuto nelle tazze di caffè nero, veniva letto e annunciato solo in cucina. Quindi è stata davvero il centro del mio universo, e tutti i miei ricordi più belli nascono lì. 

Se da una parte, quindi, Marina decide di omaggiare Teresa d’Avila; dall’altra, riprende in modo evidente quello che è stato il decorso della sua vita. Una vita priva di sentimenti e benevolenza.

Un’altra video installazione è ‘Holding the Milk’, facente parte della stessa serie. Utilizzando il suo corpo, l’artista decide di impersonare la Santa spagnola. Posta al centro della cucina, rimane per quasi 13 minuti immobile, tenendo in mano una ciotola colma di latte. Nulla la distrae. Nulla la smuove. La concentrazione è talmente alta da essere appena percepibile. Ad un certo punto della performance, un goccio di latte fuoriesce dal suo contenitore bagnandole la lunga gonna nera. Neanche a questo punto, dà cenno di movimento. Anzi, la tensione sembra aumentare.

Marina Abramovic è ormai nota in tutto il mondo. Si è fatta spazio in un’epoca difficile, a tratti ottusa. Al centro della sua produzione vi è sempre stato il limite, la proibizione, l’ostacolo e l’estremo. Qui, però, diversamente dal solito, l’azione rimanda alla tranquillità ed è concepita serenamente. Non vi è nulla di macabro e di tetro. Anzi, la performance assume perfino i connotati di un qualcosa di divertente e magico.

Chissà se dietro a questa donna misteriosa ed enigmatica, in realtà si cela una personalità angelica. Questo non lo sapremo mai, ma dovremmo cercare di aprire il più possibile i nostri orizzonti. Questo ci permetterebbe di arrivare a comprendere e, soprattutto, apprezzare ciò che ci sembra –solitamente– più arcano. Dovremmo riflettere su ciò che affermò, a suo tempo, Niccolò Machiavelli: “Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei”.

L’esposizione -assolutamente meritevole- sarà visitabile alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, dal 18 ottobre al 31 dicembre 2019.