“E’ più forte di me”. “Non posso farne a meno”. “Sono fatto così, cosa ci posso fare”. Ogni volta che pronunciamo queste frasi ci arrendiamo all’istinto, a quell’impulso irrefrenabile di agire al fine di placare l’ansia generata dalle ossessioni, che si presentano in forma di pensieri, comportamenti o immagini mentali così insistenti da dominare la vita. Gli atteggiamenti compulsivi non sono necessariamente malattie, una certa  istintualità ossessiva è sempre presente nell’individuo, seppur con gradi differenti. Fame, sonno, difesa, attacco, sesso, paura, sono alcune delle  necessità che, in casi estremi, conducono ad azioni slegate dal controllo mentale.

La compulsione è una caratteristica della psiche umana affascinante, studiata a fondo dai professionisti, e rappresentata, inevitabilmente, dai più grandi artisti. Limitandoci al cinema, ci si accorge che la settima arte offre esempi meravigliosi, prova di quanto l’indagine umana sia stimolante: il cinema, come ogni forma d’arte ragionata, fa riflettere e, quando tratta temi così importanti, illumina anche la parte più profonda dell’interiorità.

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Lo fa bene Shame di Steve McQueen, l’artista e regista che ha prodotto un film grandissimo. Brandon (un irresistibile Micheal Fassbender) è un newyorkese brillante, con un bel lavoro, una bella casa ma nessuna relazione. Non vuole costruire rapporti duraturi, ma soprattutto non ci riesce, imprigionato nella ossessione per il sesso. Il film è un escalation della dipendenza, racconta come Brandon, nonostante i suoi timidi sforzi di uscire dalla propria compulsione sessuale, venga travolto in un ciclone fatto di rapporti occasionali, masturbazioni continue, sesso online e tanto altro.

Nessuno può aiutare Brandon. Neanche sua sorella Sissy (Carey Mulligan), arrivata come un uragano che mette a soqquadro quel tempio di ghiaccio. Sissy è  l’altra faccia della medaglia, un fiore debole che non riesce a sbocciare. Si fida del prossimo e crede ancora nell’amore nonostante il cuore spezzato. Anche la sua vocazione artistica ha lo stesso significato, vorrebbe essere una stella della musica, ma non riesce a brillare perché attaccata ad ogni barlume di speranza. Eppure è capace d’incantare quando esprime dolcemente se stessa, la scena in cui canta la sua originale versione di New York New York, scioglie chiunque, tranne suo fratello. Infatti Brandon e Sissy si scontrano continuamente: il protagonista mostra di non sapersi lasciare andare nemmeno all’affetto più naturale, quello per sua sorella. Questa consapevolezza lo induce ad abbandonarsi all’istinto, man mano che il tempo scorre il sesso domina su qualsiasi altra necessità, la caduta nell’alienazione sembra inarrestabile. La compulsione lo porta a rimorchiare sconosciute, a fare avances pesanti alle donne prese di mira, ad accoppiarsi come un animale con chiunque e in ogni circostanza. Il tutto in ambienti geometrici e dai colori freddi, adatti a rendere l’idea si un sogno traslucido dove non c’è spazio per sentimentalismi.

Risultati immagini per shame steve mcqueenAnche McQueen presenta tutto con freddezza, non giudica la vita di Brandon. Una scelta che si rivela più che azzeccata: il protagonista cammina da solo verso il suo sfacelo, non si guarda intorno, non cerca spalle amiche. La macchina da presa lo pedina e il regista prepara una storia che prosegue senza intoppi. Il protagonista è libero di fare quello che vuole, pur avendo la consapevolezza di puntare dritto al suo declino. Niente di più drammatico: un uomo solo, consapevole di essere divorato da quell’ossessione, ma rifiutante qualsiasi tipo di supporto. Tuttavia succederà qualcosa di drammatico, capace di scuotere il protagonista scalfendone la corazza e pizzicandone il cuore: un evento che spalancherà le porte alla speranza. Così il finale rileva la struttura ad anello della pellicola, terminando con la stessa scena iniziale ma con un’importante differenza che non sta a noi svelare: Brandon forse è cambiato eppure rimane se stesso, McQueen è grandioso nel non presentarci l’eroe che si abbandona all’amore incondizionato per il prossimo come vorrebbero i classici lieto fine, solo uno scintillio diverso nel suo sguardo suggerisce qualcosa di nuovo.

Preparatevi a nudi integrali, pose plastiche, grovigli di corpi ed esplosioni muscolari, senza dimenticare di sprofondare nella gabbia di Brandon, dove l’estremo piacere conduce all’autodistruzione. Un film colossale, che ha incantato la critica e sbalordito il pubblico dal 2012, anno della sua uscita, ma che per noi merita l’etichetta dell’immortalità.